mercoledì 22 luglio 2009
di Marco Murgia
Alla fine, ma proprio in extremis, ecco l'annuncio che tutti attendevano: il petrolchimico di Porto Torres non chiuderà. È il risultato dell'incontro a Roma tra il ministro Claudio Scajola, il presidente della Regione Ugo Cappellacci, l'amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni e i rappresentanti di diverse sigle sindacali. L'accordo sottoscritto, al termine di una riunione a tratti nervosa, è un documento di sei punti: nessuna chiusura degli impianti del cracking, nessuna cassa integrazione per gli operai ma una manutenzione ciclica che andrà definita entro la fine del mese e completata entro settembre. Al termine un altro tavolo di confronto per discutere il piano della multinazionale per la Sardegna, con la partecipazione delle istituzioni locali, per verificare «strumenti agevolativi per la realizzazione di nuovi investimenti».
Per gli oltre tremila operai è più di un sospiro di sollievo: la vittoria è soprattutto loro. Determinati e talmente convincenti, nelle loro azioni di protesta, dal blocco degli stabilimenti a quello del porto turritano e dell'aeroporto di Alghero sino a quello sulla 131, da tirarsi dietro la politica (tutta, anche se da angolazioni diverse) e perfino la Chiesa sarda. I vescovi isolani, poco imparziali durante la campagna elettorale di febbraio, quando Silvio Berlusconi durante le sue missioni pro-Cappellacci non esitava a pubblicizzare gli incontri con i prelati, avevano espresso la propria «preoccupazione» per la chiusura del polo turritano: dopo l'incontro di venerdì, ancora a Roma, a cui avrebbero dovuto partecipare undici ministri e invece gli esponenti del governo presenti erano appena tre.
Un segnale ulteriore di disinteresse, da parte di palazzo Chigi nei confronti della Sardegna sedotta e abbandonata dopo le ultime elezioni regionali. Troppo, devono aver pensato a Roma: soprattutto davanti al dramma di oltre tremila famiglie e alla rabbia dei lavoratori, a un documento unitario del Consiglio regionale a maggioranza di centrodestra, alle minacce di dimissioni degli amministratori locali dei territori interessati. Una mobilitazione unitaria come non si vedeva dalla vertenza sulle entrate, dirà il candidato alla segreteria del Pd isolano Silvio Lai. Vertenza sulle entrate che sta per essere vanificata per decisione dello stesso governo Berlusconi: che da una parte dà e dall'altra toglie.
È bene ricordarlo, prima che la chiusura sventata di Porto Torres diventi l'ennesimo spot pubblicitario per un premier che, tra escort e bugie, è per la prima volta sceso sotto il 50 per cento di gradimento degli italiani nei sondaggi a lui tanto cari. Diventerà questo, visto che «si è chiuso con la mediazione del Governo», parole di Scajola, «un accordo difficile tra Eni e i sindacati». Allora - tra Cappellacci che ringrazia «in particolare» Berlusconi per essergli stato vicino durante tutto l'incontro con tre telefonate, e Berlusconi che ringrazia Cappellacci, Scajola, Scaroni e i sindacati - è bene anche ricordare che il governo ha fatto esclusivamente il suo dovere: da azionista di riferimento di Eni, con oltre il 30 per cento delle quote, quella mediazione era il minimo. E neppure gratis, visto che ora la multinazionale potrà godere a fondo dello scudo fiscale in dirittura d'approvazione in Parlamento.
Quello che conta, alla fine dei conti, è che si sono salvati per ora oltre tremila posti di lavoro. Lo sottolineano tutti. Dai sindacati, con la Cgil che parla di «risultato importante» dando il merito alla mobilitazione non solo degli operai ma di tutta la regione, ai gruppi politici: con le dovute differenze, ognuno sottolinea il lavoro della propria casacca, è la soddisfazione il ritornello comune.
Con l'avvertenza che non è il momento di abbassare la guardia. Lo sottolinea Paolo Mura, sindaco di Porto Torres, che da quasi una settimana viveva in una tenda davanti allo stabilimento, inseme agli operai: l'intesa raggiunta «è un punto di partenza, ma ora si tratta di capire quale sarà il piano industriale di Eni. Non siamo innamorati della chimica, se lo sviluppo significa ammettere ipotesi diverse va bene. A noi interessa l'occupazione, ma sarà importante arrivare a eventuali nuove iniziative con gli operai negli impianti: non bisogna mollare la presa e mantenere alta la tensione». Lascerà la tenda in serata, il primo cittadino, ma picchetti e teli restano lì: «Sono pronto a tornarci», se la situazione dovesse nuovamente bloccarsi. Se anche questa dovesse rivelarsi una promessa mancata.
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