l'altra voce.net


venerdì 10 luglio 2009

Eni, gli operai bloccano il porto
la protesta spiegata ai turisti
Sulla chimica affondo di Soru:
Cappellacci burattino del premier

di Marco Murgia

Eccolo, l'intervento del Governo azionista di riferimento dell'Eni. A tre giorni dall'annuncio della multinazionale sulla chiusura del petrolchimico di Porto Torres, la posizione di Palazzo Chigi è affidata a un sottosegretario qualunque, tale Giuseppe Pizza: la fermata dell'impianto “cracking” nel polo turritano, dice, «sarà solo temporanea, con motivazioni che sono esclusivamente di natura congiunturale». Non una parola dal ministro Claudio Scajola, troppo impegnato a esultare per l'approvazione del decreto Sviluppo ed Energia. Quello, per intenderci, che segna il ritorno del nucleare in Italia: con la Sardegna in pole position, negli uffici dei ministeri competenti, per ospitare una centrale e/o un deposito delle scorie. Niente da Silvio Berlusconi da L'Aquila, dove è in corso il G8 scippato a La Maddalena. C'è tutta l'attenzione nei confronti di quest'isola che appena quattr mesi fa sembrava il centro del mondo, per il Cavaliere e tutto il suo esecutivo: ma c'erano le elezioni regionali, allora.

Berlusconi, Scajola e Pizza dovrebbero spiegarlo per bene ai lavoratori del petrolchimico: tranquilli, l'Eni riaprirà. Dovrebbero spiegarlo a loro perché loro sanno bene quanto tempo occorre, e quante risorse, per spegnere prima e riavviare poi gli impianti. Sono gli stessi operai che ieri mattina, per la loro prima azione di protesta ufficiale, hanno bloccato a Porto Torres l'ingresso del porto commerciale: di fatto tenendo bloccati centinaia di turisti e passeggeri in arrivo con i traghetti Tirrenia e Grimaldi da Genova. Hanno distribuito volantini per spiegare i motivi della loro protesta, sino all'arrivo di polizia e carabinieri. Non è un buon segnale, in vista dello sciopero generale di oggi a Cagliari: erano stati gli stessi sindacati organizzatori a sottolineare di non poter escludere rischi per l'ordine pubblico durante la manifestazione ma anche nei prossimi giorni.

Non credono più alle promesse, i lavoratori. La prova è la conferma dello sciopero di sette giorni iniziato questa mattina: bloccheranno il trasferimento di carburante dallo stabilimento all'esterno. L'obiettivo è semplice: «Colpire l'Eni e bloccare metà della Sardegna con la proclamazione di 184 ore di sciopero negli impianti parco generale serbatoi e pontile liquidi. L'Eni conferma, coi fatti, la propria decisione di abbandonare la chimica a Porto Torres, in Sardegna e in Italia. Con modalità comunicative davvero originali rende pubblica la propria decisione di fermare il cracking di Porto Torres per due mesi, adducendo motivazioni tecniche ed economiche ma che in realtà nascondono decisioni ancora più drastiche come la fermata definitiva del sito».

In tutto questo, il presidente della Regione Ugo Cappellacci chiede la convocazione di un Consiglio regionale straordinario aperto agli stati generali dell'isola: «Un'assemblea straordinaria alla quale partecipino oltre ai consiglieri e alla giunta regionale le istituzioni, i parlamentari, le rappresentanze sindacali e imprenditoriali per creare un clima di grande mobilitazione così come i tempi richiedono». Ma non è tempo di proclami, servo fatti: cioè una pressione forte sull'esecutivo di Silvio Berlusconi. Al governatore, che si era presentato a Roma per la seduta della giunta regionale convocata nella Capitale con un documento in cui si addossavano tutte le colpe a Eni, senza un riferimento al Governo nazionale, lo hanno dovuto ricordare i suoi stessi alleati.

Servono azioni forti, invece, proprio contro quel governo amico che tanto ha giocato nelle ultime elezioni regionali. Con promesse mai mantenute e uno schema che si ripete da allora, sempre uguale. Lo ricorda Renato Soru, che da quelle urne uscì sconfitto: «Ancora una volta Cappellacci e la Sardegna sono vittime delle prese in giro di Berlusconi, come già avvenuto durante tutta la campagna elettorale».

Secondo l'ex presidente della Regione, dietro il blocco della produzione a Porto Torres c'è una «precisa responsabilità politica. I viaggi di Cappellacci, a Roma come in qualunque altra località, sono solo una presa in giro dai quali non emergerà nessuna soluzione accettabile. Nel brevissimo giro di quattro mesi, infatti, l'intero comparto, dal clorosoda di Assemini all'Eurallumina e all'Alcoa del Sulcis, fino a Porto Torres, è stato raso al suolo. Simile sorte è toccata al tentativo del polo di Arbatax. La ragione è sempre la medesima: in Sardegna, oggi, non c'è un interlocutore credibile. Cagliari è infatti diventata una succursale di Roma, completamente deprivata di ogni valore decisionale. Se davvero il presidente Cappellacci fosse in grado di fare gli interessi della Sardegna, piuttosto che essere lo sprovveduto e inadeguato burattino del premier, sarebbe andato direttamente a L'Aquila a far valere le ragioni della chimica sarda, e allora tutta la Sardegna l'avrebbe seguito. Ma L'Aquila altro non è se non l'emblema della volontà predatoria del governo nazionale nei confronti della Sardegna e dei sardi. Tutto ciò lo sanno bene sindacalisti e amministratori che hanno seguito le fasi precedenti, quando la Regione si opponeva davvero in tutti i modi e con autorevolezza allo smantellamento delle chimica, riuscendo a impedire lo scempio di questi giorni, diventato conseguenza dell'incapacità del governo regionale di fornire alcuna garanzia»

Bookmark and Share


Google
 


© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari