mercoledì 8 luglio 2009
di Marco Murgia
Il futuro della chimica nell'isola, certo: con a rischio migliaia di posti di lavoro, tra diretti e indotto. Ma non solo: in gioco c'è anche «la credibilità della Sardegna e delle istituzioni regionali rispetto alla politica nazionale e alle decisioni dell'imprenditoria». Contro la decisione di Eni di chiudere per almeno due mesi il petrolchimico di Porto Torres servono, nell'ordine, «l'immediata revoca del provvedimento, la convocazione di un tavolo sulla chimica a Roma tra Governo, Regione, Eni, Cgil, Cisl e Uil». In sostanza «un atto politico forte che consenta di adeguare la situazione della Sardegna a quella degli altri siti nazionali per discutere tutti assieme e su basi paritarie sul rilancio della chimica di base». Anche perché, è la precisazione, il tanto celebrato - da Ugo Cappellacci - incontro tra la Giunta e il Governo in programma il 17 luglio a Roma «ha un significato solo se si chiude la partita con Eni». Prima dell'incontro, non dopo: perché intanto la situazione potrebbe precipitare, senza nessuna garanzia per lo sciopero generale di domani. Le tre sigle dei lavoratori non possono escludere infatti «rischi per l'ordine pubblico» durante la manifestazione di Cagliari.
Centrano almeno tre obiettivi in un colpo solo, i sindacati. Il dramma dei posti di lavoro, in primo luogo: almeno 450 gli operai fermi a Porto Torres tra i lavoratori diretti. In più quelli delle ditte in appalto, solo nel nord Sardegna. Ancora, gli operai di Macchiareddu interni ed esterni: perché lo stop nello stabilimento turritano provocherà un effetto a catena in tutta l'isola. E le famiglie, senza falsa demagogia. Totale, qualche migliaio: mica niente, in un periodo in cui oltre 300 imprese hanno chiesto di poter accedere alla cassa integrazione, cresciuta del 500 per cento negli ultimi mesi.
Punto secondo, la credibilità della Sardegna. È strettamente collegato al punto tre, cioè l'adeguamento della situazione isolana a quella degli altri siti nazionali, e quindi all'azione del Governo nazionale che è il maggiore azionista della multinazionale. Mario Medde, per la Cisl, lo dice chiaramente: «Davanti ad un eventuale diniego dell'Eni a modificare la decisione e un fallimento della mediazione del governo», spiegato, «l'assemblea sarda dovrebbe minacciare le dimissioni». Ma la crisi deve essere affrontata soprattutto a livello nazionale perché «Porto Torres è la punta dell'iceberg della crisi dell'economia sarda». Di «scelta politica da contrastare in tutti i modi», parla Enzo Costa dall'editoriale del mensile “Altra Sardegna”: il segretario generale della Cgil sarda chiama in causa senza mezzi termini Giunta regionale e Governo nazionale.
La prima deve avere come interlocutore il secondo: ha voce in capitolo, lo Stato, per quell'oltre 30 per cento di azioni. In sostanza, senza il Governo Eni non può decidere la chiusura di Porto Torres. Ed è a Palazzo Chigi che Cappellacci dovrà farsi sentire: è il mandato che il presidente della Regione ha ricevuto in occasione della riunione straordinaria dell'esecutivo, ieri sera a Roma. A dirla tutta, il governatore ci aveva pure provato: presentandosi all'incontro - presenti i parlamentari sardi, i capigruppo di maggioranza e opposizione in Consiglio regionale insieme alla presidente Claudia Lombardo - con una bozza di documento in cui tutte le responsabilità erano demandate alla multinazionale.
Subito rimosso, per evidente inconsistenza. Il risultato è che «la nostra azione dovrà per forza articolarsi in due tempi», spiega al termine dell'incontro il capogruppo del Pdl Mario Diana: «Nel primo, quello attuale, devono necessariamente prevalere le ragioni del cuore: lo stabilimento deve essere salvato, il futuro della chimica, almeno nell'immediato, deve essere garantito. Non si tratta di schierarsi a favore o contro la chimica in Sardegna. La nostra posizione è al fianco degli oltre tremila lavoratori che rischiano il posto».
Il come lo sottolinea Adriano Salis, capogruppo dell'Italia dei Valori: «Il presidente della Regione dovrà impegnarsi a pressare il Governo nazionale, che è azionista di riferimento dell'Eni. Chiedere da subito che Palazzo Chigi si adoperi per la revoca della decisione e poi riferire in Consiglio mercoledì, quando discuteremo la mozione presentata dal centrosinistra su tutta la crisi isolana, sui primi risultati di questa pressione». In più, è la richiesta del partito di Antonio Di Pietro, «all'incontro tra la Regione e il Governo, il 17, dovranno partecipare anche le parti sociali: impossibile escluderle in un momento come questo».
La seconda fase, secondo quanto discusso ieri, dovrà essere il futuro. Ancora Diana: «Una volta salvate le sorti dello stabilimento e garantito il presente le ragioni del cuore dovranno lasciare spazio al metodo della ragione: ottenuto il risultato, si dovrà ragionare seriamente se per Porto Torres il futuro può essere rappresentato ancora dalla chimica o se non sarebbe meglio pensare ad una riconversione dell'area, con la bonifica dei siti ed il loro inquadramento nel Piano regionale di sviluppo».
Il futuro, appunto. Il presente è ancora tutto da decifrare. Anche perché, lo rileva Graziano Milia, presidente della Provincia di Cagliari, «a Roma come a Cagliari mancano completamente una guida e una visione strategica di questi percorsi, con una caduta di autorevolezza impressionante da parte delle istituzioni. Il precedente governo aveva aperto con l'Unione Europea una partita importante. Questo governo invece è immobile e non è sollecitato in alcun modo dalla Regione. E da parte della Regione sarebbe stato probabilmente più opportuno invitare all'iniziativa romana anche i presidenti delle Province di Cagliari e di Sassari, visto l'impegno profuso su questo fronte. D'accordo per una mobilitazione unitaria, ma che porti a risultati concreti, ricordando la grande importanza che l'industria ha per la Sardegna. Un'importanza e un ruolo a cui non si può e non si deve rinunciare».
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