mercoledì 8 luglio 2009
di Marco Murgia
Eni saluta e se ne va. La Polimeri Europa chiude il petrolchimico di Porto Torres: due mesi a partire dal primo agosto, per ora. Ma nessuna presa in giro, è solo il preludio della serrata definitiva. Soprattutto è l'epilogo di una storia che negli ultimi mesi si era trascinata in attesa di questa decisione: per nulla «sconcertante», come l'ha definita il presidente della Regione Ugo Cappellacci. Prevedibile, anzi prevedibilissima: almeno a guardare i fatti. Invece no: troppo impegnati, i vertici della politica isolana, ad ascoltare le sirene di un governo che si era definito amico e che controlla oltre il 30 per cento del colosso della chimica ma non ha mosso un dito per evitare il crack. Tutto a 24 ore dall'avvio del G8 scippato a La Maddalena, altra colossale presa in giro di Silvio Berlusconi in persona. A L'Aquila apre il summit, qui chiude la più grande industria del nord Sardegna. Una catena che con il suo effetto a cascata arriverà a strozzare l'intero sistema produttivo dell'isola. Qui parlano di Piano Casa come provvedimento indispensabile e invece crolla tutto: servirebbe una new town, ma a quelle ci ha già rinunciato anche il Cavaliere.
Spetta proprio al governatore spiegare che dal primo agosto l'impianto cracking di Porto Torres, da cui dipende l'intera produzione del petrolchimico, resterà chiuso per due mesi. La comunicazione, spiega, è arrivata da dirigenti della multinazionale con «un brevissimo preavviso». Sempre meglio che con la decisione di Berlusconi di spostare il G8 dalla Sardegna all'Abruzzo: allora il presidente della Regione venne a conoscenza del fatto compiuto dalle televisioni. Oggi c'è il preavviso brevissimo: come se davvero, a Palazzo Chigi, nessuno sapesse niente. Così, mentre Cappellacci annunciava l'incontro con undici ministri, richiesto e ottenuto per il 17 luglio, qualcuno lavorava per dare la mazzata finale all'economia isolana. E sì che a Roma si sarebbe dovuto discuterne il rilancio.
Già svuotato nei contenuti, questo super vertice con i ministri amici. Non è un caso che i sindacati chiedano prima di quella data l'intervento deciso del Governo e della stessa Giunta il ritiro del provvedimento del petrolchimico: «Indispensabile», lo definiscono, «perché la decisione coinvolgerà da subito non meno di 450 lavoratori». La richiesta è netta: «La gravissima decisione chiama in causa la responsabilità del Governo nazionale e richiede dalla Giunta regionale un atto di urgente e forte iniziativa politico-istituzionale verso lo stesso governo ed Eni», scrivono Enzo Costa per la Cgil, Mario Medde per la Cisl e Francesca Ticca per la Uil. A due giorni dalla mobilitazione generale in programma per venerdì «questa decisione conferma, purtroppo, tutte le preoccupazioni dei sindacati e rafforza ulteriormente le ragioni che hanno portato a proclamare lo sciopero e la manifestazione del settore industria e dei servizi».
Con una partecipazione che era già annunciata come importante - i lavoratori del petrolchimico di Porto Torres erano impegnati in una assemblea per prepararla, con tanto di blocco del deposito per tenere alta l'attenzione sul polo turritano - l'appuntamento cagliaritano diventa fondamentale. Il provvedimento di Eni e il disimpegno del Governo nazionale obbligano Cappellacci e tutto il centrodestra, dai comuni del territorio sino ai parlamentari, a rivedere la strategia: ancora ieri sera, il governatore avrebbe dovuto incontrare Cgil, Cisl e Uil per definire la strategia da portare a Roma tra una settimana.
Niente toni morbidi, anche se Cappellacci non dice nulla sull'operato del governo in questi mesi: «L'interesse del mercato non può prevalere unilateralmente sull'interesse del territorio e sul futuro di migliaia di buste paga. La natura dell'Eni di società partecipata dallo Stato impone un certo tipo di atteggiamento anche etico e deve essere rispettosa del lavoro istituzionale in corso». Non una parola sulle promesse del premier e dei suoi ministri, Claudio Scajola in testa, negli ultimi mesi. Per il governatore si tratta di una decisione «assunta inopinatamente»: stabilire di fermare a caldo l'impianto cracking di Porto Torres, il cuore del polo chimico, ha messo la Regione «di fronte al fatto compiuto. E questo genererà conseguenze negative a cascata sull'intero sistema produttivo della Sardegna».
Insieme a lui fanno la voce grossa praticamente tutti i parlamentari del Pdl, da Piergiorgio Massidda a Mariano Delogu, da Mauro Pili a Carmelo Porcu e Bruno Murgia: tutti a dare contro al colosso, senza considerare la partecipazione pesante in termini di azionariato del governo. Parteciperanno tutti, insieme ai colleghi del centrosinistra e ai capigruppo di maggioranza e opposizione in Consiglio regionale, alla riunione straordinaria della Giunta convocata a Roma, nella sede della Regione, per questo pomeriggio.
Da parte sua, la multinazionale spiega che la chiusura di Porto Torres è legata all'andamento negativo dello stabilimento. Una situazione aggravata dalla crisi economica, che ha portato a una previsione di perdita operativa per fine 2009 di circa 70 milioni di euro, che si aggiungono agli 84 del 2008. Sono alcuni dei dati che l'Eni - come spiega una nota - ha fornito nell'incontro coi sindacati. Nella nota si sottolinea che, ad eccezione degli elastomeri, «tutti i business presentano margini di contribuzione negativi, condizionati anche da uno scenario petrolifero e di mercato che nella prima parte dell'anno è risultato sfavorevole per tutto il settore petrolchimico europeo» e risulta «particolarmente deficitaria» la situazione del cracker Polimeri Europa, che dal riavvio a febbraio, dopo due mesi di fermata, ha marciato a meno del 60 per cento della sua capacità. L'Eni aggiunge che la marcia a basso carico ha ulteriormente penalizzato l'impianto di cracking e a questo si è aggiunto nel primo semestre un volume di vendite estremamente basso (meno 40 per cento) e una crescita degli stoccaggi passati da circa 9mila tonnellate a febbraio a circa 23mila a giugno. Risulta quindi «indifferibile una fermata temporanea del sito per un periodo di almeno due mesi».
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