martedì 7 luglio 2009
Mentre si affanna in appelli all'amico Silvio perché non diserti l'Isola, il billionario Briatore si ritrova a fare i conti con un gruppo di ribelli sardi. Non è certo una crociata contro il turismo di lusso, quella che ha surriscaldato l'arena di Capriccioli. Allo stato attuale sembra mancare quella consapevolezza indigena, l'unica in grado di mobilitare i residenti contro l'invadenza “continentale”, capace di mettere ferrei paletti tra una concessione, la svendita e l'usurpazione di un diritto. Succede così che i paletti siano gli altri a metterli. Un recinto, per niente virtuale, tra il mondo dei cosiddetti vip, che fanno luccicare per qualche mese l'anno le rinomate spiagge sarde e la gente comune, che in quei posti c'è nata e cresciuta.
Non è una rivolta, ma certamente il segnale che l'insofferenza cresce. Che non è un colpo di sole a far reagire un bagnante privato della pineta dove è solito, da sempre, consumare il pranzo della domenica al mare. Forse, per tanto tempo ci si è fatti convincere: c'è posto per tutti. Poi, tutto a un tratto, le concessioni si allargano, si allungano. Ombrelloni e lettini invadono l'arenile: le riserve a pagamento diventano minacciosi regni a caccia di nuovi territori da colonizzare. La spiaggia libera, terra, sabbia, di conquista. Succede che una piccola striscia di boschetto che garantiva l'ombra ai bagnanti si trasformi in riserva vip per il “Billionaire beach Rubacuori”.
Succede, anche, però, che qualcuno non ci stia e insceni una protesta con tanto di occupazione e raccolta firme contro il “sopruso”. Da sempre in quel piccolo pezzo di terra si consuma il pranzo al sacco delle famiglie, ora non più: un recinto delimita una location arredata con i gazebo riservata agli ospiti del Billionaire beach Rubacuori”. Quanto basta a scatenare la rivolta anti-Briatore. Anche se per motivi diversi, l'insofferenza locale si era già manifestata lo scorso anno. Una piccola sommossa pacifica aveva accolto a gavettoni e schiamazzi l'arrivo a riva in gommone degli amici del patron della Renault in Formula Uno.
In verità la ritirata degli “invasori” fu causata da una guerra acquatica innescata da un gruppo di giovani continentali provenienti da Pavia. Il che la dice lunga sulla capacità di reazione dei sardi, sul loro decantato orgoglio anestetizzato, intorpidito, sbiadito. Alla guerra degli schizzi, poi, parteciparono in tanti, ma l'iniziativa la presero altri. Magari solo per gioco, ma riuscendo nell'impresa di scompigliare almeno l'acconciatura da copertina degli ospiti, costretti in fretta e furia alla ritirata.
I sardi possono consolarsi con Paolo Murgia, il pastore che non cede alla tentazione di Silvio. Di dare il via libera al progetto “Costa turchese” non ne vuole sapere. Lui, le pecore, non ha intenzione di farle emigrare da Murta Maria, la terra dove pascolano abitualmente. È solo un piccolo esempio di resistenza passiva. Ma Murgia è già il simbolo della Sardegna che non si lascia comprare. Che difende un lembo della sua piccola patria. Come il muratore, habitué di Capriccioli, che ha deciso di ribellarsi al recinto di Mr Billionaire. Insomma, c'è spazio per tutti. Ma il messaggio è chiaro: l'ospite sarà pure sacro, ma profano è il tentativo di ridurre i sardi ad ospiti in casa loro.
(c.i.)
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