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giovedì 2 luglio 2009

Sviluppo e crescita, ma niente paesaggio
Nessuna svista alla conferenza regionale:
piano Cappellacci per accontentare il Cav

di Marta Battaglia

Parliamo di cose diverse, evidentemente. Alla conferenza regionale sul paesaggio pendiamo dalle labbra del presidente Cappellacci per capire quali politiche la sua giunta abbia elaborato in materia paesaggistica e ambientale. E quando prende la parola viene da pensare che abbia sbagliato tema, scambiato l'intervento giusto con quello destinato a un'altra occasione.

Parla di sviluppo, di crescita e non di paesaggio, ma non è una svista.

Quella “valorizzazione” che viene dopo la “tutela” negli obiettivi del Piano paesaggistico campeggia da sola nel titolo della conferenza, “Verso una strategia condivisa per la valorizzazione del paesaggio della Sardegna”. Deve essergli sembrato sufficiente, con buona pace della “tutela” perché - si sa - di fronte alla crescita dell'economia tutto passa in secondo piano. Dice il nostro: «Se per tutela si vuole significare un atteggiamento chiuso e sacrificante che danneggia l'economia e la crescita turistica, ebbene noi conieremo un nuovo termine che possa dare il giusto valore alla parola tutela».

E allora sì, si giustificano le anticipazioni dettagliate sul Piano casa e sul Piano alberghi che danno sostanza al suo intervento conclusivo; più pertinenti, in effetti, perché per quanto lo si possa stiracchiare, il PPR non diventerà mai un piano per la crescita economica della regione. Potrebbe, se applicato con intelligenza, spostare l'asse dell'economia regionale verso settori che garantiscano la preservazione delle risorse paesaggistiche, ma no, decisamente non è un piano per lo sviluppo economico.

Ed eccola, la strategia. Rendere innocuo il Piano perché altri strumenti di sviluppo possano mettere radici.

Il Piano Casa, per cominciare: un piano serio di rilancio del settore edilizio che interesserà tutti i comparti e non solo quello residenziale, con un riferimento implicito ai Piani in fase di predisposizione in altre regioni (la Toscana, in particolare, che in quanto a tutela del paesaggio può vantare risultati evidenti agli occhi di tutti) e che circoscrivono a casi ben precisi l'ambito d'azione. Il Piano Alberghi, per proseguire, che dovrebbe consentirci di recuperare un ritardo accumulato rispetto ad altri Paesi affacciati sul Mediterraneo. Perché pare che, mentre qui giocavamo a fare i paesaggisti, sulle coste africane adeguassero le strutture turistiche secondo quanto richiesto dal mercato. Pare che dobbiamo recuperare quel ritardo e adeguarci, di conseguenza.

Penso all'imprenditrice che “mette in scena” i pastori sardi nelle serate a tema del proprio albergo: lo racconta ne “Il regno delle due Sardegne”, il documentario girato per La7 durante la campagna elettorale per le regionali. Mi era venuta la pelle d'oca a sentirla. Mi ritorna adesso, a pensare che siamo lanciati all'inseguimento di questo modello, che prevede centri benessere qua e là e una Sardegna che fa parodia di sé dentro recinti di costruito uguali qui e altrove, ad uso e consumo di turisti rimessi a nuovo nel fisico e nello spirito che hanno bisogno di chiudere la giornata con uno spettacolino. Ma senza rischiare contaminazioni con la vita reale.

Eppure dice bene il presidente Cappellacci, indicando le foto che scorrono alle sue spalle. «La Sardegna ha un paesaggio unico ed è su questa unicità che deve scommettere». Ma allora da dove arriva l'urgenza di omologare la nostra offerta ricettiva ad altre offerte di territori diversi se abbiamo davvero qualcosa di speciale da valorizzare? Perché non è sufficiente definire i contorni di un “modello Sardegna” che è qui e solo qui, che accompagna i turisti agli ovili anziché i pastori al villaggio turistico?

L'affermazione di fondo è quella che più sconcerta. Se la tutela ostacola la crescita economica, allora non va bene. Ma dove dobbiamo arrivare? Quanto deve crescere l'economia perché possiamo dirci soddisfatti? Come tanti, Cappellacci abusa del concetto di sostenibilità (perché no? È di moda, si adatta bene a qualsiasi discorso: va su tutto, come il nero). Trascura, il nostro presidente, quel concetto pesante senza il quale non ha senso parlare di sostenibilità: dobbiamo usare le risorse ambientali per garantire il soddisfacimento dei nostri bisogni e non una illimitata crescita economica.

E non è questione di sfumature.

A rimetterli a fuoco, i veri bisogni, scopriremmo di poterci permettere sin d'ora il lusso della “tutela”, di poter godere oggi delle risorse che compongono il nostro paesaggio pur impegnandoci perché rimanga inalterato il loro valore - ecologico, identitario, economico - a beneficio di quelli che verranno dopo di noi.

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