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venerdì 26 giugno 2009

Viva o abbasso la scuola?
Formazione e informazione
Ecco la sfida degli educatori

di Rita Garau

Alla consegna del compito corretto l'insegnante dice: “schifo”! ; “Mandi suo figlio a fare il muratore”; “O sono scemo io o sei rimbecillita tu”;“Assegno esercizi difficili a posta perché non stanno studiando, così capiscono che devono studiare di più”;“Signora, se badassi alle relazioni in classe e a tutti questi segnali, non riuscirei a finire il programma”;“Signora che voto è stato dato… non ricordo se è cinque o sette meno, forse… si è portato il compito a casa? Provate a cercarlo”; “Abbiamo provato di tutto ma questi ragazzi sono svogliati, pensano a chiacchierare, a fare altro”; “Devono sapere tutto e sempre tutti gli argomenti che trattiamo”; Gita scolastica, mia figlia presente: “Signora ma c'era sua figlia in gita”?

Ho voluto citare solo queste poche di tante affermazioni dette in classe e durante i colloqui dai professori di una scuola media di Cagliari. Parole che spesso pur facendo sorridere ironicamente hanno condizionato fortemente il nostro modo di affrontare la scuola e soprattutto aumentato la mole della fatica nell'invogliare nostra figlia ad apprezzare al meglio l'ambiente scolastico nella sua globalità. Le frasi sopracitate dai professori possono, anzi devono rappresentare il vademecum di ciò che un insegnante, con la “I” maiuscola, non dovrebbe fare, dal momento in cui seduto dalla parte della cattedra svolge un ruolo di insegnante e aggiungo io, di educatore.

Prima di tutto dalla parte del ruolo di madre, che crede nella collaborazione scuola -famiglia, mi sono sentita tanto disorientata quanto ferita perché accusata anche di avere avuto poca fiducia nei professori. Nel ruolo d'insegnante mi vergogno di far parte di un sistema scolastico in cui sono presenti insegnanti fossilizzati e convinti che il loro operare unidirezionale ha effetti positivi su tutti gli allievi, e che se qualche alunno non resta al passo dei più bravi o del proprio livello “immaginario” di conoscenza significa che il disturbo dipende solo dall'alunno.

Nel ruolo di educatore, invece, noto che il “finto” insegnante ormai è radicato ovunque e che finisce molto spesso per addebitare la colpa all'alunno di essere svogliato, poco interessato ed elemento di disturbo. Nasce a questo punto una più che mai convinta riflessione: aumentano i bulli o aumentano il numero di insegnati con scarse competenze pedagogiche-didattiche?

Vorrei far presente che dietro alla svogliatezza, alla noia che l'alunno manifesta durante la lezione, spesso si cela un disagio da ricercare o semplicemente potrebbe trattarsi di un alunno che necessita di un aiuto, di un diverso approccio educativo. Nessun insegnante di mia figlia, si è posto la domanda “come mai” ma ha sempre sottolineato i difetti e attribuito giudizi in decimi senza mai riflettere sul “Cosa posso fare, come posso intervenire?”.

Un suo ex compagno è stato bocciato e nessuno degli insegnanti si è accorto che era dislessico disgrafico e discalculo. Vergognoso! Si addita la colpa all'alunno o lo si etichetta con attributi che condizionano negativamente l'andamento scolastico del ragazzo. Più alta è l'autostima nel ragazzo più alto è il livello di conoscenze e la partecipazione attiva nel gruppo. Considerando che per fattori pregressi l'autostima di mia figlia era mediocre le frasi citate e le dinamiche sociali per niente gestite al meglio in classe, non sono state di certo un ottimo aiuto.

Si parla tanto di scuola di qualità, di didattica efficace, ma sono sempre più attorniata da insegnanti che sprecano parte del tempo a lavoro a lamentarsi sull'andamento degli alunni senza però provare ad agire. Ritengo che chi opera nella scuola debba fare periodicamente, in modo sistematico, una riflessione sul proprio operato: sul modo di agire, sul proprio stile di relazione con la classe e sulle modalità di presentazione della propria disciplina affinché suscitino un immediato e durevole coinvolgimento degli allievi.

Riconosco che fare l'insegnante è un mestiere difficile, ma questo resta tale se non ci si discosta dalle proprie convinzioni, ormai superate, di una scuola dove gli alunni devono stare zitti e seduti ed assorbirsi le informazioni di epoche lontane e da sapere a menadito, senza poi invogliarli nell'esprimere il proprio giudizio. La classica interrogazione è l'unica arma adottata e unico strumento per giudicare la qualità dell'allievo. È ancora radicata, infatti, l'idea che più sai, più vali come persona. La scuola è prima di tutto luogo per eccellenza di formazione, è uno dei più potenti fattori d'integrazione, un luogo in cui ci si narra ci si racconta in un contesto di relazioni significative; se questo è il punto cardine dell'operare di ciascun insegnante, nel caso di mia figlia e di alcuni suoi compagni posso raccontare che la scuola ha giocato un ruolo più che di formazione, di deformazione.

Ciò che abbiamo visto e subito è una scuola attenta ai soli “bravi alunni”. Ora mi domando: perché vi è la presunzione da parte degli insegnati di prendersi i meriti per aver svolto un ottimo lavoro sul meritevole alunno? Ma quale merito, se era già dotato di bravura propria? Carissimi insegnanti penso che buoni corsi di aggiornamento periodici non rubino tempo alla propria vita, anzi aiutano a sapersi relazionare meglio con tutti e a capire che in ogni alunno che cresce bisogna saper ascoltare, come diceva la Montessori, il duplice bisogno: aiutami a fare da solo! Dammi sostegno, ma stimola la mia autonomia, stammi vicino quando ho bisogno, ma insegnami anche a conoscerla da solo.

Cari professori, insegnanti ed educatori, allora, non mi resta che suggerirvi per questa vacanza la lettura di un bellissimo libro di Daniel Pennac “Diario di scuola” e ricordarvi che la scuola è formazione e non solo informazione; Tutti hanno il diritto di essere ascoltati e aiutati e preparati ad accogliere un nuovo cammino, ben motivati.

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