venerdì 26 giugno 2009
di Massimo Fresi
Avevamo lanciato, già un anno fa, il nostro no preventivo alla possibilità che la Sardegna fosse individuata come sede di una centrale nucleare. Oggi, con la discussione alla Camera sul decreto Sviluppo, l'argomento torna di strettissima attualità. Per il sito ma anche per la possibile localizzazione di un deposito per lo stoccaggio delle scorie radioattive. Nel contributo di un nostro lettore tutte le motivazioni, supportate da numeri di cui avevamo già parlato nella nostra edizione cartacea, per cui il pericolo reale sarebbe proprio quello dei rifiuti atomici.
Si sta dando enfasi alla possibile realizzazione in Sardegna di una centrale nucleare, ma viene trascurato il ben più grave problema delle scorie radioattive. Sia di quelle sino ad oggi accumulate e disseminate su tutto il territorio nazionale, sia di quelle eventuali che si produrranno nelle centrali nucleari annunciate.
È assai improbabile che risulti conveniente realizzare una centrale nucleare nella nostra regione. Sono tecnicamente valide le motivazioni a supporto di una ottimale scelta del sito in Sardegna (geologicamente stabile, ricca d'acqua, scarsa popolazione). Rimane il fatto che l'energia prodotta deve essere utilizzata e devono esserci utenze sempre in grado di accoglierla, considerato che la natura stessa della centrale nucleare non consente ampi margini di regolazione della potenza. La regolazione deve essere affidata alle tradizionali centrali. Dunque la sola utenza sarda non è in grado di assicurare queste condizioni: la potenza assorbita nei picchi è di soli 1.750MW, quella media è di 850MW, mentre la potenza di una centrale nucleare come quella proposta è di 1.600MW. Pertanto l'energia prodotta dall'ipotizzata centrale deve essere conferita alla rete nazionale. Attraverso un cavo adatto.
Nella nostra regione nei prossimi anni ci sarà una potenza installata di almeno 2.000MW da fonti rinnovabili (eolico, solare, biomassa, idroelettrico) con una produzione di circa 4.400 Gwh/anno; si realizzerà un centrale a carbone (Fiume Santo) da 410MW; con l'arrivo del metano se ne dovrà realizzare almeno una di taglia media da 400MW. La produzione complessiva potrà superare perciò i 20.000GWh/anno. Tolti 12-13.000 assorbiti nella regione (nota bene: con le industrie energivore in piena efficienza) ne restano circa 8.000 che sono proprio quelli in grado di essere esportati dal cavo Sapei da 500+500 MW (dal costo di circa 700 milioni di euro) in costruzione: approderà a Latina nell'area della vecchia centrale nucleare (per cortese concessione della Sogin).
In Sardegna una entrale nucleare aggiuntiva da 1.600MW produrrebbe almeno 11, forse 12.000GWh/anno che dovranno necessariamente essere inviati al continente con un altro Sapei da circa 1.400MW di potenza. Ciò farebbe incrementare il costo connesso alla centrale di altri mille milioni di euro (cioè più del 20 per cento del valore) e produrre una perdita d'energia per trasmissione e conversione tra il 12 e il 18 per cento.
Queste semplici considerazioni di carattere economico sono sufficienti a rendere improponibile a qualunque serio investitore (pubblico o privato) la realizzazione di una entrale nucleare in Sardegna.
Potrebbe esserci un altro scenario, prospettato da qualcuno. E.On rinuncia al nuovo gruppo a carbone da 410MW, realizza la centrale nucleare (non a Fiumesanto: anzi, lo abbandona), rimangono in funzione la Sarlux (CIP6) da 575MW, la nuova Enel di 350MW a Portoscuso, si limitano le rinnovabili a non più di 800MW, qualche turbogas e ciclo combinato di non rilevante entità. In questo modo si potrebbero sempre avere intorno a 20.000GW/anno di cui circa 8.000 da esportare sul solo Sapei in costruzione. Il sistema può reggere, con qualche difficoltà, sulla carta. Incontrerebbe opposizione da chi vorrebbe sviluppare più rinnovabili; l'utilizzo del metano sarebbe marginale e si ridimensionerebbe la stessa Enel. Il territorio gradirebbe ancor meno una tale soluzione per la conseguente contrazione dei posti di lavoro.
Da queste considerazioni (e da altre più generali, di carattere economico, ambientale e d'accettabilità da parte delle popolazioni) appare improbabile che si possano realizzare centrali nucleari, non solo in Sardegna, ma neppure da altre parti d'Italia. La propaganda sta facendo passare l'idea nell'opinione pubblica che il nucleare moderno è sicuro e, soprattutto, economico. In più risolverà gli storici problemi energetici dell'Italia. Hanno già detto (sul sito Enel), distorcendo i dati che con quattro centrali si produrrà il 25 per cento dell'energia necessaria al paese. In realtà potrebbe essere il 3-5 per cento dell'energia totale consumata, non più del 12 per cento di quella elettrica.
I costi saranno, senza aiuti pubblici (tradotto: aumento della bolletta oggi per un beneficio futuro, come tentato da Scajola recentemente), impossibili da sostenere da privati: le banche appaiono poco disposte a concedere prestiti per questo scopo e le società assicuratrici si danno latitanti. Come nel resto del mondo.
Da noi ci sarà comunque la pressione sulle popolazioni, tra smentite ed atti ufficiali, attraverso i quali si creerà il necessario clima di scontro, con tutti (nelle dichiarazioni) contro e nessuno favore, sino a giungere alla ineluttabilità della scelta pro-nucleare nell'isola. A questo punto si negozierà su un compromesso: in Sardegna non ci sarà nessuna centrale, ma la regione dovrà (generosamente, come sempre) contribuire al benessere e allo sviluppo del Paese. Dovrà “solo” ospitare siti per lo stoccaggio definitivo delle scorie radioattive, passate, presenti e future. Quale soluzione migliore. I requisiti sono gli stessi per cui la nostra terra è idonea per le centrali, in più ci sono aree militarizzate - come Quirra, Perdasdefogu, Teulada - scarsamente popolate e facilmente presidiabili. Oppure le miniere abbandonate del Sulcis, magari facendo affidamento sulla situazione di degrado ambientale esistente e sulla rassegnazione d'un popolo da sempre sotto il ricatto occupazionale.
Si magnificheranno i vantaggi: contributi ai comuni, posti di lavoro per fare la guardia alle scorie, per trasportarle ed interrarle. Tacendo, ovviamente, che il trattamento delle scorie è forse più pericoloso di una centrale. Comporterebbe un transito continuo di navi, aerei, treni, camion che trasportano sostanze pericolosissime, a rischio continuo di incidente rilevante. È proprio questo che si vuole fare.
Credo che a molti non sia sfuggito che il presidente Ugo Cappellacci dichiara sempre la sua contrarietà alle centrali nucleari in Sardegna, ma non risulta aver mai fatto cenno alle scorie radioattive.
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