mercoledì 24 giugno 2009
di Marco Murgia
Neppure ricevuti da un esponente del governo, eppure sotto Palazzo Chigi erano in tanti. I lavoratori della chimica italiana, a Roma per lo sciopero nazionale indetto da Cgil, Cisl, Uil e Ugl: 120 solo dalla Sardegna, 85 da Porto Torres e gli altri da Macchiareddu, Ottana, Sarroch. Con loro i dirigenti regionali e territoriali dei sindacati, la presidente della Provincia di Sassari Alessandra Giudici e i rappresentanti istituzionali di 18 comuni del territorio. Nessuno dalla Regione, né Ugo Cappellacci né un suo assessore: ché protestare contro l'azione di Silvio Berlusconi e dei suoi ministri, dopo l'aiutone farcito di promesse durante la campagna elettorale di febbraio, non è conveniente. Come se il governo, con la crisi del settore in Italia e in Sardegna, dove da padrone la fa l'Eni controllata dallo Stato per oltre il 30 per cento, non c'entrasse niente.
Non è così. Lo sanno bene i sindacati e la delegazione di deputati sardi e veneti del Partito democratico che ieri hanno incontrato i rappresentanti dei lavoratori. Almeno loro: gli altri, i parlamentari della maggioranza, fanno finta di niente: in attesa del compimento delle promesse messianiche del premier. Eppure i sindacati hanno le idee e gli obiettivi chiari: l'esecutivo del Cavaliere da una parte e il colosso a sei zampe dall'altra.
Il primo non ha nessun piano per il rilancio del comparto: il rischio, dicono Cgil, Cisl e Uil, è che il paese perda una risorsa fondamentale «che ha valore strategico per l'economia nazionale e che costituisce uno dei primati dell'Italia a livello internazionale». Il secondo, l'Eni, il piano lo ha invece ben definito: la dismissione della chimica per puntare esclusivamente sull'energia. Con annessa la volontà di non agevolare il lavoro di eventuali acquirenti degli impianti per non avere concorrenti in futuro. In Sardegna insegna il caso Sartor, l'imprenditore veneto costretto a dichiarare fallimento a poche settimane dall'acquisto degli stabilimenti di Porto Torres destinati alla fermata. Motivo: il mancato rispetto degli accordi da parte della multinazionale sul prezzo delle materie prime, senza nessun intervento del governo.
In Sardegna la situazione è drammatica: c'è Porto Torres ma non solo. C'è Assemini, ci sono Sarroch e Ottana: la chiusura di uno stabilimento provocherebbe una reazione a catena di proporzioni allarmanti, in un settore in cui la cassa integrazione a livello nazionale è cresciuta del 700 per cento. C'è la convocazione dell'Osservatorio regionale sulla chimica e la nomina, da parte del governo nell'ambito della vicenda Vinyls, di un commissario straordinario sardo, Franco Appeddu. Con che poteri e quali margini di manovra è difficile da stabilire.
La via da seguire è soprattutto quella istituzionale. Lo chiarisce il capogruppo dei democratici a Montecitorio Antonello Soro: «Porteremo all'attenzione della Camera il problema della chimica e chiederemo alla conferenza dei capigruppo l'immediata calendarizzazione della mozione del Pd per chiedere al governo di impegnare l'Eni alla difesa e al rilancio della chimica italiana». Per ora c'è una risoluzione votata da tutta la commissione competente, ma il documento è fermo negli uffici. Nel frattempo, ricorda Giulio Calvisi - che insieme ai colleghi Guido Melis, Amalia Schirru e Caterina Pes ha partecipato all'incontro con sindacati e lavoratori - «il governo taglia i fondi per le bonifiche e per l'innovazione e la ricerca, fondamentali per il comparto chimico». C'erano, quelle risorse, previste dal decreto Bersani e confermate dall'esecutivo attuale: prima del dirottamento dei soldi per il salvataggio di Alitalia.
Dall'incontro tra deputati e sindacati vengono fuori altri due impegni: il primo riguarda l'annunciato decreto per il rilancio dell'economia, che dovrà contenere un pacchetto di misure specifiche per la chimica; il secondo è di strettissima attualità, sulla visita della commissione industria della Camera in Sardegna: «Chiederemo», dice Calvisi, «che la delegazione passi anche da Assemini e non si fermi solo a Porto Torres». Una missione, quella dei parlamentari, utile per ascoltare le segreterie regionali dei sindacati sulla difficile situazione produttiva e occupazionale dell'isola e i ritardi e le inadempienze relativi agli accordi di programma sulla chimica e sull'energia.
I sindacati intendono denunciare «i silenzi sull'impegno assunto di rivedere l'intesa Stato-Regione con uno specifico accordo di programma quadro per rilanciare le attività produttive in Sardegna». Sul tavolo non ci sarà solo la chimica, però: Cgil, Cisl e Uil denunceranno anche le inadempienze su Ottana, sul settore tessile e le difficoltà delle industrie energivore del Sulcis.
«La decisione della Commissione industria della Camera di verificare direttamente in Sardegna lo stato di crisi dell'economia isolana», spiegano in una nota, «assume una notevole rilevanza alla luce della decisione assunta da Cgil, Cisl e Uil di tenere lo sciopero generale dei settori produttivi e dei servizi a rete per il 10 luglio. Non bisogna infatti perdere più tempo di fronte alla continua e costante perdita di posti di lavoro in tutti i settori economici. L'Istat ha rilevato nel primo trimestre 2009 un tasso di disoccupazione al 14,1 per cento, mentre il tasso di occupazione è sceso al 49,4 per cento e il tasso di attività al 57,6 per cento: sono i dati più bassi degli ultimi cinque anni. L'industria continua a perdere posti di lavoro: meno 10mila negli ultimi dodici mesi. Ai parlamentari sardi e a quelli nazionali verrà dunque chiesto non solo di registrare le drammatiche difficoltà produttive dell'isola ma di farsi interpreti presso il Governo di riaprire i tavoli del confronto con le parti sociali e la Regione e di rilanciare insieme al sindacato una nuova vertenza con l'Unione europea sul tema energetico, delle telecomunicazioni e trasporti e sul riconoscimento dell'insularità».
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