martedì 23 giugno 2009
di Giorgio Melis
Addio alle urne, ultimi in Italia anche nei referendum e dopo il tracollo europeo. I peggiori per partecipazione democratica anche rispetto al Sud profondo. La Sardegna ha sempre avuto un tasso di civismo elettorale in media col resto d'Italia, differenziandosi da fenomeni negativi in molte zone del Meridione: Ora sembra aver scelto la strada del disimpegno, del rigetto dell'urna, capofila di un fenomeno diffuso ma da noi più recente e devastante. In coerenza con la volontà espressa nel voto europeo di due settimane fa: alle urne appena 41 sardi su cento, la peggiore performance di ogni tempo. Venticinque punti in meno del 65 per cento nazionale, con un tracollo ancora maggiore rispetto al voto regionale di febbraio. Il referendum non era per niente attraente, non correggeva la legge-porcata nel punto più sentito: la nomina dei parlamentari, non più eletti ma scelti dai cinque-sei segretari dei partiti. Flop annunciato ma in numeri peggiori anche delle più fosche previsioni. Davvero impressionanti in Sardegna: col 12,3 per cento contro il 22 nazionale. Tenendo presente che i sardi hanno sempre avuto un occhio di riguardo per Mariotto Segni, galantuomo rispettato, che per questo ha raccolto nella sua terra tante firme e una partecipazione comunque dignitosa. Stavolta si è davvero toccato il fondo di quello che appare un trend non casuale ma determinato e inquietante.
Non è una fuga occasionale dalle urne. È la seconda risposta consecutiva in pochissimo tempo, di segno inequivocabile: c'è rabbia, delusione, frustrazione che si traduce in diserzione dal voto. Una Sardegna come svuotata dal tradimento e dall'inganno in cui è caduta grazie a Berlusconi al voto regionale, tra furore ormai impotente e forse espiazione consapevole di una scelta rovinosa. C'è la constatazione quotidiana che tutto quanto era stato annunciato, solennemente promesso, ribadito in ogni sede pubblica è stato ribaltato nel suo opposto. Il ridicolo Cappellacci è spernacchiato o deriso ovunque vada proprio perché è evidente a tutti che conta meno di niente, nessuno lo prende sul serio, nulla può fare per garantire un minimo di attenzione e copertura alla Sardegna. Dopo essere riuscito a farlo eleggere, Berlusconi lo ha scaricato come un'inutile, fastidiosa protesi: il Cavaliere è sparito dalla Sardegna, tranne per le comparsate erotiche a Villa Certosa. Non ha più niente da dire e mai ha avuto intenzione di dare: semmai di togliere, come ha fatto da magliaro per il G8 e le opere pubbliche progettate e in parte finanziate dalla Regione.
Di suo, Cappellacci - già sfiduciato dall’elettorato sardo nelle europee dopo soli tre mesi da presidente: caso unico in 60 anni di autonomia - ci mette l'inconsistenza come presidente e come guida di una Giunta tutta da ridere: infatti già in fase di smantellamento dopo i primi mesi da dilettanti allo sbaraglio. Con la faccia di bronzo di mostrarsi indignato perché la Regione è sotto assedio mentre si copre di ridicolo invocando l'unità proprio a La Maddalena tradita e offesa, dove solo la protezione delle forze dell'ordine lo ha messo al riparo dalle contestazioni più dure. Lui sorride e esibisce un coté mondano a Roma, per la gioia del Cafonalino di Dagospia. Purtroppo è la Sardegna che piangerà per una prospettiva economica e sociale disastrosa, di fronte alla quale è esposta a tutto, di più e di peggio. Senza alcuno scudo regionale, senza che a livello nazionale qualcuno ci ascolti e ci senta: siamo politicamente irrilevanti e afoni. Saranno soddisfatti e felici quelli che senza Soru tutto andrà per il meglio, basterà detronizzarlo e la Sardegna spiccherà il volo. Non è che con l'uomo di Sanluri avremmo avuto un paracadute contro la crisi generale. Ma certo si sarebbe potuto contare su un sardo vero pronto a tutto per tutelare la sua terra in ogni sede, con fermezza e orgoglio.
Invece. Invece abbiamo perso il rispetto degli altri italiani e di noi stessi. Dietro il rigetto violento del voto c'è la morte della speranza, la consapevolezza d'essere in balia di noi stessi in un mare burrascoso. I sardi sono in grande maggioranza allo sbando. A partire da quelli che avevano trovato la loro ragion d'essere e furente passione nella lotta contro Soru, si sentono traditi, ingannati, offesi e giustamente depressi perché vedono che sono caduti in trappola e non c'è rimedio. Gli altri non si consolano con l'inutile “l'avevamo detto”: sono parte di un disastro generale, forse pronti a ricominciare a lottare ma per il momento ugualmente depressi e impotenti.
Specie continuando a vedere il giornale della Curia di Cagliari, quella di mons. baciamo-le-Mani, Cavaliere, che si alza in difesa di Berlusconi contro il “complotto” sulle sue vergogne da vecchio maniaco sessuale. Collocandosi . nel delirio forzista dell'arrogante prelato toscano, anche contro la linea recente della Conferenza episcopale italiana. La Sardegna era diventata un soggetto politico e culturale che aveva trovato attenzione, rispetto e peso nazionalmente e all'estero. Ora è ridotta a un ectoplasma sotto tutti i profili, potrà subire nuovi scempi dagli Unni indigeni e d'importazione. Infine conosce anche una regressione elettorale che rischia d'essere una caduta democratica, perdita irreparabile di coscienza e senso di sé, sfiducia mortale, rassegnazione al peggio. Grazie Berlusconi: meno male che Silvio c'è e si vede, purtroppo.
(red)
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