martedì 23 giugno 2009
di Marco Murgia
Il sole non c'entra, anzi. Quindi serve scartare immediatamente la “scusa” classica degli elettori che hanno preferito le spiagge alle urne. C'è il mare, di mezzo: ma è quello degli astenuti. Per il referendum abrogativo di parte della legge elettorale è uno tsunami che travolge il 22-23 per cento che ha deciso di presentarsi ai seggi. È il dato italiano, quello: lontanissimo dal quorum del 50 per cento più uno che avrebbe reso valida la consultazione. In Sardegna, poi, c'è l'abisso: con poco più del 12 per cento di affluenza. Il dato più basso nel Paese, una conferma della distanza tra la politica e i cittadini a due settimane dalle elezioni europee: anche in quella occasione, l'isola era stata maglia nera per partecipazione.
Allora «c'è da commentare?», sorride Mario Diana. Il capogruppo del Popolo della Libertà in Consiglio regionale sa bene che il suo partito era schierato per il sì. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi annunciò il suo voto favorevole sfidando le ire degli alleati della Lega. Per non scontentare troppo Umberto Bossi, soprattutto dopo i risultati delle europee, disse che non avrebbe fatto campagna elettorale. Né lui né gli altri, a vedere col senno del poi l'impegno dei partiti nelle scorse settimane.
Però in Sardegna, ancora una volta, è diverso: quel 12 per cento è comunque un segnale. «Non è disaffezione alla politica», dice Diana, «perché quando si tratta di politica vera, come in occasione delle elezioni regionali, la gente ha partecipato e ha partecipato in massa». Allora «se c'è una lettura è questa: più la politica è vicina, più gli elettori vanno a votare». Ma per questo referendum «i quesiti erano troppo tecnici, quindi lontani. Come era lontana l'Europa due settimane fa».
Sono i numeri a non perdonare. Secondo i dati diffusi dal Viminale, nell'isola ha votato solo il 12,3 per cento degli aventi diritto, poco più della metà rispetto ai numeri nazionali. La provincia sarda dove l'astensione è stata più marcata è quella di Olbia-Tempio (9,3 per cento), seguita dall'Ogliastra e dal Sulcis-Iglesiente, con poco più del 10 per cento. L'exploit, perdonateci il termine, nel Sassarese con il 14,9 per cento dei votanti: ma è il territorio di provenienza di Mariotto Segni, uno dei più accesi referendari. Nel Cagliaritano oltre due punti in meno (12,6 per cento) come nel Medio Campidano (12,8). Nell'Oristanese il 12,2 per cento, nel Nuorese l'11,8.
Numeri che fanno riflettere, «sono un segnale di sfiducia verso la politica». Nelle parole del capogruppo del Partito democratico in Consiglio regionale, Mario Bruno, c'è tutta la distanza dal collega del Pdl Diana. Anche il Pd, almeno a livello nazionale, si era schierato per il sì: eppure la lettura è diametralmente opposta: «È vero che nell'ultimo periodo in Sardegna si è votato più spesso che nelle altre regioni, ma quel 12 per cento è comunque un segno di distacco. Serve un esame di coscienza della politica, e poi l'avvicinamento alle esigenze reali della gente». C'è la difficoltà dei quesiti, secondo Bruno, «ma anche lo scarso impegno dei partiti in campagna elettorale. Le modifiche proposte avrebbero dettato una tendenza, però senza risolvere del tutto la legge porcata: i cittadini lo hanno capito e non hanno partecipato».
Resta la necessità di un cambiamento della legge elettorale, senza dubbio. Lo sottolinea anche Michele Piras, coordinatore regionale di Sinistra e Libertà. Uno di quei partiti o movimenti che con la vittoria del sì sarebbe stato risucchiato nel grande vortice dell'omologazione dei due grandi schieramenti: «Il dato politico della scarsa affluenza è proprio questo: gli italiani hanno espresso la propria contrarietà al bipartitismo». Piuttosto serve il ragionamento sullo strumento referendario: «Spesso le consultazioni popolari sono poco sentite e molto pompate, come se presupponessero grandi riforme: ma così facendo il referendum risulta inutile, fin quasi a svilirlo. E questa volta ci sono quasi riusciti». Sulla scarsa affluenza sarda ha giocato molto la “stanchezza” elettorale: «Nell'isola c'è stato il voto per le regionali di febbraio, dopo una campagna dura anche per gli elettori; poi le elezioni europee di due settimane fa. In più niente ballottaggi per le amministrative, e il gioco è fatto».
Soddisfazione a metà anche per l'Italia dei Valori. Da una parte «il risultato era atteso», dice il capogruppo del partito in via Roma, Adriano Salis, «perché molti hanno capito la pericolosità dei quesiti». Anche quello di Di Pietro è (ancora) uno dei partitini che avrebbero rischiato la centrifuga, quindi l'esito «è una sconfitta elettorale per i sostenitori del sì, che avevano pensato di violentare la legge elettorale in versione bipartitica. Dovrebbe spingere alla riflessione sia Berlusconi che il Pd, con i democratici impegnati a difendere a oltranza questa consultazione».
Il rovescio della medaglia, per un gruppo che del referendum fa uno dei propri cavalli di battaglia, è l'abuso che se ne fa: «Crea disaffezione sull'istituto referendario, e questo è un problema: la legge elettorale si cambia in Parlamento, e lì ognuno dovrebbe assumere le proprie responsabilità senza nascondersi», continua Salis, «e senza usare la consultazione invano. Noi abbiamo raccolto milioni di firme per l'abrogazione del lodo Alfano, non vorremmo che si punisca anche questo. Ma è un argomento molto più vicino al popolo». Pure al premier, a dirla tutta: vuoi vedere che in quella occasione Berlusconi scenderà in campo con tutte le armi e il suo fuoco di fila?
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