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giovedì 18 giugno 2009

Dalla solidarietà isolana per l'Abruzzo
al miserabile premeditato scippo del G8:
affonda l'Isola con l'aiuto dei suoi eletti Pdl

di Guido Melis

Il signor Antonello Pilo di Sassari, classe 1934, volontario della Croce Rossa, militante del Partito democratico sassarese, circolo «Partecipazione e democrazia», sede in una delle zone più popolari di Sassari, ha un primato. Il 16 aprile, praticamente da solo, ha organizzato una prima spedizione in Abruzzo di 4 autoarticolati, 120 tonnellate di viveri di prima qualità offerti dalla generosità dei commercianti sassaresi. Il 6 giugno, grazie all'aiuto generoso di enti locali, fondazioni bancarie e associazioni della provincia di Sassari, ha potuto consegnare tre gruppi elettrogeni della potenza complessiva di quasi 300 chilowatt per erogare l'energia elettrica nei campi profughi più periferici intorno alla città dell'Aquila.

Cittadino esemplare, Pilo è certamente solo uno dei tantissimi casi che si potrebbero citare su scala nazionale (perché l'Italia sarà un Paese pieno di difetti, ma non difetta certo di senso di solidarietà nazionale). Se lo cito è semplicemente per poter dire in modo netto che i sardi, in particolare il Partito Democratico della Sardegna, sentono come propria la tragedia dell'Abruzzo e sono senza riserva alcuna al fianco di quelle disgraziate popolazioni. L'ho detto anche alla Camera: siamo anche noi, non possiamo non essere, tutti abruzzesi.

Ciò non toglie però che si debba denunciare con forza il vero e proprio scippo delle opere e dello svolgimento del G8 subìto dai sardi per volontà del Governo Berlusconi. Uno scippo del resto lungamente annunciato ben prima del terremoto, che solo occasionalmente e strumentalmente ha trovato motivo per compiersi nella tragica emergenza del sisma.

Pochi fatti, del resto ben noti. Dopo una campagna elettorale regionale alla quale il Presidente del Consiglio ha voluto partecipare in prima persona, sostituendosi in pratica al candidato del centrodestra, inondando della sua figura, delle sue parole (e dei suoi soldi) ogni più remoto angolo della nostra regione, tutti gli impegni solennemente assunti davanti agli elettori sono stati in breve periodo sistematicamente traditi.

È accaduto con la chimica di Porto Torres e di Assemini, per la quale si era improvvisato - con grande clamore mediatico - un tavolo per accordi governativi a soli quattro giorni dal voto, e che è stata semplicemente mandata a picco.

È accaduto con l'Eurallumina, per cui si era promesso chissà quale intervento dell'amico Putin, e che è stata brutalmente cancellata.

È accaduto con le bonifiche industriali a Porto Torres e altrove.

È accaduto con la strada Sassari-Olbia: un'arteria cruciale per il Nord della Sardegna, sulla quale muoiono ogni anno decine di persone, che richiede urgentissimi interventi.

È accaduto, infine, per l'intero G8, spostato in blocco in una notte, con una dichiarazione del premier, dalla Maddalena all'Aquila, dopo che per oltre due anni si era lavorato alacremente alla preparazione dell'evento, mobilitando su di esso risorse ingenti derivanti dai fondi FAS spettanti alla Regione sarda e specifiche risorse autonome della Regione stessa.

Ho detto «scippo lungamente annunciato» perché il presidente del Consiglio, con quel suo metodo tipico che consiste nel prendere le decisioni non nelle sedi formali ad esse deputate, ma nelle interviste estemporanee alla televisione o con delle dichiarazioni ai giornali, aveva già lasciato aleggiare più di una volta lo smantellamento del G8 alla Maddalena, come, ad esempio, quando ne aveva proposto lo spostamento a Napoli, un'altra piazza sulla quale cercava a quell'epoca consensi facili a spese altrui. Della Maddalena e della Sardegna, lo capiamo benissimo, non gli interessava più nulla, dopo che aveva fatto il pieno dei voti sardi alle elezioni regionali e si era liberato del temuto Renato Soru, colpevole di aver promosso un progetto di riscatto e di autonomia dell'isola dalle speculazioni dell'affarismo nazionale e internazionale.

Si è colta allora al volo l'occasione del terremoto, per fare cosa? Ci dicono per spostare il G8 all'Aquila, per ovviare così almeno in parte al dolore e alla tragedia, al disagio profondo di quelle zone. Ma chi è stato in quella disgraziata città, come per esempio Antonello Pilo, chi ha potuto vivere come lui diversi giorni nei campi e conoscere dal di dentro, parlando con i responsabili e lavorando con loro, i problemi reali di quelle popolazioni, ci dice che in mezzo a quelle macerie, in mezzo a quelle tende, davanti a quei tanto drammatici problemi di sopravvivenza, un vertice internazionale complesso e ingombrante come il G8 non lo si potrà mai celebrare, o perlomeno forse si potrà mettere in scena una parata, una cerimonia di facciata, ma si sposterà naturalmente altrove l'effettivo svolgimento dei lavori.

Non è dunque per favorire le popolazioni terremotate, come ci hanno detto mentendo nei telegiornali di regime, che il G8 è stato scippato alla Sardegna. Piuttosto per realizzare un facile spot pubblicitario, per rispondere, come sempre sul piano dell'immagine, ai problemi più drammatici della realtà. È fiction, pura fiction e niente più, nella maniera alla quale ci ha abituato da tempo questo Governo.

Gli effetti però sulla Sardegna non sono stati fiction, sono stati e sono durissimi.

L'assegnazione del G8 alla Maddalena, quando fu ideato dal Governo Prodi e dalla giunta regionale presieduta da Renato Soru, voleva essere una chance di straordinaria portata offerta a quell'isola dopo la dismissione della base americana, per compensarla dei lunghi decenni di servitù militare e anche dei rischi di inquinamento atomico corsi dalla popolazione, riconvertendola ad un turismo d'élite, di richiamo internazionale. Le opere previste per il vertice, di grande rilevanza e spesso anche di notevole pregio urbanistico, avrebbero dovuto costituire la dote che il G8 avrebbe lasciato a quella popolazione. L'intero indotto del Nord Sardegna, un'area fortemente depressa per le conseguenze della crisi industriale e per gli acuti problemi che si legano alla difettosa continuità territoriale con il resto d'Italia e d'Europa, se ne sarebbe avvantaggiato. E la Sassari-Olbia non era che uno dei punti chiave di questa strategia di rilancio. Si legavano al G8 anche la realizzazione della strada Olbia-Arzachena, della Olbia-S.Teodoro, il riassetto funzionale del collettore fognario costiero, gli interventi sulla portualità turistica, la sistemazione urbana di ampie zone di lungomare alla Maddalena, il potenziamento dell'adduzione di acqua grezza in quell'isola, l'allungamento della pista dell'aeroporto Costa Smeralda, lo spostamento in zona più idonea della stazione ferroviaria di Olbia che oggi ostacola lo sviluppo di quella città, la realizzazione del molo di Levante a Porto Torres e molte altre opere minori. La Sardegna, impegnando in questo piccolo piano di rinascita i fondi FAS ad essa assegnati, puntava ad una stagione operosa di lavori cui avrebbe corrisposto un importante riassetto e una significativa riqualificazione, finalmente, di intere aree marginali a lungo trascurate. Era la sua assicurazione contro la crisi.

Una vasta platea di interessi locali guardava con speranza alle realizzazioni legate al G8, e non parlo tanto dei grandi appaltatori - in genere le imprese non sarde, compensate oggi di fatto nella ricostruzione abruzzese, troveranno in qualche misura la maniera di soddisfare i loro maggiori problemi -, ma dei subappaltatori, nelle cui file si contava e si conta la parte migliore e più operosa dell'imprenditoria edile e dell'industria locale del Nord Sardegna.

E oggi? Oggi un'intera regione, già funestata dalla disoccupazione, viene ricacciata indietro, perde d'un colpo tutte le proprie speranze. Si completeranno le opere iniziate? Non si sa; nel testo del decreto Abruzzo, nel corso della discussione al Senato, è stata introdotta un'assicurazione generica, ma esiste persino il rischio - una beffa nella beffa - che il paesaggio bellissimo de La Maddalena sia deturpato ora dalle opere incompiute, dai ruderi del G8 che non fu mai.

Si potranno spendere le nostre risorse FAS per lo sviluppo di quelle zone? Non si sa neanche questo, regna sulla materia una fitta cortina di silenzio, mentre questi Fondi appaiono e scompaiono ad intermittenza, come nel cappello del prestigiatore. Neppure le tempestive interrogazioni rivolte dal Pd al Governo (ne presentammo una noi deputati sardi, ancora nel novembre scorso, molto prima che avvenisse lo scippo) sono riuscite a penetrare questo mistero.

Del resto, diciamolo, la politica di questo Governo richiama alla mente la vecchia storiella dei carri armati di Mussolini: gli stessi soldi, così come allora si faceva coi carri armati, spostati da una parte all'altra, preferibilmente dove sono previste elezioni, dove si possono abbindolare i cittadini con mirabolanti promesse poi puntualmente non mantenute.

Si è chiusa ieri (17 giugno) la battaglia finale alla Camera sugli emendamenti al decreto Abruzzo-G8. Battaglia persa, perché dei 13 emendamenti presentati da deputati sardi del Pd per restituire alla Maddalena e alla Sardegna almeno qualche briciola della torta rubata da Berlusconi non ne è passato neanche uno. Tutti, inesorabilmente, sono stati impallinati dal voto maggioritario del Pdl e della Lega. Tutti sono stati cassati con la complicità attiva e operante dei deputati sardi del Pdl. Tutti, anche gli emendamenti più ragionevoli, quelli che erano stati praticamente dettati dalle organizzazioni imprenditoriali e sindacali, dagli enti locali del Nord Sardegna.

Nella lunga, masochistica storia dei sardi che votano contro la Sardegna dovremo scrivere ora un nuovo capitolo, coi nomi dei vari onorevoli Nizzi e Pili, nuovi ascari nell'esercito dei conquistadores.

Eppure la Sardegna chiedeva, chiede anche questa volta solo ciò che le spetta. Non un'elemosina, perché i sardi non sono usi chiedere l'elemosina ad alcuno. Semplicemente il rispetto dei patti. Perché non è lecito a nessuno, neppure a chi crede di essere il padrone d'Italia, giocare il gioco delle tre carte, come fanno gli imbroglioni di strada.

Passata la sbornia elettorale, la pazzia collettiva che ha portato una regione intera a tradire sé stessa e a mettersi nelle mani del padrone d'Italia, si torna adesso alla dura realtà. E' triste, doloroso, ma può darsi che alla lunga risulti salutare. La Sardegna, lo abbiamo detto con forza anche in Parlamento, non è quella che appare nelle famigerate foto di Villa Certosa, delle quali come sardi ci vergogniamo: è terra di gente seria che lavora e vuole lavorare, che crede - forse troppo ingenuamente - nella parola data. E che esige dal Governo nazionale la stessa attenzione e lo stesso rispetto che si riserva alle altre regioni. Ci saranno altre occasioni, forse (chissà) neppure troppo lontane nel tempo, per dimostrarlo.

(red)

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