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sabato 06 giugno 2009

Il Wwf: Non snaturare il piano paesaggistico
Tutte le preoccupazioni degli ambientalisti
sui progetti edil-balneari della nuova Giunta
Anche Facebook contro le spiagge off-limits

di Marco Murgia

Oltre 1690 abusi edilizi che interessano il 60 per cento del territorio isolano. Sono solo quelli segnalati, forniti alla Regione da appena il 48 per cento dei comuni sardi. A fare la parte del leone sono la provincia di Cagliari con 503 casi e la Gallura con 302. Seguono Sassari e Nuoro, con 291 e 192 casi a testa. Dati dell'Osservatorio del governo del territorio, che fa capo alla direzione generale dell'Urbanistica: fanno riferimento al periodo tra il settembre 2006 e l'ottobre 2007, quando direttore generale dell'assessorato era Gabriele Asunis. Cioè: sono tutti abusi segnalati con il piano paesaggistico in vigore. La domanda sorge spontanea, direbbe qualcuno: cosa sarebbe successo senza le norme messe in campo dalla Giunta Soru?

Parte da numeri nudi e crudi, il ragionamento del Wwf: se l'ormai vecchio Ppr ha funzionato da argine «contro la corsa al cemento, soprattutto nel nord Sardegna», la sua revisione - orchestrata proprio da Gabriele Asunis, ora in veste di assessore - potrebbe dare semaforo verde a una nuova ondata cementificatrice. Per ora quello degli ambientalisti è solo un timore. Ma, per stare in tema, ha le sue fondamenta belle solide. In primo luogo, quella revisione si interseca con altri due punti non da poco: la gestione delle aree protette e il piano casa annunciato dal governo nazionale su cui la Regione guidata da Ugo Cappellacci è pronta a fare da apripista.

In secondo luogo, succede che «nel frattempo in tutta la Sardegna», sottolinea Gaetano Benedetto, codirettore generale del Wwf Italia, «sono cresciute moltissimo le aspettative dei mai sopiti appetiti edilizi. Nessuno pensa realmente di spostare verso l'interno case costruite in passato sulle coste, ma tutti sperano di poterle aumentare almeno del 20 per cento nei termini ipotizzati dal governo. Alla luce di questo, la proposta di abbattimento con meccanismo premiale per costruire più all'interno rispetto alle coste sembra un diversivo utile a far passare poi ben altro». Sarebbe proprio la via indicata da viale Trento per addolcire la pillola di un progetto non ancora andato in porto proprio per l'opposizione delle amministrazioni regionali. Le altre, non la nostra.

Per ora sono ipotesi, ma la strada è tracciata. Il percorso sono le conferenze di copianificazione avviate da Cappellacci e Asunis con i territori: «Ascolto, partecipazione, consenso» è lo slogan scelto per la revisione del Ppr. Dietro c'è pure un bel pacco di interessi non da poco: che, appunto, si intersecano con piano casa e nuovi criteri per la concessione di tratti di spiaggia a hotel e villaggi turistici sulla costa. Roba che preoccupa non poco, «tre incroci molto delicati per la Sardegna»: secondo Benedetto, «una bomba innescata sul sistema costiero sardo».

Allora l'appello. Arriva da Benedetto, insieme a Luca Pinna per Wwf Sardegna e Lucia Ambrogi, responsabile dell'associazione per le relazioni territoriali: chiedono a Cappellacci «rigore e coerenza» nel rispetto del territorio; sollecitano presidente e assessori perché«non snaturino il senso e l'efficacia» del Ppr «e mantengano fermi i principi dettati dal Codice Urbani, cui il precedente esecutivo aveva fatto riferimento».

Soprattutto, il Wwf solleva dubbi: secondo le stime dell'associazione ambientalista, l'eventuale premialità per spostare le costruzioni dai litorali verso l'interno finirebbe per consentire aumenti di volumetrie consistenti per compensare la perdita di valore delle cubature originari e ammortizzare i costi di demolizione, il ripristino dei luoghi originali e la ricostruzione. «Si rischia che demolendo una villetta di 150 metri quadri sul mare», ipotizza Benedetto, «se ne possa realizzare una di 500. Questo produrrà inevitabilmente l'aumento del valore fondiario delle terre interessate da queste delocalizzazioni, una variante dei piani regolatori e una polverizzazione ulteriore dell'edificato».

Tra il vedere e il non vedere, inoltre, la giunta cerca di accontentare tutti. «Questa politica», dice Ambrogi, «pare in contrasto con la delibera con cui il 19 maggio la Giunta regionale ha indicato i criteri per assegnare le spiagge alle strutture turistico-recettive, nella misura del 50 per cento per quelle di lunghezza superiore ai 250 metri. Così formulato, questo provvedimento rischia di aprire la strada a una vera e propria privatizzazione delle spiagge sarde. Non solo: in questo modo si incentivano le strutture sulla costa, e non quelle più all'interno, come sarebbe più logico vista l'esigenza di allentare la pressione antropica sulle coste, manifestata anche con l'ipotesi delle premialità per chi decide di arretrare con le costruzioni».

Tutti dubbi che saranno esposti il 26, quando nell'ambito degli incontri per la pianificazione delle modifiche al piano la Giunta incontrerà le associazioni ambientaliste: diventeranno un documento ufficiale venerdì, quando Wwf, Italia Nostra, Legambiente e Inu si incontreranno nella sala Cosseddu della Casa dello Studente, in via Trentino a Cagliari, per una conferenza aperta dal titolo “La salvaguardia della Sardegna”.

Ma non sono solo le associazioni ambientaliste a muoversi. In tempi di social network, è ancora Facebook a fare da battistrada per l'iniziativa di semplici cittadini che hanno fondato un gruppo dal nome chiaro come il sole: «No alla privatizzazione delle spiagge in Sardegna». Che l'argomento interessi non poco è dato dai numeri: oltre 7200 iscritti in appena una settimana di vita.

In rete corrono le proteste ma anche le proposte: «Attrezzare le spiagge non è di per sé un male», scrivono i coordinatori del gruppo. «Anzi, se fatto nelle giuste modalità contribuisce in maniera significativa alla protezione e alla salvaguardia dell'ambiente. Dovrebbe la Giunta correggere, migliorare, rendere vincolanti e verificare che quegli indirizzi per la gestione delle spiagge (pulizia, mantenimento, ecc.) che finora sono rimasti quasi lettera morta a giudicare dai mille casi di cafonaggine che vengono continuamente segnalati lungo i litorali isolani, siano rispettati e che la gestione delle spiagge sia fatta ai fini della salvaguardia e protezione ambientale. Ovviamente, non si vuole una diversa privatizzazione delle spiagge, ma una nuova cultura dei bagnanti, finalmente rispettosa del delicatissimo equilibrio dell'ecosistema delle spiagge sarde. Questa delibera invece va nella direzione opposta. Nei fatti, secondo un calcolo approssimativo, saranno circa 40mila gli ettari privatizzati a favore dei grandi alberghi e resort dell'isola ad uso esclusivo della propria clientela: è una rapina ai danni di tutti».


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