mercoledì 20 maggio 2009
di Claudia Mameli
Dice Hans Jonas che “il diritto di vivere, inteso come fonte di tutti i diritti, in determinate, circostanze include anche il diritto di morire”. Lo stesso principio ha forse guidato secoli prima inconsapevolmente, in Sardegna, quella austera e misteriosa figura che ha vissuto in quella terra di mezzo che ha i confini sfumati e i colori sfuocati della realtà mista alla fantasia, tradizione popolare, racconto tramandato oralmente e leggenda. È “sa femmina accabadora”. Una donna moralmente ammantata di panni neri e luttuosi, chiamata da entità superiori non ben definite e riconosciute, al compito di soccorrere le persone agonizzanti da troppi giorni perché potessero rendere l'anima a Dio mettendo fine alle proprie sofferenze.
In quell'entroterra sardo di transizione, che è geograficamente identificato in quell'area che va da Samugheo al Mandrolisai, si credeva fermamente che le persone che durante la vita si fossero macchiate di peccati gravi, quali ad esempio il furto del giogo, lo spostamento delle pietre di confine delle proprietà terriere, la distruzione dell'alveare o l'uccisione del gatto, fossero destinate a espiare queste colpe in punto di morte con un'agonia lenta e largamente sofferta. Insomma, coma dire: “dura lex, sed lex”.
Ed è a questo punto che entra in scena la figura de s'accabadora. Porta con sé, in visita dal morituro, un piccolo giogo. Attende silenziosa, come un gatto tra le balze delle tende, la dipartita del prete, convocato dai parenti per l'estrema unzione. Scivola fugace come un'ombra e svuota la stanza dai rosari, dalle immagini sacre e dai crocifissi, quasi che il Cielo non vedesse e non sentisse ciò che si va compiendo e il tutto fosse così taciuto e legittimato. Il passo successivo è celere quanto fitto di mistero.
La femmina accabadora sistema con precisione il giogo dietro il collo dell'agonizzante, all'altezza della nuca, e in un istante lo finisce. Il moribondo trapassa, lasciando in maniera risoluta questa terra che lo tratteneva tra un gemito e un alito di vita catartico, causa delle sue colpe terrene, passando, si spera, a miglior vita. Come in un agghiacciante incantesimo. Perché, chi assiste e ne rende testimonianza, non si capacita di ciò che accade realmente.
Dunque, una forma primordiale e altrettanto barbarica della più moderna, dibattuta e sofisticata eutanasia. Ma che passa per il sottile confine della leggenda, del demoniaco, del magico e sconcertante. Di quelle storie che si raccontavano un tempo davanti al camino, sussurrate con discrezione e riguardo mentre il vento spira forte e che, spesso, facevano accapponare la pelle per la loro trucidità di fondo alle orecchie indiscrete che le stavano avidamente ad ascoltare. Senza che fosse mai possibile un dovuto distinguo tra realtà e leggenda.
Così racconta Paolina Concas, 90 primavere a incanutirle il capo, coperto dal nero fazzoletto d'ordinanza sia a Seulo che non, lucidissima e sedicente testimone oculare di un caso di “eutanasia sarda” compiuto dalla “femmina accabadora” nel 1938. E così riporta fedelmente, dopo aver intervistato l'anziana signora, nel suo libro dal titolo “Ho visto agire s'accabadora” , Dolores Turchi, originaria di Oliena, scrittrice e saggista esperta di tradizioni popolari. Il libro è stato presentato dalla Fidapa di Quartu, in continuità con la programmazione sul rispetto delle tradizioni popolari. Al dibattito sul libro hanno partecipato la presidente della Fidapa Quartu, Anna Maria Demurtas, l'Assessore alla Cultura Antonio Pani, la sociologa Anna Oppo, l'esperto di tradizioni popolari Carlo Pillai e la Dottoressa Gabriella Busonera.
Il plauso per il libro, definito da tutti sobrio, puntuale e di piacevole lettura, lascia comunque lo spazio per lo scetticismo sulla reale esistenza di questa figura cruenta di donna e sulla sua reale collocazione non solo nello spazio-tempo che, com'è ovvio in figure così mitizzate dalla “vox populi”, si dilata sino quasi a perdere consistenza, incastonandole con fierezza nell'immaginario collettivo, ma con un aleggiante e fiero dubbio di sorta. Carlo Pillai pone in evidenza l'importanza del fatto che anche Lamarmora abbia nei suoi scritti trattato questo argomento così delicato ed enigmatico e che egli affermi che questa pratica sia rimasta nella tradizione popolare ma «resta da capire - puntualizza Pillai- se come diceria o piuttosto come costume popolare in uso».
Inoltre, ammesso anche che sa “femmina accabadora” esistesse nei paesi della Sardegna e avesse l'ingrato onere di assolvere a questo compito, per scelta o per una particolare dote toccata beffardamente in sorte, non esiste comunque nessuna documentazione scritta che lo attesti. Né laica né ecclesiastica. E questa è quanto meno una stranezza, come conviene e ribadisce anche Anna Oppo, poiché l'esistenza di un fenomeno di tale portata, così spinoso in tutte le implicazioni morali e religiose che ne discendono, non sarebbe potuto restare facilmente all'oscuro della Chiesa. «Specie all'occhio vigile della Santa Inquisizione - contesta Oppo - alle cui maglie poco o nulla sfuggiva. E ancora, perché non troviamo nessuna citazione riguardo questa pratica nei sinodi?».
Insomma, il nodo di Gordio resta di non facile soluzione. «È plausibile affermare -spiega Pillai- che il fenomeno sia realmente esistito ma questo è diverso dal dire che l'istituto de s'accabadora sia entrato con ufficialità nella tradizione>>. Sulla stessa lunghezza d'onda Anna Oppo: «Esiste soltanto un'attribuzione sociale all'operato de s'accabadora, in verità lei non viene vista agire in tutta la sua fierezza. Nessuno, neppure l'anziana testimone oculare intervistata dalla scrittrice, vede esattamente cosa la donna faccia al moribondo. Quindi, questo libro e questa testimonianza, gettano una nuova e interessante luce sull'argomento, ma non sciolgono l'enigma».
Come sempre dunque, citando Seneca, più che dalla morte in se stessa, siamo spaventati da ciò che l'accompagna e, in questo caso, da sa femmina accabadora più che mai.
© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari