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sabato 9 maggio 2009

Quelli che sanno solo distruggere
azzeccagarbugli a spese dei sardi
L'Autonomia imbelle e colonizzata
Governo-nemico, Regione derubata

di Giorgio Melis

Via la Statutaria non perché la legge sia stata bocciata dalla Consulta. Non erano in ballo i suoi contenuti: approvati a suo tempo dal Consiglio regionale a maggioranza assoluta. È stata ritenuto illegittimo il procedimento di promulgazione, contro il quale aveva presentato ricorso il Governo su istigazione dei parlamentari sardi del centrodestra dopo il ritorno di Berlusconi. Lo stesso che sta umiliando, beffando, tradendo, imbrogliando, derubando la Sardegna e in meno di tre mesi dal voto ha azzerato su ogni fronte le promesse, gli impegni solenni, addirittura cancellando i programmi e le opere già finanziate, avviate e in parte quasi completati dal governo Prodi. Grazie al governo-nemico, ora cade anche la Statutaria, la legge che regolamentava il funzionamento interno dell'autonomia. Festeggia il centrodestra, in primis il travicello Ugo Cappellacci, quello che apprende dalla tv lo scippo del G8: illegale perché il presidente della Sardegna avrebbe dovuto essere presente ope legis alla decisione del governo e non fa una piega ma poi passa al largo da La Maddalena, la Gallura e il Nord Sardegna: andrà solo in udienza alla Certosa. L'ex An Bruno Murgia annuncia che con questa decisione cala definitivamente il sipario su Renato Soru. Certo che cala il sipario. Su ogni credibilità, sulla dignità, autorevolezza, decenza dell'autonomia in coincidenza con l'arrivo alla Regione della destra di malgoverno: si fa trattare a pesci in faccia dal suo governo-amico e fa regredire in 60 giorni la sardegna ad auto-colonia di italiani di serie C trattati come servi senza diritti.

vignetta - Festa per la statutaria

È il trionfo di quelli che sanno solo distruggere impiegando per la loro opera una valanga di denaro dei contribuenti sardi, ricorrendo ai peggiori azzeccargarbugli in circolazione tra politica, aule di giustizia e logge massoniche: quelli che poi chiedono anche parcelle da decine milioni di euro alla Regione. Il risultato è la sconfitta di Soru? Vediamo. La legge Statutaria, assieme al nuovo Statuto e alla legge elettorale, doveva essere approvata in Consiglio nella legislatura 1999-2004. Quella guidata dal centrodestra con presidenti Mariolino Floris, Mauro Pili e Italo Masala. Conclusa con un disastro senza precedenti più scandali a oltranza con processi clamorosi e condanne a decine. Non si fece nulla, baloccandosi tra Assemblea costituente e Consulta, risse di potere e crisi a ripetizione, subendo la legge nazionale sul presidenzialismo senza modifiche perché così andava bene: specie a Pili, che contava di tornare al timone e poter comandare con le norme generali.

Con l'arrivo di Soru, la Statutaria è diventata una priorità, anche perché la Sardegna arrivava buon'ultima fra le altre Regioni a dotarsi di uno strumento insostituibile. Il Consiglio ha impiegato un anno per definire la Statutaria e nessuno dimentichi che un anno di assemblea significa cento milioni di euro a carico dei contribuenti sardi. È un testo in alcune parti controverso, probabilmente da modificare, ma infine approvato non da Soru ma dalla maggioranza assoluta del Consiglio: 50 sì, 18 no e un solo astenuto. Una volontà larghissima, confermata dall'assenza di molti consiglieri del centrodestra che non vollero sostenerla implicitamente ma neanche contrastarla. Il passaggio successivo sarebbe dovuto essere - se richiesto - il referendum confermativo. Per il quale fu detto da tutti e scritto su ogni organo di informazione che sarebbe occorsa la partecipazione di un terzo degli elettori in base alla legge approvata nel 2002: all'unanimità e firmata dall'allora presidente Mauro Pili.

Tutto bene? Stavano per entrare in campo i guastatori. Nessuno a livello di cittadinanza attiva, associazioni, gruppi, singoli, chiese il referendum. Lo fecero invece 19 consiglieri regionali 19 che transitarono dalle aule dorate di via Roma, si sfiancarono per arrivare a piazza Repubblica dove deporre la loro firma in Tribunale e imporre così la consultazione a un milione 600 mila sardi: nessuno dei quali ha alzato una voce o un dito. Soprattutto perché ai cittadini non'importava assolutamente nulla di quella legge, che pure conteneva cose importanti. Ad esempio, poneva fine allo scandalo dei dipendenti, dirigenti e presidenti di uffici ed enti regionali o pubblici che potevano candidarsi senza prima dimettersi. Diventando onorevoli utilizzando scandalosamente il ruolo e i mezzi connessi per approdare sulle poltrone del Consiglio a scapito dei concorrenti. Al dunque, si costituì un comitato per difendere la Sardegna dal “colpo di Sta(tu)to”, equiparando la Statutaria approvata a maggioranza assoluta a un golpe di Soru. Da ricordare ancora e specie oggi, che la nostra legge è praticamente identica, fotocopia di quelle approvate e in vigore in tante altre Regioni. Anzi rafforzava il Consiglio rispetto alla Giunta affidandogli il decisivo potere regolamentare (altrove è in capo al governo) e riservandogli anche l'ultima parole sulle nomine nelle Asl e nei maggiori enti. Se era un golpe, avevano partecipato, col voto favorevole o l'astensione in aula, molti dei 19 consiglieri che lo hanno la consultazione popolare. Tant'è che il centrodestra non chiese il referendum, non si associa alla firma per averlo, inizialmente e anche dopo fece poco o nulla per sostenerlo: ma oggi festeggia una vittoria che è solo un grande autogol per l'autonomia.

Questa è cronaca rigorosa e veritiera: documentata e verificabile. Si andò avanti con l'annuncio che il referendum sarebbe costato alle casse regionali circa dieci milioni di euro, più tutti gli altri soldi tra forze dell'ordine impegnate, scuole chiuse e l'orgia di procedimenti giudiziari fino al doppio pronunciamento della Corte costituzionale. Nel frattempo, la politica e il Consiglio furono bloccati per mesi, durante i quali si scatenò l'offensiva mediatica di regime dello Zunk-group. Infine anche il centrodestra caudatario si schierò per l'abrogazione della legge, sperando di dare la spallata a Sopru. Ma con tutto ciò, alle urne andò 15 per cento circa degli elettori, il 9% esprimendosi contro, il 6% a favore. Neanche la metà del 33 per cento richiesto, dunque quorum non raggiunto. Ma a quel punto i promotori tirarono fuori l'asso nascosto nella manica. Nella legge che imponeva il quorum (quella del 2002, approvata all'unanimità e firmata da Mauro Pili), per una svista materiale degli inetti legislatori, erano rimasti riferimenti allo Statuto e successive norme degli anni 50 i quali prevedevano che, se sottoposta a consultazione popolare, la Statutaria «non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi». Alcuni esperti dissero: mancando il quorum è come se il referendum non si fosse svolto, dunque il governatore deve promulgare la legge. Altri si opposero, perché senza un referendum valido non può esserci neppure la «maggioranza dei voti validi» richiesta dallo Statuto. Con questo escamotage, reso possibile dalla legge sbagliata del 2002, firmata da Pili e mai evocata prima e corretta nel contrasto erroneo, lo stesso Pili poté rivolgersi al rientrante governo Berlusconi non per impugnare la legge ma i modi della promulgazione. Va anche ricordato che i promotori del referendum si erano dichiarati vincitori avendo riportato il 9% per cento di voti contro il 6% di contrari (il centrosinistra si astenne in massa, specularmente come gli elettori del centrodestra: rinnegò le urne l'85% dei sardi).

Conclusione. Una disfatta non di Soru ma dell'autonomia, che resta senza Statutaria dopo averne approvato una a maggioranza assoluta. I promotori del referendum di fatto mossero all'attacco del Consiglio di cui facevano parte, avendo parecchi votato a favore o astenendosi sulla Statutaria: restando praticamente senza alcun seguito tra i cittadini nonostante la forsennata campagna a favore. Allora, niente Statutaria dopo aver impegnato l'assemblea per oltre un anno e fatto spendere una valanga di milioni a vuoto alle casse regionali. Per ritrovarsi quasi da soli fra le Regione a non avere alcuna Statutaria e dover rifare tutto da capo. Sempre che ci si riesca: il precedente della legislatura col Polo di malgoverno fa temere il peggio, a conferma di un Consiglio - tranne questi ultimi anni - indeciso a tutto e buono a nulla, imbelle. Fare e disfare è tutto non lavorare, in un'assembla nullafacente, la più costosa d'Italia:, i suoi oneri a carico nostro si erano impennati del 40 per cento, arrivando a 105 milioni annui, sempre in quella sciagurata legislatura, con Efisio Moro Seduto Serrenti presidente, avendo come vice il glorioso Giacomo Spissu, nel consociativismo dissipatorio e bottegaio che si è sentito colpito e ha duramente reagito contro Renato Soru. Insomma, siamo davanti a una partita a somma sotto zero per un'autonomia ridotta a canile di Arcore dall'asservimenti esiziale al baro Berlusconi della campagna elettorale.

Sentire il patetico Cappellacci in livrea e sorriso melenso commentare “ora si vede che avevamo ragione” , è semplicemente sconfortante. Il poverino finge di non sapere che il venir meno della Statutaria grazie al ricorso del governo (fosse rimasto Prodi non ci sarebbe stato) per cento dei sardi) apre prospettive inquietanti anche per lui. Cade l'incompatibilità sacrosanta tra consigliere ed assessore e ripartirà l'assalto alla diligenza, ritrasformando il Consiglio in arena per assatanati delle poltrone di governo e mercato per ogni mercato di potere. Come accadde nel 1995 alla Giunta Palomba, quando l'incompatibilità applicata per un anno venne cassata con slancio. Cominciarono e si scatenarono all'inverosimile le lotte, in un crescendo di crisi, lacerazioni, stalli che portarono al naufragio una legislatura che tuttavia aveva realizzato grandi conquiste anche con lo Stato e i governi di centrosinistra, frustrati dalla vergognosa ingovernabilità. Come accadde, ma infinitamente peggio e con rovinosi esiti sulla finanza, la moralità e la legalità, nella successiva legislatura regalata al centrodestra. La storia non insegna niente e le brame di potere non sono affatto placata: semmai ingigantite nel Pdl dai cinque anni di digiuno. Altro che festeggiare, è un altro punto di caduta per una Sardegna che affonda grazie agli “impegni” di Berlusconi. E per un'autonomia che presto toccherà il fondo della credibilità dopo una stagione che l'aveva portata a livelli di prestigio esterno mai raggiunti.

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