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martedì 28 aprile 2009

L'Isola galleggia nel vuoto politico
la Giunta de is oreris naviga a vista

di Alessandro Mongili*

A due mesi dalla sconfitta del primo tentativo riformista in Sardegna, guidato da Renato Soru, la Giunta Cappellacci si rivela per profonda ispirazione una Giunta Cappellacci-Marabotto, la cui principale occupazione è quella che gli proviene da questa sua ultima ispirazione: “Fàiri ora”.

Non voglio dilungarmi sulla figura umiliante del Presidente in occasione dello scippo del G8, una cosa che ha fatto male a ogni sardo che conservi un po' di dignità. Rispetto alla quale qualunque persona assennata, non potendosi opporre, avrebbe consegnato le sue dimissioni immediatamente.

In due mesi, la Giunta de is oreris ha già annunciato un rimpasto, non ha completato gli uffici di gabinetto degli assessorati, e non ha fatto altro che proporre una Legge finanziaria per nulla innovativa. Sostanzialmente non ha fatto nulla, né da sola né di concerto (secondo la retorica di questi signori infatti non bisogna avere idee ma è sempre meglio farsele imporre dai loro padroni, cosa che chiamano talvolta “partecipazione”).

Quello che si respira in loro è il totale vuoto politico, un ritorno al tirare a campare, una grave mancanza di leadership in un momento in cui la Sardegna è sotto tiro come raramente lo è stata. Da due mesi i Sardi sono continuamente bastonati dal governo amico, in molteplici occasioni. Come ad esorcizzare il tentativo di rialzare la testa che ha caratterizzato i cinque anni precedenti, siamo trattati come servi, secondo la scelta servile della maggioranza di noi, d'altra parte.

Stare coi più forti, quando si è così deboli, può significare anche essere trattati come l'ultimo dei servi. È la dimensione dell'incompetenza che, però, impressiona. Ascoltare l'assessora ai trasporti Lorettu di Martino che non sa assolutamente che cosa dire in conferenza stampa è una scena surreale e per certi versi tragicomica. È chiaro che la signora non ha idea dei dossier che dovrebbe controllare, neanche alla lontana. La categoria interpretativa che ella abusa di diritto e di rovescio è, per ventimila euro al mese, "questa è una cosa bella", poi passa la parola ai tecnici e, fortunatamente, non interviene più.

Ho ascoltato allibito, inoltre, la performance surreale anch'essa della neo assessora alla Cultura in quota Curia arcivescovile (già di per se episodio scandaloso). Si può ascoltare direttamente sul sito della Regione Sarda anticato dalla reintroduzione del vecchio simbolo rococò, che però in questa occasione fa da pendant in modo perfetto con la prosa barocchetta dell'Assessora Mani-dipendente. Si tratta della presentazione del programma de sa Die de sa Sardigna (con tanto di grafica uguale a quella della triste visita del papa tedesco in Sardegna). Ognuno può scaricarla dal sito della regione Sardegna.

Del vuoto pneumatico delle sue dichiarazioni mi sono rimaste due cose: la prima è l'imbarazzo totale di questo personaggio nello svolgere il proprio ruolo; la seconda è il riferimento giulivo alla cacciata del Viceré “spagnolo” (anche se ho notato che alla cacciata del Viceré, forse per scaramanzia, questi signori preferiscono “allontanamento”). Sul primo, non dico niente perché è chiaro che per la signora si tratta di un'esperienza radicalmente nuova e totalmente estranea al suo curriculum. Sul secondo invece mi viene da dirle, signora Assessore: visto che lei è pagata per sovrintendere alla cultura e all'istruzione della Sardegna e non del Perù, sappia che in seguito alla sconfitta spagnola nelle grandi guerre europee i Viceré caricati sulle navi all'epoca in questione erano da lunghi decenni piemontesi.

Certo, capiamo tutti la vostra voglia di restaurazione, l'abolizione del simbolo introdotto da Soru, la voglia di Anni Cinquanta tipica del Berlusconismo, la nostalgia di Peppone e Don Camillo. Però, signora, ci vada piano con la marcia indietro. La storia ormai è fatta. Ai Re Cattolicissimi, che sicuramente lei avrà in grande simpatia, si sostituirono gli altrettanto reazionari ma tutto sommato più moderni monarchi sabaudi. La stessa lingua italiana venne introdotta nel corso XVIII secolo come lingua ufficiale nella nostra Isola, anche se faticosamente e nell'indifferenza generale. Dunque, pas d'Espagne, madame! Purtroppo, non possiamo tornare indietro né a los Reyes Católicos, né a Bonifacio VIII.

Mi dispiace moltissimo per lei che anche nella mise tradiva chiaramente una colta citazione allo stile di Doña Carmen Franco y Polo, una sicura reference per chi unisce indissolubilmente cattolicesimo, autoritarismo, spirito reazionario e messinpieghe d'acciaio. Nessuna restaurazione, però, Doña Maria Lucia, ha mai avuto successo. L'esperienza di Soru non è stata un incidente di percorso e adesso non si torna a una Sardaigne éternelle, che non esiste più. A restaurare, signori della Giunta, non ci sono riusciti personaggi come Giuliano l'Apostata ,Talleyrand e il PCUS guidato da Brezhnev: ho qualche dubbio che Ugo Cappellacci, con tutto il rispetto, potrà mai riuscirci. L'unica cosa che potrebbero fare, questi della Giunta de is oreris, potrebbe essere aprire un nuovo programma su Videolina che si potrebbe chiamare "Anche tu puoi diventare Assessore della Regione Sardegna!" oppure, anche, "Amighixeddus".

Fortunatamente, di fronte al nulla marabottiano della giunta Cappellacci, possente si erge (si fa per dire) la voce del Partito democratico, della sua nobile lignée frondista-disgiuntista e di tutti i “giovani” pd impegnati a discutere i nuovi regolamenti dei circoli territoriali. Muta è la voce di chi si è speso in feroci critiche verso Renato Soru e i suoi assessori, fra cui l'Assessore Mongiu, imparagonabili rispetto a questi oreris al potere oggi, per levatura politica e competenza. E silente è la stampa “progressista”, anche radiofonica, pibinchissima su Soru, ma grossolana sugli errori della gens marabottiana di oggi.

Che, in fondo, le ore passate al bar non siano importanti anche per tutti questi signori? Ma sì, un aperitivo non si nega proprio a nessuno in certi giri.

(* Sociologo)

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