martedì 28 aprile 2009
di Giorgio Melis
Tra recessione che angoscia tutti e terremoto che funesta gli Abruzzi e l'Italia, davvero ci mancava il rischio pandemia per l'influenza suina partita dal Messico. Un altro tocco a una stagione mondiale funesta. Speriamo che si riveli solo una grande minaccia potenziale:come per l'aviaria alcuni anni fa. Anche se la partenza, con tanti morti e contagiati, non fa presagire niente di buono e la globalizzazione anche dei virus e delle epidemie tiene tutti col fiato sospeso. Ci sono davvero giornate che strappano l'invocazione vana: “Fermate il mondo, voglio scendere”. Ma non ci sono fermate facoltativa. La giostra continua a girare, anche se diventa deprimente.
Dalla minaccia globale al grottesco locale: non c'è scampo, si va per inerzia. Come oggi e nei prossimi giorni nell'Isola. Si celebra sa Die de sa Sardigna. Ricorrenza che quest'anno per buon senso e buon gusto, si sarebbe dovuta sospendere. E' stata presentata con più retorica del solito dalla nuova assessora regionale, la devotissima Baire, perché bisogna riappropriarsi delle spirito originario della ricorrenza: vanto dell'autonomia, dell'orgoglio e dell'amore di libertà dei fieri sardi. Naturalmente omettendo che la cacciata dei piemontesi dei “vespri sardi” fu seguita, pochi anni dopo, dal loro ritorno acclamato dagli stessi ex rivoltosi che trainavano la carrozza reale sostituendosi ai cavalli. C'è sempre stato, nella “resistenzialità” nuragica, un crinale ambiguo tra sprazzi di innocua ribellione e approdi stanziali alla sottomissione servile.
Ma quest'anno, via, ci vuole una bella faccia di tolla per celebrare, come si è fatto in Consiglio regionale con parole roboanti e grottesche, sa Die come esempio dello spirito intrepido regionale. La Sardegna, la sua autonomia speciale, la ridicola pretesa di dirsi nazione, sono state stracciate, umiliate, ridicolizzate agli occhi dell'Italia e del mondo. In sintesi, siamo stati presi a pesci in faccia come non era forse mai accaduto. Con un disprezzo e un'assoluta mancanza di rispetto gratuita e perciò doppiamente offensiva. Trattati come quelli che pigliano gli schiaffi e ringraziano, quelli che si possono mingere in testa e sorridono. E' in atto un vasto processo di oscuramento dello scippo del G8, degradato in pochi giorni a evento trascurabile. Anzi, sotto sotto, benefico il trasloco: meglio lo abbiano trasferito a L'Aquila. Mi dispiace, ma capisco e mi adeguo: è il motto rivolto dallo Zunk-group agli e-lettori. La stessa informazione di servizio che aveva scatenato la caccia a Soru e alla sua casa per aver accolto alcuni traghetti di spazzatura napoletana mai neanche avvistati da alcuno tranne gli operatori del Tecnocasic. Ora benedice lo scippo del G8, peraltro dagli esiti dubbi per il bene dei poveri abruzzesi.
Comunque, pratica archiviata, restano cascami polemici da pagina 40, copertura assoluta per non disturbare il manovratore. I bardi dell'autonomia di destra e sinistra tacciono. Al massimo qualche educata protestino pro forma. Ma dominano gli accenti di eterna gratitudine a Berlusconi e inossidabile fiducia sulle sue promesse: farà tutto quello che ha annunciato e anche di più. Anche se pare chiaro che andrà esattamente all'opposto. Come già si sta profilando non solo a La Maddalena e per tutte le infrastrutture progettate dalla Regione, in via d'appalto, finanziate e poi cancellate dal governo.
Chiariamo una volta per tutte. Non bisogna avercela con Berlusconi. Lui è stato coerente, determinato, veloce, al massimo brutale: confermando la nessuna considerazione e il disprezzo meritato verso i suoi cortigiani sardi. Gli serviva una mossa ad effetto che comunque aveva già tentato a favore di Napoli e l'ha fatta appena ha avuto la certezza - realizzata da sè con la scelta-elezione di Cappellacci - che non avrebbe trovato resistenza e suscitato proteste. Entrando come un coltello nel burro dell'inconsistenza mollacciona isolana, strappando anche l'applauso. Poteva andar bene così, se non ci avesse anche scippato un mare di soldi nostri, dei fondi europei, a rischio che quelli (la grande maggioranza) usciti dalla casse regionali non finiscano in incompiute deprimenti. Ma chissenefrega della Sardegna e del Mezzogiorno, a parte il sacro Ponte sullo Stretto di Messina? All'ultimo “Ballaro”, lo ha gridato perfino Amato, l'ex mastinetto napoletano presidente di Confindustria, già culo e mutanda col Cavaliere, dal 2001: “Tutti i miliardi di euro per le opere nel Nord sono stati confiscati dai fondi destinati dall'Europa al Mezzogiorno”. Papale papale per il G8. Il Cavaliere viene, vede e vince, si prende i voti, liberamente ed entusiasticamente concessi, già che c'è si porta via parlamentari e mancati ministri, più i soldi nostri: in cambio ci lascia Ugo Fantozzi Cappellacci, riconoscente di qui all'eternità e tutta la banda che striscerà da Cagliari fino Villa Certosa per prendere disposizioni dai delegati e famigli del Cavaliere.
Allora, il danno dello scippo del G8 - materiale, d'immagine e di prospettiva - è davvero enorme, anche se i maggiordomi locali vogliono farcelo apparire come un'inezia. Ma la ferita che sanguina e sanguinerà (per pochi: tanti sono da tempo rassegnati al peggio per sfrenata cupidigia di servilismo) è per il modo e le forme. Avrebbe anche potuto essere una bellissima benché onerosa scelta. Berlusconi la proponeva riservatamente, la Regione la rendeva pubblica, infine - magari obtorto collo - diventava una decisione condivisa anche dai sardi: non imposta senza neanche essere comunicata mentre tutti la sapevano tranne (ma sarà così?) in Sardegna. Così non si trattano neanche gli stallieri, perfino i clandestini vengono informati mentre li si espelle. Berlusconi ha trattato i sardi da servi sapendo che da servi si sarebbero adeguati i suoi uomini che hanno l'inaudita pretesa di dirsi reggenti risultando solo reggicoda del padrone. Quindi si è fatto calare l'oblio su questo sfregio indecoroso. Provate a immagine se il Cavaliere avrebbe mai pensato di trattare così la Sicilia, una regione della Padania o perfino Catania, la città del suo medico. Questione di rognoni. In area Bossi ce l'hanno duro, noi siamo ridotti a meschinelli mollaccioni. Ci meritiamo di tutto e di più.
“Se ci beviamo anche le fesserie che ci dicono, siamo l'isola delle bufale”, grida ora l'ex dc-udeur-mpa Antonio Satta. Ma che bufale, la terra dei pecoroni: inclini alla pecorina passiva. Sine cocones, con pretese di autonomia eunuca. Basti dire che solo il vescovo di Tempio-Ampurias, Sebastiano Sanguinetti da Lula, solleva ancora il problema con un'omelia applaudita dai fedeli in chiesa e miracolosamente ripresa da qualche giornale. «La comunità sarda si sente tradita dallo Stato e vive un momento di amarezza nei confronti di un apparato statale che ha solo preso e che non è stato in grado di dare», ha detto il porporato chiedendo una reazione forte e motivata. Rischia la scomunica. Potrebbe essere chiesta dal monsignor Mani, cappellano generale di Forza Italia e patron della Giunta Cappellacci in sinergia distinta con sacerdoti esoterici. Uno dei suoi assessori, la signora Baire, rivendica il rapporto speciale della Sardegna (la sua e di Mani) col Papa. Insieme ad altri 700 fedeli (in testa Cappellacci, Claudia Lombardo ed Emilio Floris) vanno a Roma per ringraziare Ratzinger della visita a Cagliari: pagata in buona parte della Regione ma utilizzata come primo grande spot elettorale a Berlusconi officiato dal reverendissimo Mani. Il quale, ecumenicamente, ha poi aperto la basilica di Bonaria al compianto Armandino Corona: gran personaggio che però aveva come referente un diverso Grande Architetto dell'Universo. E' auspicabile che la congregazione delle pie donne e dei devoti uomini in pellegrinaggio, dopo il Papa vada a palazzo Grazioli per estendere a Berlusconi il grazie dei sardi per i doni e i miracoli di cui li ha gratificati.
Insomma, tutto si tiene. L'umore generale è basso ma oggi c'è da ridere a crepapelle, col sarcasmo più truce del riso sardonico. La bolsa retorica delle insulse, grottesche celebrazioni dell'ardore libertario e dello spirito indomito che alberga nei sardi autonomisti irriducibili è davvero una performance indimenticabile: di cui non si parlerà più per pudore. Sa Die de sa bregungia, del festival del servilismo per noi finisce qui. Prima di quello altrui, abbiamo il dovere di perdere il rispetto di noi stessi, finito nella spazzatura. Magari ci vorrà un'altra generazione. Ma per questa all'opera, lasciate ogni speranza.
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