sabato 4 aprile 2009
Da Rifondazione comunista a Rifondazione sarda per la sinistra. Michele Piras sceglie l'autonomia: e con il segretario regionale l'ex parlamentare Luigi Cogodi, il capogruppo in Consiglio regionale Luciano Uras, l'ex assessore regionale al Lavoro Romina Congera e gran parte dei dirigenti regionali, provinciali e dei circoli di base. Via dal partito guidato dall'ex ministro Paolo Ferrero: facevano capo, a livello nazionale, alla componente minoritaria della Falce e martello; ma costituivano la maggioranza nell'isola: tanto che all'ultimo congresso nazionale avevano ottenuto piena autonomia, sancita dallo statuto del Prc all'articolo 23. Proprio il mancato riconoscimento di quella autonomia, spiega Piras nella sua lettera di dimissioni, sta alla base della scissione isolana.
Era nell'aria, questa ennesima spaccatura nella sinistra sarda. Piras e la maggioranza del partito isolano avevano chiesto a più riprese alla Direzione nazionale la promozione di un raccordo unitario e di una lista rappresentativa di tutta la sinistra per le elezioni europee di giugno. Non solo l'accordo con il Pdci, in sostanza, ma un cartello allargato a tutte le forze della sinistra: almeno nel collegio elettorale Sicilia-Sardegna. Proposta che, si legge nel documento politico che sancisce le dimissioni, «è risultata del tutto disattesa nelle decisioni nazionali del partito. Le stesse prerogative di autonomia politica, formalmente riconosciute al partito sardo dallo statuto, sono state interamente ignorate».
Troppo, secondo la maggioranza sarda. La classica goccia che fa traboccare il vaso, a leggere la lettera di dimissioni dell'ormai ex segretario regionale: «Le mie dimissioni sono l'opposto della resa al senso di impotenza che oggi avverto, non una rinuncia alla politica: quindi l'esatto contrario rispetto alla pretesa omologazione, alla deriva di un partito sempre più chiuso e perciò incapace (a mio modo di vedere) di interpretare la complessità e le nuove domande che da essa hanno origine. La “mia” Rifondazione semplicemente non esiste più, quel partito che per me è stata la prima e l'unica appartenenza organizzata. Quello che fu il partito di Fausto Bertinotti, di Genova e Seattle, di Firenze e Praga. Per me resta solo una storica cara iconografia che senza popolo (e senza una vocazione di popolo) semplicemente è il vuoto spinto, il fortino di un identitarismo senza relazione sociale».
C'è la spiegazione di quanto accaduto negli ultimi giorni: «Alle elezioni europee la maggioranza nazionale sceglie di presentarsi con un cartello prevalentemente di comunisti rifiutando ogni ipotesi di convergenza ed unità di tutta la sinistra. Sbagliando a mio avviso, ma soprattutto disattendendo una domanda diffusa nel popolo della sinistra, una necessità oggettiva: di fronte alla crisi di civiltà, all'emergenza democratica, all'eversione di stato e di governo, al rischio (concreto) di definitiva scomparsa della sinistra ed, in essa, della sua componente radicale e comunista. Come Prc sardo, da ultimo, abbiamo esperito il tentativo, del tutto politico e mai strumentale, di esercitare fino in fondo le prerogative di autonomia inscritte nell'articolo 23 dello statuto; ponendo una questione semplice e chiara circa la praticabilità (almeno in Sardegna) della più ampia convergenza della sinistra. E la risposta è stata il silenzio, prima. La chiusura burocratica, poi; l'elusione del tema, la negazione di una proposta. Quindi la sua oggettiva impraticabilità». Quindi la decisione di lasciare per dare vita a Rifondazione sarda per la sinistra: «Dignità e libertà prima che ogni altra cosa. Valori che preesistono e sono fondanti persino del definirsi comunista e senza i quali la definizione stessa perderebbe di senso. Tre punti di identità che ritengo di salvaguardare. A dispetto degli insulti, delle accuse di trasformismo, delle cattiverie».
Ci sono e ci saranno. La prima reazione arriva direttamente da Roma, e dal segretario Ferrero in persona. Senza mezzi termini, parla di una vera e propria «furbata» da «non camuffare con insulti da un lato e afflati poetici dall'altro». La spiegazione è una sola, legata alla situazione nazionale: «Le dimissioni di Michele Piras da segretario regionale del Prc sardo e quelle di altri dirigenti con lui rappresentano la cronaca di un evento annunciato. In Sardegna chi era d'accordo con la scissione di Vendola e del suo movimento non l'aveva fatta, la scissione, solo per poter gestire le elezioni regionali sarde. Avendo ottenuto di eleggere, con i voti di Rifondazione comunista, i consiglieri regionali, ora si promuove la scissione». Dal “sergente di ferro” del partito, però, neppure un accenno allo statuto interno e al riconoscimento della autonomia isolana.
Le accuse arrivano anche dalla pattuglia sarda legata al segretario nel comitato politico nazionale. Anche loro non la mandano a dire, dopo la contestazione palese durante l'ultimo congresso regionale: «La dichiarazione con cui Michele Piras ha annunciato le sue dimissioni da segretario e dal partito, pongono finalmente termine alla indecente operazione di speculazione in sostegno di un altro progetto politico, quello di Vendola, fatto sulla pelle dei militanti del Prc e utilizzando simbolo, risorse e strutture del partito», dicono Gianni Fresu, Simona Lobina, Vincenzo Pillai e Giovanni Ticca. «Al di là dei contenuti e del tono del comunicato, che ogni compagno può facilmente giudicare, la realtà è che Piras non aveva più una maggioranza e che, tra gli stessi esponenti della sua area, tantissimi non sono disposti a seguirlo in questa ennesima operazione trasformistica». È l'esatto contrario di quanto dicono gli altri. Chiedono di non parlare di scissione, ma come si può definire in altro modo?
(red)
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