mercoledì 25 marzo 2009
di Domenico Canu*
Apparentemente se un architetto si opponesse al suo compito di progettare per costruire sarebbe un paradosso. Ma poiché la sua etica professionale deve impegnarlo a pianificare e progettare il territorio in armonia con chi lo vive e nel rispetto delle norme, talvolta anche il non costruire contribuisce a ciò, senza tirare in ballo filosofie ambientaliste che talvolta si irrigidiscono in posizioni massimaliste ed irremovibili.
Dopo oltre 25 anni di professione di cui la metà passati all'estero il mio giudizio sull'arte di costruire in Italia negli ultimi 60 anni è negativo.
L'architettura e l'urbanistica italiane si sono fermate con la seconda guerra mondiale; infatti con il pretesto della ricostruzione le città italiane, medie e grandi sono cresciute deformandosi. Fenomeno avvenuto anche in Germania, ma che è riuscita, dopo i primi interventi, necessari ma talvolta affrettati, a pianificare lo sviluppo successivo in forme e funzioni più omogenee.
Tramite gli straordinari mezzi tecnologici che internet ci permette invito ad osservare dall'alto, nella ricostruzione tridimensionale una qualsiasi città italiana ed una tedesca o francese. Appena si esce fuori dal centro storico, medioevale, barocco o ottocentesco in una città italiana, ci appare quella periferia in cui si amalgamano zone industriali disordinate, edilizia popolare priva dei servizi elementari e oggetti definiti di architettura privi del genius loci tanto declamato nelle scuole di architettura. Ad una uniformità volumetrica europea si contrappone una volumetria variegata caratterizzata da interventi di pura speculazione edilizia alternata a piccoli insediamenti per privilegiati.
Questa premessa è doverosa per poter affrontare l'imminente nuovo attacco scellerato all'edilizia e alla cultura italiana. Aggiungo infatti alle argomentazioni di carattere tecnico ed estetico anche quelle culturali.
L'aumento dal 20 al 35% delle volumetrie delle unità e degli insediamenti residenziali oltre che un aspetto fisico e apparente ha dietro di sé anche la decadenza culturale. Infatti il risultato che si otterrà è un aumento del degrado urbano attuale, che riflette quello culturale. Aumento delle tette con il silicone, aumento della visibilità in televisione, aumento del consumismo pleonastico, aumento dell'esibizionismo materialista.
In nome della necessità e dell'economia si maschera questa nuova forma di degradazione. Senza alcun tentennamento sono perplesso della posizione degli ordini professionali degli architetti (non entro nel merito di quello degli ingegneri e dei geometri). Resto sorpreso su questo silenzio-assenso che perpetuerà l'ennesimo abbrutimento dell'urbanità italiana.
Proviamo a immaginare il condominio di sei piani presente in ogni città che aumenta il volume o salendo di un piano, o chiudendo i balconi, o aggettando con volumi in stile high-tech, mentre il vicino preferisce uno stile più sobrio con tendenze classiciste che fa a pugni con il balcone inalterato in quanto il proprietario non può investire un euro. Potremo sopraelevare il famoso serpentone di Corviale di un piano, per restare nel limite dei 4 metri, ma potremo allungarlo in alternativa di 200 metri.
O pensiamo al pluriproprietario che decide di aumentare le superfici utili degli appartamenti, in nome del benessere dell'inquilino, per poter aumentare il canone di affitto. Ma forse noi architetti ci potremo anche sbizzarrire con gli ampliamenti delle case unifamiliari. Potremo confrontarci con gli stili dei progettisti precedenti e mostrare la nostra bravura. Possiamo sopraelevare sfidando la statica dell'edificio, aggiungere piani con pannelli solari in nome dell'ecologia, trasformare i garages in garconnieres o in residenze abitabili per extracomunitari.
In un articolo Sgarbi, per difendere la proposta del governo attacca gli architetti Fuksas, Aulenti e Gregotti, promotori di un appello contro il decreto, accusandoli di essere autori di scempi. Il nostro critico sa benissimo che proprio l'arte si presta ad un giudizio talvolta contraddittorio. Il problema non è come costruiscono i su menzionati architetti, ma come si costruirà con un decreto che non rispetta le norme e le leggi che già sinora poco sono state applicate per lo sviluppo delle nostre città.
Perché continuare a degradarci?
Perché non attuare invece una politica di recupero di tutto quel patrimonio edilizio abbandonato?
In tutta l'Europa si fa così, ma anche in questo ci distinguiamo.
(*architetto)
© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari