sabato 7 marzo 2009
di Paolo Matta*
Dietro la sorprendente quanto schiacciante vittoria alle regionali del candidato del centro destra incombe una domanda che tutti i sardi - anche quelli che non hanno votato per il neo-Governatore - debbono porsi.
Quanto ha influito, sull'esito del voto, la massiccia, ossessiva, incombente invasione mediatica del leader del Popolo delle Libertà (e Presidente del Consiglio)? In quale altro contesto, simile a quello sardo, si è assistito ad una “discesa in campo” di premier e ministri a sostegno di un candidato presidente di una regione che rappresenta appena il 3 per cento dell'intera nazione? Quali motivazioni hanno fatto sì che, in alcune giornate di questa breve, ma intensissima, campagna elettorale, Palazzo Chigi si sia trasferito in massa in Sardegna per un'offensiva “da terra e da mare” che non si ricorda nella storia autonomistica sarda? Meno male che Silvio c'è.
Perché in gioco - questo, forse, il “nervo scoperto” di tutta la campagna elettorale - c'erano non solo la poltrona di Governatore, non solo gli interessi “cementizi” mortificati (?) dal Piano Paesaggistico regionale, non solo i baronati e potentati ridimensionati da un Piano sanitario mai e mal digerito, ma - come ha puntualmente confermato lo stesso Premier all'indomani del voto - in gioco c'era soprattutto la leadership di Berlusconi che “ha messo la sua faccia” in questa sua personalissima scommessa chiamata Cappellacci.
Avendo capito che una vittoria di Soru avrebbe rappresentato non solo un'inaccettabile sua sconfitta personale (giacché la scelta, in barba a qualunque discorso di democrazia interna di partito è stata sua e solo sua, checché ne dicano Riformatori e Udc) ma soprattutto avrebbe aperto una crepa che Soru e il Partito Democratico avrebbero divaricato a dismisura in uno scenario nazionale.
Le tempestive, irrituali dimissioni di Veltroni confermano quanto il voto sardo rappresentasse una sorta di ultima spiaggia per minare alla base e dalla base la “napoleonica” (per dirla con Benigni) leadership berlusconiana. Meno male che Silvio c'è. Soru ha fatto, su tutti, un errore imperdonabile, che gli è costato la riconferma. Ha azzeccato in pieno, da finissimo uomo politico (altro che sprovveduto e dilettante...), che il suo avversario era ad Arcore e non a Palazzo Doglio. Ha capito che non poteva competere con lo strapotere mediatico di Berlusconi e ha scelto la strada, “in solitaria”, della fuga in salita, come i mitici scalatori del Giro d'Italia, capaci di macinare chilometri e lasciarsi il gruppo, arrancante e sfiancato, a ritardi abissali. Comizi e incontri in tutti i centri dell'Isola, giacca di velluto e maglioncino a girocollo, un microfono e un poster alle spalle e via a spiegare in che cosa consiste il “modello Soru” della rinascita sarda: cultura, innovazione, conoscenza, autopromozione delle proprie risorse contro assistenzialismo, “piano Marshall”, promesse di 100mila posti di lavoro, la calda coperta del Governo.
Ma dicevamo, Soru ha commesso, proprio lui, da sardo vero, l'errore più grave. Quello di non guardarsi alle spalle, quello di non temere e non difendersi (come avrebbe dovuto) dai nemici che aveva in casa, quello di sottostimare l'aberrazione contenuta nelle legge elettorale che proprio i suoi “amici” del PD hanno utilizzato come fucile a canne mozze per una vendetta mafiosa: il voto disgiunto. Con una recisione scientifica, quasi chirurgica, al candidato del centro sinistra sono venuti a mancare proprio i voti della base andati - con una schizofrenia aberrante anche e soprattutto sul piano etico - come logica politica vuole nelle liste provinciali, ma con un'indicazione di presidente al centro destra. Una vendetta in pieno stile mafioso, una lupara elettorale devastante per tempismo e precisione. Una “congiura” di palazzo degna delle migliori pagine di un qualsiasi basso impero.
Meno male che Silvio c'è. Si sono contrapposti, alfine, due culture politiche. A Soru che ha fatto appello alla sardità, all'orgoglio e alla determinazione delle genti isolane, alla serietà e alla severità dei temi affrontati, ha fatto da contraltare lo sventolio delle bandiere e degli inni di un altro popolo, quello di “Amici” e del “Grande fratello”, delle fiction e dei reality, imbambolato e ipnotizzato dal pifferaio magico di Arcore, paternamente vicino al suo candidato, trattato come un ragazzino incapace persino di allacciarsi le scarpe senza il commovente sostegno del suo tutore. Non si contanto le gaffes di Berlusconi anche nelle sue puntuali discese in campo ad ogni fine settimana, fra bestialità culturali (i nuraghi definiti depositi di cereali...) e basse volgarità con riferimenti alle differenti prestazioni erotiche fra alti e bassi di statura. Con il popolo dei suoi elettori a ridere e apprezzare tanta signorile e squisita esibizione di bon ton…
Meno male che Silvio c'è. Per le 400mila famiglie che vivono sotto la soglia di povertà, i 200mila disoccupati, gli emarginati e gli anziani si accende una nuova speranza. Il Piano paesaggistico verrà rivisto e sarà quindi eliminata la madre di tutte le tragedie sarde e il blocco dell'economia. Ci sarà un bonus per incentivare nuova occupazione. Si metterà mano al Piano sanitario.
Queste le prime dichiarazioni a caldo del neo-Governatore. Con una sola parola d'ordine: “damnatio memoriae”, cancellare tutto quello che può essere ricondotto alla vecchia gestione. Non sarà difficile con la maggioranza bulgara che il centro destra può contare nell'aula di Via Roma. “Non ci saranno più alibi di sorta”, ha scritto il direttore de L'Unione Paolo Figus nel suo primo editoriale all'indomani del voto. Regione da una parte, Governo Berlusconi dall'altra, per la Sardegna finisce la stagione della crisi, delle emergenze sociali, del pessimismo. “La Sardegna deve tornare a sorridere”, non si è stancato di ripetere il neo presidente Cappellacci. “Meno male che Silvio c'è”, gli faceva eco, cantando, in un delirio da brividi, il popolo del centro-destra. Meno male che Silvio c'è. E quando non ci sarà più?…
(da “Chorus”)
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