venerdì 6 marzo 2009
di Marco Pitzalis
C'è da essere preoccupati dello stato della Sinistra. Questo ventennio di egemonia berlusconiana ha cambiato i nostri quadri riferimento ideali e concettuali. Ciò che prima non era pensabile oggi fa parte della nostra cultura e della nostra prassi politica.
Cito solo due elementi:
La prassi politica di questi quattro anni di governo di centrosinistra ha rafforzato in Sardegna questa tendenza. Se Soru avesse vinto - per il modo in cui è andata tutta la vicenda pre-elettorale - avrebbe vinto solo e comandato solo. Occorre una riflessione punto ma anche sul problema della cittadinanza e sul ruolo degli intellettuali.
Contro Berlusconi e contro le baronie dei vecchi capibastone molti elettori (e io tra loro) hanno accettato questa logica. Ma le elezioni le abbiamo perse. E non ci si può chiedere di giocare ancora con le stesse carte e con lo stesso croupier. E le abbiamo perse nel modo peggiore: con la più debole opposizione consigliare nella storia dell'autonomia. E questo è successo perché la logica presidenzialista ha spinto ad un voto disgiunto che ha fatto credere che bastasse votare Soru e non bisognasse votare i partiti della coalizioni.
Lo scontro tra soristi e anti-soristi ha bloccato il partito e ne ha impedito l'organizzazione in Sardegna. Questo scontro è stato funzionale ad un controllo totale sui processi decisionali da parte di piccoli gruppi di persone (da una parte e dall'altra) privi di ogni legittimità democratica. Di questo fatto ne sono consapevoli tantissimi cittadini che hanno sostenuto Soru o che hanno sostenuto il composito schieramento avverso.
Dopo la sconfitta, la linea del fronte di sorismo e anti-sorismo ha attraversato tutto lo schieramento di centro sinistra e ora rischia di riproporsi in una resa dei conti finale. Tra chi spera di prendersi la rivincita contro Soru e chi, tra i soristi, pensava di aver già chiuso la partita e non riesce a pensarsi al di fuori di questa guerra di posizione. Questo ragionamento non vuole essere affatto un tentativo di demolizione della figura di Soru. Non è Soru in questione. Ma l'esistenza del partito democratico e più in generale di una sinistra organizzata in Italia.
I soriani intellettualmente accorti capiranno facilmente che Soru può tornare a guidare una coalizione di sinistra e centro-sinistra se recupera una posizione super-partes e chiarisce le contraddizioni che hanno offuscato alcuni passaggi di questo quadriennio. Questo non è però nell'interesse dei soristi e degli anti-soristi che trasformano la dialettica politica in scontro tra posizioni irriducibili, che però ben garantisce le personali rendite di posizione.
Invito dunque il volenteroso lettore ad accettare queste premesse nella lettura delle mie argomentazioni: mettere in discussione il sorismo non significa rinnegare i quattro anni di governo della giunta guidata da Renato Soru. Tantomeno significa passare all'antisorismo, un campo che non sembra offrire dirigenti all'altezza del compito storico di costruzione del partito democratico e della sinistra. Occorre andare oltre. Con un ripensamento critico ma costruttivo. Ma occorre rigettare anche le tentazioni - neo-autoritarie o opportunistiche - di chi invece di confrontarsi sui problemi politici aborre la critica e il confronto e chiede solo professioni di fede.
Perché dobbiamo superare sorismo e anti-sorismo? Perché dirlo ora?
I toni messianici di molti amici sostenitori di Soru ci avvertono di un pericolo. Aleggia la tentazione di una candidatura di Soru - o di un suo console - alla segreteria regionale del partito. E questo fatto ha subito richiamato dall'altra parte la minaccia di una candidatura contrapposta. Il duello mediatico messo in campo da Francesca Barracciu e Siro Marroccu, solo pochi giorni fa, dà il segno del rischio che stiamo correndo. Entrambe le eventualità non giovano alle prospettive politiche dello stesso Renato Soru. Ma l'elemento più preoccupante non è il destino di Soru - che se la cava bene da solo.
C'è seriamente da preoccuparsi della tenuta della sinistra e della tenuta del tessuto democratico. Dobbiamo dire basta. Fermatevi! Non intrappolatevi sempre nella medesima scacchiera. È l'ora di una mossa del cavallo - politica - che ci faccia uscire dallo stallo dei signori della guerra interna. Siamo tutti prigionieri di una logica di guerra: sorismo e anti-sorismo. Questa è una falsa dicotomia. Ma se rimaniamo incastrati in questa opposizione stiamo consegnando il futuro alla destra.
È ora di tornare a fare politica, a pensare in termini politici.
Conclusioni. L'imperativo oggi è la costruzione di un partito “democratico” che si fondi su una condivisione di ideali e sulla discussione di un programma. Soprattutto che si fondi su norme democratiche condivise che regolino la partecipazione degli iscritti e dei cittadini, consentano a ciascuno di partecipare con pari dignità ai processi decisionali e per le quali la delega venga esercitata sulla base di un preciso mandato.
Credo che ci sia una sola strada davanti a noi ed è quella della costruzione del PD come partito di cittadini organizzati e non di comitati elettorali e di gruppi di potere interessati al controllo dei meccanismi di formazione delle liste elettorali.
Molti eletti e soprattutto moltissimi elettori vedono lucidamente che questa è l'ultima nostra chance. Il commissario Passoni prepari il ritorno alla normalità democratica. Faccia attenzione: la farsa di Tramatza incombe. Non bisogna dunque riconsegnare il partito ai signori della guerra interna (soristi e anti-soristi). Occorre invece mettere le basi per la ricostruzione del partito: aprire una campagna di tesseramento, costruire i circoli e lanciare un percorso che ci conduca al congresso per la fondazione del Partito Democratico Sardo e sia insieme un processo di unificazione che permetta di eleggere un segretario e organismi dirigenti di alto profilo e nel segno dell'unità.
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