martedì 17 febbraio 2009
di Giorgio Melis
Veni, vidi, vici. Il piccolo Cesare può ben ripetere le storiche parole del grande Cesare. In Sardegna è venuto cinque volte. Ha visto e si è fatto vedere quanto bastava. Ha vinto tutto sbancando il tavolo elettorale e assegnando per procura la presidenza della Regione a Ugo Cappellacci. Lo dice lui stesso (“ci ho messo la faccia, non poteva andare diversamente”), lo dice la Gelmini (“è un gladiatore”), Giuliano Ferrara (“vince ancora lui”), tutti i commentatori dei giornali nazionali. Berlusconi in un solo colpo ha:
1) sbaragliato Renato Soru, a sua volta steso dalla coalizione di centrosinistra con il 18 per cento di voti in meno del centrodestra; 2) cancellato l'anomalia sarda;
3) dimostrato agli alleati che comanda e trionfa solo e sempre lui, qualunque cosa dica e faccia: come candidare alle europee Clemente Mastella e annunciarlo alla vigilia del voto sardo;
4) probabilmente dato il colpo di grazia Veltroni, completando la destabilizzazione del Pd già alle corde.
Non è esatto dire che la Sardegna s'è destra. Si è consapevolmente berlusconizzata: per molti anni a venire. Anche in odio a Soru? Anche. Ma soprattutto perché il pifferaio magico ormai vince sempre e dappertutto. Alle elezioni politiche, in Friuli, in Abruzzo, presto alle amministrative ed europee. I fattori personali e locali contano niente, cambiano scenari e protagonisti: resta fisso il traino vittorioso del Cavaliere. Anche mentre la crisi avanza devastante, a perdere è un'opposizione allo sbando, non governo e maggioranza come accade in tutto l'Occidente.
Renato Soru è stato spazzato via dal combinato disposto dell'invasione-okkupazione pienamente riuscita del premier, dalla dissoluzione del proprio schieramento e certamente dal voto contro di molti elettori trainati dai notabili e consiglieri lasciati a casa per aver superato il limite delle due legislature. Al contrario, la conferma generalizzata degli uscenti (alcuni anche rientranti: su tutti Giorgio Oppi, a valanga), anche veterani degli anni settanta e tutti i “nuovi” in Consiglio dal 1994, ha gonfiato le vele delle liste del centrodestra.
Pdl e alleati - in piena sintonia con la situazione nazionale, dominante anche nelle regioni e nelle città - consolidano in Sardegna un radicamento politico-elettorale nella scomparsa di quello avversario. Il centrosinistra sta sparendo ovunque come blocco significativo e influente per una regressione sociale, culturale e antropologica che ne ha annichilito la forza politica in una crepuscolare faida terminale. Qui si è consumata fino alle estreme conseguenze. Lo dicono i numeri. Il centrosinistra ha totalizzato neanche il 39 per cento dei voti (Soru ha avuto cinque punti in più), contro il 56,7 per cento del centrodestra (Cappellacci è sotto di cinque punti sulla sua coalizione). Incrociando i dati dei due candidati in rapporto alle coalizioni, si spiega il risultato per il 50 per cento.
Con un distacco di oltre il 18 per cento dalla destra, è chiaro che è franato in modo generalizzato il consenso per la coalizione attorno al presidente uscente. La performance migliore di Soru non poteva certo pareggiare i conti. Così come il risultato di Cappellacci, inferiore ancora del 5 per cento rispetto ai suoi partiti, non è stato decisivo.
Da tutta Italia si chiede come sia stato possibile che i fieri sardi non abbiano reagito per orgoglio all'invadenza di Berlusconi. Purtroppo gli stereotipi resistono a qualunque analisi corretta e concreta. Sarà capitato al massimo alcune decine di volte di dirci e scriverci, tra di noi, che la famosa fierezza sarda, la costante resistenziale contro l'invasore, il patriottismo contro chie venit dae su mare sono leggende che resistono alla smentita dei fatti, alle ripetute repliche della storia e della cronaca. Berlusconi era già entrato come un coltello nel burro isolano, fermato nel 2004 da Soru: ora si torna nella normalità. Il simbolo più squallido, sgradito anche a destra per gli effetti reattivi temuti e che poi non ci sono stati, la consegna della bandiera del Psd'az a Berlusconi. Inutile rappresentazione di una sottomissione non necessaria, rimasta impunita, dunque accettata a conferma dell'illimitata vocazione alla cupidigia di servilismo di tanta parte del nostro popolo.
Si è detto e scritto molte volte, in solitudine quasi totale, che i cinque parlamentari paracadutati ed eletti dai sardi ma di fatto a esclusiva disposizione di Berlusconi, avrebbero fatto insorgere popolazioni assai meno accreditate di fierezza locale dei sardi. Non c'è stata una reazione a destra e passi, perché il padre-padrone non si può contraddire senza pagare caro, ma neanche nel centrosinistra. Ovvero, apatia e rassegnazione. Certo, eravamo in molti, lo è rimasto il 40 per cento (quanto resisterà nel tempo?) a scandalizzarci per un'appropriazione indebita di parlamentari, preludio all'invadenza elettorale.
Iinsopportabile per dignità non essendosi mai vista in nessun'altra stagione politica e in alcuna regione. Ergo, alla grande maggioranza dei sardi - anche effetto della cultura dell'invidia che incoraggia chiunque, anche dall'esterno, voglia sgarrettare un avversario interno - andava ed è andata bene così. E' la Sardegna quasi di sempre, gente. Non è per caso che siamo una nazione fallita o abortiva, come diceva Emilio Lussu. Prendiamoci per quel che siamo. Purché nessuno blateri ancora di orgoglio, dignità, patriottismo, perfino indipendenza evocata all'interno del centrodestra. Informiamo i tanti nostri ingenui estimatori fuori dell'isola. Non c'è diversità maggioritaria rispetto a una deriva generale che tuttavia non consentirebbe mai a Berlusconi di indicare e imporre il proprio candidato ai siciliani o ai lombardi e veneti, pretendendo anche di issarselo sulle spalle e farlo accettare dagli elettori in quanto missus dominicus. Modestamente, gli intrepidi sardi hanno sbaragliato tutti nella corsa alla sottomissione totale, plateale, squallida. Infatti tutti dicono che ha vinto Berlusconi, non Cappellacci: al quale il ministro Rotondi, rischiando l'ernia, tributa l'onore di essere stato associato al trionfo del premier. Se conta solo vincere, in qualunque condizioni e a ogni costo, va benissimo così. Ma non giova alla credibilità del neo-presidente. Sarà presto dimenticato: il potere nobilita tutto, il successo giustifica qualunque manchevolezza.
Qui ovviamente non si discute sulla legittimità della scelta a destra. Disturba ancora una minoranza non trascurabile e significativa e oltre la distinzione politica, la quasi imposizione, l'elezione per procura di un presidente della Regione che personalmente avrebbe avuto le carte in regola. Ma come qualunque altro candidato scelto sempre dallo stesso dominus e che avrebbe vinto perché portato al successo da lui: intercambiabilità delle persona tranne quella decisiva. Ormai niente è più oltre i limiti: valicati senza scandalo. E' stata innegabilmente una partita alquanto impari. Lo Stato (ovvero il premier, il governo con una dozzina di ministri, rappresentanti delle istituzioni) e la Chiesa gerarchica contro una persona “privata”, senza più potere e i segni di quello lasciato quasi due mesi prima con le dimissioni da presidente. Avendo contro due terzi dell'informazione locale e una visibilità elettorale in quella nazionale di un frazione rispetto all'avversario nominale all'ombra di quello reale. Riconfermando che alla lunga l'informazione logora chi non ce l'ha o peggio l'ha avuta contro ossessivamente.
Soru ha fatto il massimo e il meglio nelle condizioni date, da combattente di razza, gladiatore vero. Senza poter rimontare la demonizzazione che ne è stata fatta, specie a mezzo stampa-tv, per cinque anni, oscurando o ritorcendogli contro il buono e l'ottimo fatti, assieme ad errori, limiti, scelte improvvide. Ma ha ottenuto risultati straordinari di cui si parlerà lasciando una Regione in condizioni infinitamente migliori del disastro in cui l'aveva trovata nel 2004.
Renato Soru paga riforme che hanno toccato molti interessi costituiti e inesorabili, comuni a destra e sinistra. Sconta anche, se non soprattutto, oltre la reazione alle sue scelte di fondo e asprezze di carattere, la voglia matta del ritorno a su connottu, alla Regione mammella, da bere e da sbranare: come era accaduto esasperate dal 1999 al 2004. Voglia di assaltare le finanze risanate, la sanità in equilibrio e di eccellenza nazionale, le ricadute del G8 dopo la liberazione dai sommergibili nucleari americani e di enormi territori già sottoposti a servitù militari. Insomma, c'è tanta polpa e grasso nella Regione da cui i sardi hanno sfrattato Soru. Potere da gestire e usare, ripartendo dal territorio: le mani sulle coste e non solo. Cappellacci potrà frenare la stessa deriva del precedente malgoverno di centrodestra? Tutto è possibile. Ma improbabile. Perché anche lui era nel tuorlo di quell'uovo marcio e le stesse forze, interessi, persone e strategie sono dominanti nella coalizione di cui Berlusconi ha portato il candidato al successo.
Nessun giudizio preventivo: solo l'analisi delle forze e motivazioni in campo. Per un anno o due, si eredità grasso che cola e andrà spalmato dove vorranno quelli che tornano al potere e alla greppia con più voracità per il digiuno patito. Poi si rischia un nuovo collasso mentre la crisi si abbatterà con maggior durezza anche sulla Sardegna. Alla fine, Soru era soprattutto un ostacolo al ritorno al potere da abusare. In particolare, un pretesto da rimuovere per riprendere le belle pratiche antiche e recenti, addossandogli anche i disastri terminali di un'economia in coma da almeno 15 anni.
Il popolo sovrano ha deciso, con l'aiutino del dominus abusivo e tuttavia assolto dal consenso popolare. Ha alternato bastone e carota, promettendo tutto il possibile e anche l'impossibile (unico ministro assente, Giulio Tremonti, il solo a non impegnarsi benché abbia i cordoni della borsa). Ha ricordato amichevolmente che dall'inimicizia del governo potrebbero derivare effetti negativi. Dimenticando di spiegarci quali risultati positivi siano mai venuti ai sardi dal suo governo nel 2001-2006. Chi vince ha sempre ragione? Affatto, ma ovviamente conta solo il responso delle urne. Resta molto altro da dire, nell'analisi del voto, su passato, presente e futuro di Renato Soru. Ora che tutto è deciso, si può farlo senza fretta. Dicendo subito del patrimonio di recente credibilità e rispetto nazionale che la Sardegna di Soru aveva conquistato ovunque e che ora rischia di disperdersi e volgersi in incredula delusione. Fino a riconsegnarci all'irrilevanza politica di un bellissimo grande scoglio in mezzo al Tirreno, buono per vacanze al mare, disboscato di rilievo politico-culturale: ovvero, ri-colonizzato da Berlusconi col determinante e larghissimo appoggio dei sardi stessi.
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