mercoledì 14 Gennaio 2009
di Giorgio Melis
Non opere di bene ma fiori, ora e per il futuro: Floris forever. Il “famiglione” diventa dinastia e approda alla terza generazione. In principio era Mario: il capostipite, vero personaggio. Padre-padrone-padrino di grande intelligenza e tagliente lingua nel suo campidanese popolare e frizzante. Partendo da eccellente primario ospedaliero, aveva fondato un impero nella sanità privata: controllando non poca di quella pubblica attraverso la politica, in cui si muoveva come un pesce predatore nell'acqua. Grande potenza anche nell'urbanistica, con vasti interessi immobiliari cui il Comune di Cagliari e la Regione hanno sempre guardato con molto rispetto. La vecchia Dc, nella sua equilibrata saggezza sugli assetti di potere, non ha consentito al grande “Marpio” di andare oltre il ruolo di vicesindaco di Cagliari: ne temeva l'invasività già diffusa in vari campi di forte influenza.
Così il fondatore aveva spalmato prima nipoti e poi il figlio in politica, per spingerli dove lui non poteva arrivare: partendo sempre dalla sanità pubblico-privata in sinergia controllata. Ha messo in pista Mariolino Floris, figlio di un fratello, che ha cominciato come impiegato ospedaliero e sindacalista della Cisl: antico e robusto il sodalizio con Mario Medde. Un altro nipote, Nanni, era stato dislocato al Comune di Cagliari, dov'è ancora assessore. Mariolino è stato quello che si è innalzato più di tutti, alle presidenze della Regione (due volte) e del Consiglio. Nel secondo passaggio a capo della Giunta (1999), non aveva dimenticato la famiglia, piazzando il cugino Cici - impiegato dell'Ersat - alla direzione dello strategico Ente regionale foreste, dove si controllavano una valanga di assunzioni. Con una uscita malaccorta nel 2004, avendo distrattamente lasciato i files con i tabulati di tutte le posizioni dei dipendenti, assunti o da assumere con criteri legati alla loro iscrizione al partito del cugino presidente.
Ma prima, nel 1994, era stato Emilio, figlio di Mario e medico anche lui, a unirsi al cugino Mariolino in Consiglio regionale. La tribu vetero-democristiana, con parenti, clienti, amici e sodali, si era trasferita in blocco su Forza Italia, di cui Emilio fu capogruppo essendo contemporaneamente responsabile dell'Aiop (l'associazione della sanità private): ovvero il capo del partito-cliniche che trattava simultaneamente con l'assessore alla sanità da leader dell'opposizione in Consiglio. Un megaconflitto d'interessi che dopo due anni incredibili fu sanato lasciando ad altri la titolarità dell'Aiop. Ma Emilio aveva spiccato il volo ed era planato sul municipio di Cagliari (confermato nel 2005), quando Mariano Delogu si dimise da Sindaco per volare a Roma come senatore. Con orgoglio, come in una lunga saga familiare a lieto fine, Emilio teneva al braccio il vecchio padre malato mentre saliva le scale che conducono al grande ufficio del sindaco, nel palazzo bianco di via Roma. E il grande Mario, che sarebbe scomparso l'anno dopo, per una volta si commosse davvero come il figlio, buona pasta d'uomo anche se di potere.
Di padre in figlio e nipoti, il “famiglione” aveva una centralità che ora è stata scalfita dalla mancata, amara, frustrante nomination di Emilio ad anti-Soru. Berlusconi gli ha preferito Ugo Cappellacci, che gli aveva imposto come assessore al bilancio nel 2004, dopo la disfatta alla Regione. Il Sindaco non poteva immaginare che da Arcore si fosse già deciso o quanto meno orientati a puntare sul commercialista figlio del commercialista Fininvest-Edilnord dagli anni settanta. In qualche modo ha inconsapevolmente scaldato nel seno municipale la “serpe” che Berlusconi avrebbe preferito a lui per la Regione. C'è stata una finta festa tutta abbracci e baci, ma Floris non ha gradito e il tutor di Cappellacci lo sa benissimo. Tant'è che nel listino ha voluto Rosanna, figlia di Emilio. Un premio di consolazione per la nomination sfumata? Anche. Ma soprattutto un pegno: per evitare che, senza troppi schiamazzi nella discrezione di cui è capace, Emilio disimpegni se stesso e l'influente “famigliole” dal sostegno a Cappellacci. Insomma, come nel tempo antico si parcheggiava una figlia-ostaggio a corte: a garanzia di lealtà verso il re.
Tutto bene? Non esattamente. Se la politica diventa dinastico-ereditaria, e si arriva come in questo caso alla terza generazione tramandando la rappresentanza elettorale (di altro non v'è certezza: se Cappellacci non vincerà, Rosanna Floris non arriverà in Consiglio) come una proprietà immobiliare o finanziaria, tanto vale che i posti in listino vengano assegnati tra poche famiglie scelte per censo, tra is meris che cooptano i propri discendenti. Nulla da dire contro le persone. È il sistema che richiama, con un salto all'indietro impressionante, la selezione di quando gli elettori erano pochi e ben calibrati: dovevano essere “nati” bene, benestanti, donne escluse. Un'oligarchia che non ha nulla a che vedere con la democrazia come l'abbiamo conosciuta fino a dieci ani fa. Dunque, a Cagliari, non opere di bene ma Floris: forever.
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