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venerdì 9 Gennaio 2009

Soru alza ancora la posta: “La sfida
è con Berlusconi, non Cappellacci:
se vinciamo qui, il centrosinistra può
sconfiggere il Cavaliere come Prodi”

Non sarà una battaglia campale, ma «se vinciamo, il centrosinistra ha una ragione in più per considerare che la sconfitta non è per sempre. E che si può tornare a vincere e battere Berlusconi, come ha fatto Prodi per due volte». Berlusconi, sì: non Ugo Cappellacci, che è il candidato del centrodestra imposto dal Cavaliere in persona. In una intervista rilasciata al settimanale “Espresso” in edicola oggi, Renato Soru aveva già anticipato il tema dominante della corsa al voto per la Regione. Con occhio lungo: se è vero che, durante l'ultimo vertice a Villa Certosa, il premier avrebbe detto ai vertici isolani di Forza Italia che la campagna elettorale per febbraio sarà gestita direttamente da lui. In prima persona, per sconfiggere Soru che sta prendendo troppo piede anche a livello nazionale.

Soru con questa mossa alza ancora il livello della sfida, direttamente con Berlusconi che ha assunto l'onere di condurla personalmente e direttamente con una presenza a saturazione (nove uscite in un mese) in Sardegna. Il voto in Sardegna è «uno scontro Soru-Berlusconi per interposta persona». Appunto Ugo Cappellacci che «si presenta come nuovo, ma non lo è». Era stato assessore nella giunta di centrodestra che aveva accumulato in un anno un deficit record di un miliardo e 300 milioni di euro: il candidato del centrodestra era il titolare del Bilancio e della Programmazione. In più «non conosce la Sardegna».

Direttamente dalla biografia di Emilio Lussu, Soru accosta Berlusconi a Mussolini: «”Faccio sapere ai sardi che noi ci occupiamo amorevolmente dei problemi della loro isola”. Sa di chi è questa frase? Di Benito Mussolini. Berlusconi dice la stessa cosa: ci penso io. Noi diciamo no, alla Sardegna e a noi stessi ci pensiamo da soli». Il governatore se la cava con una battuta di fronte alla domanda su un futuro scontro Soru-Berlusconi a livello nazionale: «Ho letto che mi ha fatto sondare come suo avversario. Ma forse perché intende sostituirsi al candidato in Sardegna».

Ecco l'intervista integrale a Marco Damilano pubblicata dall"Espresso"

L'indirizzo è sempre lo stesso: Cagliari, piazza del Carmine 22, palazzo Chapelle. In questo edificio di inizio '900, decorazioni liberty e scale buie che sembra la location di un film di Dario Argento, Renato Soru cominciò nel '98 l'avventura di Tiscali, era gennaio anche allora: “Scesi a comprare gli scaffali per i primi computer”. Qui è il comitato elettorale per la sfida della vita: le elezioni regionali del 15 e 16 febbraio. “Se vinciamo, il centrosinistra può considerare che la sconfitta non è per sempre. Si può tornare a vincere e battere Berlusconi. Come ha fatto Prodi per due volte”. E basta questo per chiarire che la partita di Soru non riguarda solo la Sardegna.

Perché le elezioni anticipate?

“Tutto è nato attorno al voto sulla legge urbanistica: c'era chi voleva rovesciare il governo del territorio di questi anni, e chi voleva tornare alla stagione di una politica consumata per ricatti. Non sono stato sconfitto dalla destra, ma da un pezzo della mia maggioranza. Avevano promesso il loro appoggio, poi all'improvviso qualcuno ha passato l'ordine e hanno cambiato idea. Si è visto il capogruppo del Pdl attraversare l'aula del consiglio regionale e confabulare con alcuni consiglieri del Pd. Sa cosa mi ha ricordato? Ho pensato a quando è caduto il governo Prodi, a quella mortadella sventolata in Senato. Una cosa gravissima: quel voto è stato un gesto definitivo”.

Qual è la sfida che si gioca ora in Sardegna?

“Credo nella politica e nei partiti: ma questi partiti hanno smesso di essere radicati, presenti nella società, luoghi di una densa partecipazione democratica. E si sono ridotti a club di capi e capetti. Non solo è giusto tornare a segnare un confine tra partiti e istituzioni. È urgente, urgentissimo”.

In tutta Italia il Pd è dilaniato: inchieste, arresti, giunte in crisi. Esiste la questione morale?

“Ho visto politici che si fanno eleggere con la sinistra e poi votano con la destra. O che si fanno nominare nel listino del presidente e poi hanno sempre un parere diverso da lui, senza mai sentire il dovere di dimettersi. Se non è questione morale questa, cos'è? Politici così alle elezioni cercano un lasciapassare. Non c'è nessun legame con chi ti ha votato perché rappresenti un progetto. Una volta eletto ti senti in diritto di fare quello che ti pare”.

Lei come li ha combattuti?

“Ho presentato nel 2004 un programma di governo, sulla cui base abbiamo vinto. E quando la maggioranza ha smesso di sostenermi me ne sono andato, rimettendomi al voto dei cittadini”.

Per i suoi nemici interni lei è un personaggio autoritario, non ascolta nessuno e decide da solo.

“Ascoltare, discutere, approfondire, l'ho fatto più di chiunque, lo chieda a sindacati e imprenditori. Ascolto anche i partiti, certo. Poi però la responsabilità della decisione è mia, mi guidano la mia coscienza e il patto con gli elettori. Chi dice questo confonde l'ascoltare con l'obbedire a logiche che non sono quelle istituzionali”.

Nel Pd circola la battuta: “Meglio perdere che rivincere con Soru”.

“L'ho sentita anch'io. Per questo chiedo al Pd un segno forte di discontinuità. Non venga ricandidato chi ha più di due legislature. E chi non si riconosce nel programma”.

Anche Veltroni deve rompere con i capibastone, come ha fatto lei?

“Non mi permetto di dargli consigli. Con Veltroni ci siamo trovati d'accordo nella scelta di andare al voto, ho molto apprezzato il suo discorso al Circo Massimo quando è stato evidente che il popolo del Pd esiste e vuole essere rappresentato”.

Crede ancora nel progetto del Pd? Oppure, come dice D'Alema, l'amalgama non è riuscito?

“Mi sono candidato segretario regionale del Pd, pensi quanto ci ho creduto...”.

Ne parla al passato?

“Ci credo ancora! C'è necessità e urgenza della politica. Per questo c'è bisogno di un partito di centrosinistra che rappresenti questi valori. Il Pd è una strada difficile, ma è un percorso senza ritorno. Una traversata nel deserto, come quella di Mosè. Durante la quale è necessario un leader riconosciuto che trascini il popolo smarrito. Se il popolo litiga non va da nessuna parte”.

(red)

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