venerdì 9 Gennaio 2009
di Daniela Paba
Libertà è partecipazione, cantavano gli anni Settanta. E una lezione di libertà, sempre minata dalla paura, una riflessione sul rapporto tra la società e le sue regole, da cui ciascuno deriva il senso di giustizia che l'accompagna, poi, quando si trova a dover scegliere, ha offerto agli studenti del Liceo Siotto l'ex giudice di Mani Pulite (ma anche della P2, della Lodo Mondatori, del delitto Ambrosoli eccetera) Gherardo Colombo.
Da che Colombo ha dato le dimissioni dalla magistratura infatti, l'Italia ha perso un giudice fidato, ma ha guadagnato un educatore e uno scrittore impegnato a discutere con i più giovani, “Sulle regole”, come dice il titolo del suo ultimo libro edito da Garzanti. Convinto com'è d'aver fatto la cosa giusta, sta scrivendo insieme a un'insegnante elementare un libro sulla Costituzione che parte dalle domande poste dai bambini.
Dai giornalisti “nessuna domanda sulla politica”, chiede seppure con molto garbo: “Il Lodo Alfano? Aspettiamo per correttezza che si pronunci la magistratura”. “Gli italiani un popolo insofferente alle regole? Direi che la tendenza è a rispettare regole diverse da quelle ufficiali, espressione di un modo gerarchico di intendere la società (la raccomandazione, le conoscenze). Nelle società gerarchiche le persone non hanno pari opportunità: più si può, meno si deve, più si deve, meno si può. Essere sottomessi a qualcuno esonera da responsabilità. Essere liberi vuol dire assumersi la responsabilità di scegliere e questo fa paura. Le regole invece danno opportunità non arbitrarietà”. E per confermare le sue teorie cita La leggenda del Grande inquisitore di Dostoevskji, 1984 di Orwell, Danilo Dolci e La libertà negli occhi di Roberto Escobar.
Ai ragazzi che affollano l'aula magna del Siotto, il giudice Colombo, pone domande imbarazzanti come “Siete felici?” che, apparentemente, lascia cadere. “La parola giustizia ha avuto sempre lo stesso significato?”. Per trovare risposte fruga tra le date della storia dei diritti: la prima volta delle donne italiane al voto, 1946, l'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, 1865. Cosa è cambiato allora? Se il sinonimo di giustizia più ovvio è “eguaglianza”, “Prima di quelle date la giustizia aveva il compito di mantenere le disuguaglianze: una donna che si fosse presentata al seggio non avrebbe potuto votare. Mentre oggi se qualcuno le impedisce di votare può chiamare i carabinieri”. Giustizia ed uguaglianza sono diventati sinonimi per acquisizione recente. “Quasi sempre nella storia la giustizia ha voluto dire conservazione delle disuguaglianze, perché la società era organizzata sulla base delle differenze: chi sta in alto può tutto per chi sta in fondo ci sono solo doveri. Noi oggi pensiamo in modo diverso perché la nostra idea di società è diversa. Se ciascuno di noi ha la stessa importanza la legge è uguale per tutti. Al primo posto c'è la persona, titolare dei diritti fondamentali. La Costituzione garantisce questo. Ma se la legge non viene applicata è come se non esistesse”.
Perché in Italia c'è una tendenza a organizzarsi secondo regole che ricostituiscono una gerarchia? È un comportamento biologico, dicono i ragazzi, “Mentre l'uguaglianza di cui parla la Costituzione appare un principio quasi etereo” spiega Amedeo. “Se fosse naturale la gerarchia - replica Colombo - chi ha i soldi può essere curato o può far studiare i figli, gli altri no. In una società verticale la disuguaglianza è causa di discriminazione”.
Da Agamennone, convinto della necessità di sacrificare Ifigenia agli dei, ai discorsi di San Paolo che non mettevano in discussione lo statuto della schiavitù, fino al voto alle donne, la storia dei diritti è fatta di cambiamenti inimmaginabili, ricorda il giudice, che cambiano “l'ordine naturale delle cose”. Certo bisogna lavorarci. “Vi piace essere liberi? e perché?” “Chi è libero può scegliere” rispondono gli studenti. “Però spesso si preferisce rinunciare a fette di libertà piuttosto che assumersi responsabilità. Siamo abituati a pensare che una organizzazione gerarchica ci dà maggiori vantaggi, ma è un pensiero superficiale. Una società orizzontale mette tutti sullo stesso piano ed esige il rispetto degli altri, perciò non indirizza le risorse a creare strumenti che sono a vantaggio di alcuni. Se con il costo di due sottomarini nucleari paghi un anno di istruzione per tutti negli USA, se nel mondo si producono dodici miliardi di proiettili ( due a testa) si tratta di scegliere tra spendere in istruzione, sanità e servizi piuttosto che destinare risorse a strumenti che ci rendono diseguali”.
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