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giovedì 10 aprile 2008

Non c'è legge che possa prevenire
un attimo di distrazione,
quando il lavoro è corsa continua

Una dietro l'altra. La Sardegna registra questo triste primato: tre morti sul lavoro in tre giorni. Numeri che crescono e rendono il fenomeno un dato statistico sensibile. Ma quei numeri sono soprattutto vite spezzate. E a nulla serviranno, in questo senso, i buoni propositi per il futuro. Perché è nel passato che già può vedersi come andrà a finire. Parole su parole, a caldo. E poi più nulla: si continuerà a morire. Del resto non è facile spezzare questa triste e tragica catena di quelle morti, definite “bianche”, che tingono di nero il mondo del lavoro.

«Non sono cose che cambiano rapidamente», commenta Maria Letizia Pruna, docente di sociologia economica dell'Ateneo cagliaritano. «Ma parlarne è sempre un bene: quando una cosa diventa normale, allora, non se ne parla più». Anche se alla fine: «Dagli ultimi episodi, non è cambiato niente: gli incidenti diminuiscono però rimane un fenomeno gravissimo. E, in fondo, il numero dei morti non sta diminuendo poi così tanto».

Ma allora che fare? L'appello alla politica è dovuto, in questi tragici frangenti, ma la soluzione non può essere solo normativa: «Non c'è legge che possa rimediare ai danni di un atteggiamento irresponsabile», spiega la docente, «il vero problema è che c'è una sottovalutazione costante del pericolo, del rischio: questo è l'aspetto fondamentale».

Di certo non aiuta la filosofia del lavoro trita-vite: «Il ritmo sostenuto, la velocità: non perdere tempo perché il tempo è denaro - spiega Pruna - mentre in realtà un po' di tempo perso può essere una vita guadagnata». Il lavoro come fine (letale) e non come mezzo per vivere è diventato una questione di sopravvivenza. «La pressione del tempo, dello sbrigarsi, del fare in tempo: compresa l'attenzione a guardarsi intorno e vedere cosa succede». Questo modo di intendere il lavoro, insomma «scoraggia l'attenzione, questo tipo di organizzazione del lavoro non agevola l'attenzione del lavoratore».

Anche perché «il controllo non può evitare la morte ,ma l'attenzione è fondamentale». Il lavoro come rincorsa contro il tempo, che insegue logiche di velocità. Ma anche le disattenzioni che ne scaturiscono. Dentro una cornice fatta di norme di sicurezza spesso più nominali che applicate.

E la politica: cosa fa e cosa può fare per scongiurare il ripetersi di queste sciagure? «La sensibilità mostrata nei confronti del fenomeno da questo ministro del lavoro (Cesare Damiano, ndr) è stata unica», dice Maria Letizia Pruna. «Siamo un paese che in generale ha un sistema di norme che può tutelarci». Ma questo non basta: «La disattenzione non è reato: non è sanzionabile».

E le colpe non possono certo ricadere sul lavoratore: vittima due volte, quando cade per adempiere al suo dovere in condizioni di scarsa sicurezza.«La responsabilità fondamentale è di chi il lavoro lo gestisce e lo organizza: non si possono colpevolizzare i lavoratori, la responsabilità maggiore è delle imprese». (cinzia isola)


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