giovedì 3 aprile 2008
di Sergio Ravaioli
Aridatece la politica!
Vedere a Roma piazza San Giovanni con due milioni di persone che ondeggiano su questo slogan è un mio sogno che ha poche probabilità di essere esaudito nel millennio corrente. Forse farei bene a cercar di convincere Beppe Grillo, il quale di gente in piazza ne trascina parecchia, che il problema italiano non è la politica che ha invaso tutti gli spazi, ma i partiti che hanno smesso di fare politica per interessarsi solo al potere.
Tra le definizioni di “politica” che ritrovo nella decina tra dizionari ed enciclopedie che ho in casa, quella nella quale mi ritrovo di più è prelevata su Internet da Wikipedia e recita: «la politica è quell'attività umana, che si esplica in una collettività, il cui fine ultimo - da attuarsi mediante la conquista e il mantenimento del potere - è incidere sulla distribuzione delle risorse materiali e immateriali, perseguendo l'interesse di un soggetto, sia esso un individuo o un gruppo». Per secoli, appresso ad Aristotele, abbiamo creduto che questo soggetto fosse la polis, che in greco significa la città, la comunità dei cittadini. Politica, secondo il filosofo ateniese, significava l'amministrazione della polis per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano.
… non ci siamo!
Per risolvere un problema, conditio sine qua non è una corretta diagnosi: il male non è la politica. Il male sono i partiti, gli attuali partiti che ci hanno espropriati della politica. La politica è una cosa buona!
Mi ha rafforzato in questa convinzione sentire alla tv un chirurgo milanese rispondere nei termini che seguono alla provocazione dell'intervistatore che gli chiedeva «ma chi glielo ha fatto fare di mandare una lettera ai suoi pazienti consigliando di votare Formigoni?»
«Vede - risposta del chirurgo - la nostra è una struttura di eccellenza, come testimoniano centinaia di pazienti che annualmente vengono da ogni parte d'Italia, e anche dall'estero, a farsi operare da noi. Per essere eccellenti, e continuare ad esserlo, non basta essere bravi: occorrono apparecchiature moderne e costose, occorre poter assumere personale preparato in competizione con altri che potrebbero pagare di più, occorre possibilità di andare all'estero per aggiornarsi, occorre la tranquillità mentale che ti consente di dedicarti interamente alla tua attività sapendo che ad assicurarti i presupposti per mantenere efficiente, anzi eccellente, la macchina che tu guidi ci pensa qualcun altro. E questo qualcun altro è Formigoni: perché non dovrei consigliare di votare Formigoni?»
Già! Perché? Dalla lontana Sardegna, dove di Formigoni non gliene cale niente a nessuno, devo dire che mi sembra che il ragionamento tenga.
Proviamo ad immaginare un'Italia nella quale i primari ospedalieri non vengano nominati dalla politica ma dagli esperti della materia, e cioè dalla stessa categoria degli ospedalieri (… chi più qualificato di loro !?!). Siamo sicuri che il metodo non partorirebbe gli stessi risultati che osserviamo per l'Università, dove le cattedre vengono assegnate dagli universitari stessi? Io sono sicuro che accadrebbe esattamente la medesima, identica, oscena cosa.
Ed allora, possiamo convenire che è giusto che le nomine vengano fatte dalla politica? Forse sì, però dalla politica come l'intendeva Aristotele, la politica che amministra la polis per il bene di tutti, tramite uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini possano partecipare con la consapevolezza di contare, di fare cosa utile e non di buttar via il proprio tempo. La politica come mediazione tra interessi particolari, alla ricerca dell'interesse generale.
Non è questa la situazione che i partiti hanno creato. Quindi il problema non è rifugiarsi nell'antipolitica, ma portare i partiti ad occuparsi nuovamente di politica, creando (anzi riaprendo: una volta c'erano) gli spazi pubblici al quale tutti i cittadini partecipino. Ed impegnandosi ad indirizzare le Istituzioni verso la “distribuzione delle risorse materiali e immateriali, perseguendo l'interesse di un soggetto”, e che questo soggetto non sia la solita cricca, ma un soggetto collettivo che coincide con l'intera comunità servita.
Certamente l'operazione non sarà semplice né breve: la direzione da seguire sarà sempre quella di utilizzare in tal senso le contraddizioni, gli spazi che ogni tanto qualche partito apre o che un qualche gruppo sociale riesce a conquistare. Oltre che punire inesorabilmente con il voto - senza fideistiche appartenenze - chi, alla luce dei risultati conseguiti, usa il potere a vantaggio di interessi individuali, per il puro piacere di occuparlo o, peggio, per produrre degrado anziché eccellenza.
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