mercoledì 19 marzo 2008
di Darwin
Avevo una nonna, a cui volevo molto bene, che andavo a trovare praticamente ogni settimana. Non tenevamo grandi conversazioni, ma il sorriso che le apriva il viso e gli occhi ogni volta che mi vedeva valeva più di mille parole. Poi qualcosa è cambiato. Continuava sempre ad accogliermi con lo stesso sorriso, e apparentemente con la stessa gioia: l'unica differenza è che non sapeva più chi io fossi, e con me tutti quelli che le stavano intorno. Credo che non sapesse neppure chi fosse lei stessa. Mi pareva che la sua mente fosse andata via prima del suo corpo, e ricordo che per me è stato come se fosse morta quel giorno, e non un anno dopo, come di fatto è stato.
Faccio questa premessa per dire che parlare di malattia mentale non è la stessa cosa che parlare di diabete o di glaucoma: la malattia mentale attacca le facoltà che più consideriamo umane, il raziocinio, la capacità di interagire con i nostri simili, e per questo ci appare aliena, una disgrazia a cui è difficile abituarsi. La malattia mentale è così piena di se che mi pare improprio e strumentale affiancarle altre cose, soprattutto farne strumento di protezionismo corporativo, di guerra ideologica o scontro politico. Eppure è quanto hanno fatto alcuni ordini e sindacati medici (tutti con l'eccezione della CGIL) in una pagina, a pagamento, pubblicata domenica scorsa sul quotidiano L'Unione sarda.
È una pagina listata a nero per affermare che la giornata del 3 marzo 2008 è stata, a loro dire, una pagina nera per la sanità sarda, il giorno in cui «per non essersi allineato con gli amministratori aziendali e regionali della sanità» è stato sospeso il dott. Turri, primario di psichiatria del Santissima Trinità di Cagliari. Le ragioni della sospensione risiederebbero quindi nell'accanimento “politico” dell'Azienda (e, naturalmente, dell'assessorato regionale alla sanità) nei confronti di chi non si “allinea”. Il tutto sullo sfondo della diatriba, che da tempo interessa gli addetti ai lavori, e vede contrapposte in Sardegna diverse correnti di pensiero in ambito psichiatrico, riconducibili alla scuola triestina e a Basaglia piuttosto che ad altri modelli.
Nella pagina non si cita, nemmeno per esprimere semplice cordoglio alla famiglia, l'unica persona che, pur non conoscendo Basaglia né sapendo di modelli Bio-Psico-Sociale-Integrati, è stata suo malgrado parte in causa nella vicenda: il signor Giuseppe Casu, ambulante “precario” di Quartu Sant'Elena.
Questi i fatti: il 15 giugno 2006, dopo che i vigili urbani gli infliggono la seconda multa in due giorni (entrambe dell'importo di 5.000 euro), viene ricoverato nel reparto psichiatria del Santissima Trinità, con il cosiddetto “trattamento sanitario obbligatorio”, un piccolo ambulante saltuario ed abusivo, Giuseppe Casu, appunto. Questo in quanto avrebbe imprecato contro la forza pubblica ed opposto resistenza allo sgombero da piazza IV novembre a Quartu Sant'Elena. Ha insomma mostrato quella che in termini tecnici si chiama “agitazione psicomotoria”.
Ora, a parte il fatto che anch'io mi sarei alquanto agitato psicomotoriamente di fronte a sanzioni di tale entità, mi insospettisce di questa vicenda il fatto che i vigili urbani di Quartu si fossero recati sul luogo del fatto per infliggere la sanzione accompagnati da carabinieri e da un giornalista armato di macchina fotografica, per immortalare l'evento. E alla fine di tutta la vicenda non abbiano redatto neppure un verbale. Come se andassi dal mio vicino di casa a discutere di “quel piccolo problemuccio” armato di kalashnikov e coltello da rambo: difficile non pensare ad una provocazione premeditata.
Premeditazione o meno, il ricovero viene effettuato e Giuseppe Casu si ritrova legato ad un letto e sedato per 7 giorni consecutivi, fino al giorno della morte, avvenuta il 22 giugno 2006. Ed inizia qui una serie sconcertante di ritardi, omissioni, stranezze. Solo dopo i solleciti dei familiari, che creano anche un comitato per chiedere giustizia, l'ASL avvia una indagine interna, che censura sotto il profilo clinico oltre che etico il lungo periodo di contenzione fisica. Viene inoltre rimarcato che nessun accertamento specialistico è stato effettuato sulla mano destra del paziente, probabilmente fratturata nella colluttazione, nonostante il gonfiore e colorito violaceo evidente, segnalato dai familiari e dall'ortopedico della struttura. Ed infine che nessun tentativo finalizzato all'interruzione della contenzione fisica e farmacologia è stato effettuato, né sono stati attivati accertamenti specialistici ed esami diagnostici.
La magistratura incarica tre esperti di accertare le cause della morte del signor Giuseppe e, dopo le conclusioni delle indagini, rinvia a giudizio il dott. Turri e la dottoressa Maria Cantone per omicidio colposo. Acquisiti gli atti dell'inchiesta la magistratura accerta però alcuni dati inquietanti. Scopre che i referti (ed i reperti organici) dell' autopsia di Giuseppe Casu sono stati scambiati con quelli di un altro paziente, deceduto anch'egli, guarda caso, per tromboembolia (però causata da un tumore). Dei reperti organici di Giuseppe Casu non si trova più traccia, insomma per dirla in termini oxfordiani, le cose si incasinano. Perciò, tra vedere e non vedere, la Procura apre una nuova indagine contro ignoti per distruzione di parti di cadavere e frode processuale.
Nel frattempo il caso assume rilevanza nazionale, vengono presentate interpellanze in Parlamento e anche il mondo dei rappers dedica una canzone alla vicenda. Dal rinvio a giudizio scaturisce la sospensione a titolo cautelativo del primario (la dottotressa Cantone si era nel mentre dimessa), firmata dal direttore generale dell'Azienda sanitaria di Cagliari, Gino Gumirato.
Insomma nella nostra ignoranza abbiamo creduto tutti che si trattasse di una “banale” questione di malasanità (e, per i più estremisti, dell' ennesimo abuso della forza pubblica nei confronti di un cittadino inerme) ma, per fortuna, ci hanno pensato gli addetti ai lavori a chiarire, a pagamento nelle pagine dell'Unione, che ci sbagliavamo. Che la morte di Giuseppe Casu è solo un pretesto per punire il dott. Turri, primario scomodo alla direzione aziendale.
I firmatari dell'inserzione hanno però dimenticato di addurre l'unica ragione che avrebbe attirato una giusta attenzione: che la sospensione è ingiusta perché il dottor Turri può essere innocente, fino a prova contraria. Sarebbe bastata questa argomentazione per dare diverso aspetto al comunicato, alquanto di cattivo gusto nel suo stile funereo (se non altro perché qualcuno, anche se non citato, è morto per davvero). E non dare l'impressione che si sia voluto invece giustificare così lo stato di agitazione annunciato in coda alla pagina o dare forza ad altre rivendicazioni, non citate dal comunicato ma aleggianti nello scenario regionale. Un po' come andare a discutere di questioni di salute imbracciando un kalashnikov, insomma.
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