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mercoledì 19 marzo 2008

Spagna e Usa, cose e donne dell'altro mondo
nell'Italia papista e di Ferrara non si lotta
contro la società sessista: parità velleitaria

di Anna Oppo

“Non una donna in più nel Congresso” era il titolo dell'articolo di Soledad Gallego-Diaz pubblicato da El Paìs pochi giorni dopo le elezioni vinte da Zapatero. Anzi la rappresentanza femminile nel parlamento nazionale è passata dal 36,2% della scorsa legislatura al 35,7% di quella attuale. Si sarebbe dovuta raggiungere la parità che, secondo la definizione della Commissione europea, recepita dalla “Ley de Igualdad” approvata in Spagna nel marzo del 2007, significa che i due generi sessuali devono avere non meno del 40% dei seggi in tutte le assemblee elettive, da quelle locali a quelle nazionali. E a tal fine, recita la legge spagnola, in ogni lista elettorale i candidati di ciascuno dei due sessi devono essere rappresentati per almeno il 40%.

Le liste elettorali sono state fatte secondo la legge ma gli apparati di partito, ancora a forte maggioranza maschile, l'hanno “interpretata”. Il primo atto interpretativo è stato quello di considerare le percentuali come “quote”. Come ha denunciato durante la campagna elettorale la responsabile nazionale delle politiche di parità il “non meno del 40%” per ogni genere sessuale è diventato 40% dei posti alle donne e 60% agli uomini. In secondo luogo molte donne sono state collocate in posizione incerta nelle liste delle circoscrizioni o, come si esprime Gallego-Diaz, in posti “in salita”. Il sistema elettorale spagnolo - liste bloccate e circoscrizioni elettorali piccole - consente ai partiti di sapere quasi con certezza quanti deputati si possono eleggere in ciascuna circoscrizione e il successo di ogni candidato dipende, appunto, dalla posizione che occupa nella lista. Così la parità non si è raggiunta anche se, agli occhi di un'italiana, il quasi 36% di elette sembra una cosa “nordica”, non da paese mediterraneo e cattolico.

E poi la legge ha funzionato da altre parti, nelle amministrative dello scorso anno, e questa volta nelle assemblee regionali. Ad esempio in Andalusia. Per merito delle liste “cremallera” che obbliga i partiti andalusi a presentare le candidature alternando rigorosamente uomini e donne le elette sono state il 46%., 50 su 109 seggi. Scrivono le giornaliste di Siviglia:“Per la prima volta nella sua storia l'Andalusia avrà dal 3 di aprile un parlamento paritario”, che si pone all'avanguardia in Europa poiché solo il parlamento svedese ha una rappresentanza femminile così alta ( il 47%). Contro la legge andalusa pende un ricorso alla Corte costituzionale presentato dal Partito popolare ma le giuriste spagnole dubitano che tale ricorso verrà accolto poiché la Corte ha già respinto il ricorso, presentato sempre dal PP, contro la legge nazionale di parità.

Ho raccontato questa storia delle elezioni spagnole in primo luogo perché mi sembra che in Italia nessuno l'abbia fatto - né giornali né tv - , nonostante il gran parlare di “rinnovamento”, della necessaria presenza di un numero maggiore di donne nelle liste elettorali, di riequilibrio della rappresentanza ecc. ecc. In secondo luogo la storia mi sembra istruttiva, soprattutto per le donne italiane. Da noi le leggi di parità sono poco amate, la parola “quote” suscita perplessità e si considerano non più di moda le “affermative actions”. Senza contare che sulla parola “parità” si sono fatti molti pasticci teorici e metodologici.

Tutti i dati empirici mostrano come le “affermative actions” - per le donne come per i neri - sono state uno strumento di grande efficacia nel combattere le discriminazioni. Penso che Obama e forse anche Hillary non sarebbero dove sono senza i molti decenni di “affermative actions” statunitensi. È vero, oggi le donne di successo americane e la borghesia nera che si è formata proprio con le “azioni positive” non le apprezzano più, le trovano imbarazzanti. Ma questi atteggiamenti sono proprio la conferma dell'efficacia delle leggi antidiscriminazione e del fatto che esse hanno contribuito a formare elettorati consapevoli - l'elettorato femminile, l'elettorato nero - che i partiti non possono ignorare.

Se noi avessimo una legge di parità decente - la legge spagnola prevede che anche la ricerca scientifica in campo sanitario deve prendere in considerazione le differenze fra uomini e donne - non staremmo a piangere perché i partiti non ci hanno graziosamente concesso un numero maggiore di posti in lista o deprecare che questi non abbiano scelto le donne “migliori” ( come se i partiti scegliessero uomini straordinariamente bravi) e altre lamentazioni simili.

E una legge di parità ci avrebbe risparmiato anche Giuliano Ferrara e le sue azioni criminose: semplicemente non se le sarebbe potute permettere.

Discutere perché da noi non vi sia una legge organica di parità richiede forse un ragionamento lungo. Qui mi limito ad una sola ipotesi: le donne italiane nel corso dei decenni hanno perso l'acuta consapevolezza della natura sessista della nostra società e della tenace disuguaglianza fra i generi che pervade tutti i campi della vita sociale. Ci siamo perse in ragionamenti sofistici, abbiamo cercato scorciatoie, ci siamo auto colpevolizzate (paradossalmente, rifacendoci proprio ad una specificità di genere) e tutto ciò è avvento perché è molto duro guardare con nervi saldi e mente fredda al fatto che siamo sempre discriminate, perché donne.

Posso aggiungere anche che abbiamo poco studiato, non ci siamo confrontate con le migliori pratiche europee o mondiali per attuare quel bench marking inutilmente invocato per le più varie questioni, compresa la disuguaglianza di genere.

Secondo le previsioni elettorali di Balduzzi e Bordigan, pubblicate su laVoce.info del 15 marzo 2008, nel nuovo Parlamento italiano (alla Camera) le donne elette dovrebbero essere il 28% per il PD ma solo il 19% nel Pdl. Si tratta di percentuali ancora ben al di sotto di quella soglia critica del 30% che, secondo ripetuti studi scientifici, permette ad una “minoranza morale” di far sentire la propria voce. Ma, almeno per il PD, si tratta di una percentuale non insignificante.

Sarebbe troppo sperare che le elette si impegnino con realismo e lucidità a promuovere una legge organica di parità? Che significa parità nella differenza, non supposta omologazione ( ad un modello maschile). Di fronte a discriminazioni sistemiche solo una azione sistemica può avere qualche speranza, non dico di pieno successo, ma almeno di correzione di rotta. Oppure vogliamo continuare ad accontentarci di scorciatoie e/o a sognare grandiose palingenesi socio-mondiali in nome dell'azione “salvifica” delle donne?


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