martedì 11 marzo 2008
Interventi.
di Guido Bocchetta
La vittoria di Zapatero, seguita dall'affermazione al primo turno delle sinistre nelle amministrative francesi, ha ridato fiato alla nostra stampa sempre faziosa. Ho visto, venerdì sera, nella Gran Via a Madrid, togliere giganteschi cartelloni elettorali per accordo spontaneo tra i due avversari, dopo il luttuoso attentato terrorista al sindacalista di Mondragon. La correttezza del binomio Zapatero-Rajoy, visibile anche nei loro dibattiti su Youtube, è un tipico caso spagnolo, attento alle forme, in quanto esse stesse sostanza delle cose.
Per capirlo, occorre una precisazione: la Spagna ha avuto sette secoli di monarchia con imperatori che non vedevano mai tramontare il sole, tanto vasti erano i loro possedimenti. La definizione dei poteri tra Stato e Chiesa non l'ha fatta Zapatero con i matrimoni gay, ma Carlo V con il suo “Cuius regio, eius religio”, dove, non a caso, regio precede religio. Perciò il rispetto attuale delle istituzioni nasce da un rispetto antico per l'istituzione Monarchia-Governo, come abbiamo visto di recente con interventi del Re, Juan Carlos, nei confronti di Chavez e nella contemporanea difesa dell'ex premier Aznar, fatta dallo stesso Zapatero, suo avversario politico.
I padri fondatori delle istituzioni dell'Italia risalgono ad oltre duemila anni fa, ai tempi dell'impero di Roma. La monarchia italiana è stata la Chiesa, con un forte potere carismatico, ma non certo militare, come messo a nudo da Stalin, con la richiesta di quante divisioni avesse il Papa. In Italia, la nostra monarchia è durata meno di un secolo, con un casato periferico, i Savoia, di lingua madre francese. Perciò la gente del Bel Paese nei confronti delle istituzioni che ci governano ha come tratto caratteriale l'anarchia, anzichè il rispetto come imporrebbe una monarchia di antica data.
La mancanza di una sovranità condivisa ed accettata ha creato negli italiani il bisogno del capopopolo, di cui son piene le cronache, da Cola di Rienzo a Roma, a Savonarola in Firenze, al Masaniello di Napoli. Tutte figure finite tragicamente. Mussolini col suo Fascismo, nel XX secolo, fu una figura similare, di capopopolo a livello nazionale. Uomini che il potere lo conquistano con le marce su Roma, paventando rivoluzioni da operetta, buone per impressionare monarchie da operetta, come appunto quella dei Savoia.
Ma torniamo al nostro problema attuale. Come si potrebbe raggiungere la civiltà del dibattito spagnolo tra Zapatero e Rajoy, in cui i due leader si confrontano civilmente su di programmi concreti, e non dubitano della correttezza delle intenzioni dell'avversario? La faziosità italiana impedisce dibattiti civili. Dovrebbero essere le stesse istituzioni, con l'aiuto della stampa e della tv, attraverso una cura educativa da cavallo, a ricordare le nostre debolezze istituzionali di origine storica, che creano arruffapopoli. Ma gli ultimi atti di un Parlamento clownesco, unito ad una Magistratura da spettacolo ed una tv ribalda, fanno poco sperare. Per non parlare della stampa, non al servizio, ma addirittura di proprietà dei Poteri Forti.
Le tentazioni populiste, con promesse impossibili da realizzare e la pratica leninista della demonizzazione dell'avversario, restano la consuetudine nel nostro panorama politico. Recuperare la stampa e la televisione ad un uso corretto del mezzo, eliminando partigianerie e finanziamenti palesi od occulti, dovrebbe essere il primo passo nella giusta direzione, ma ci vorrà molto tempo, proprio per quel deficit di monarchia avvenuto dopo il Medioevo.
Ritengo che persone come Tremonti e D'Alema potrebbero essere oggi gli avversari adatti ad un civile dibattito. Ma dovremo attendere il prossimo giro, perché il palcoscenico è ora occupato da Berlusconi e Veltroni, un duo che non scherza in fatto di demagogia e di populismo a buon mercato.
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