lunedì 10 marzo 2008
di Giorgio Melis
Il sangue versato dall'Eta sulle urne di Spagna non è ricaduto su José Luis Rodriguez Zapatero: ne ha esaltato il trionfo, benché avesse sbagliato nella ricerca del negoziato con il terrorismo basco. Gli spagnoli hanno premiato ugualmente il suo “socialismo armonioso”. Giovane, festoso, innovativo, dinamico e immaginifico. Infonde speranza, non paura: ha fatto della Spagna il vulcano d'Europa. Una domenica importante non solo a Madrid. Anche perché in Francia l'astro destrorso ma intrigante di Nicolas Sarkozy si offusca a pochi mesi dall'apoteosi elettorale, con riflusso fisiologico benché brusco. La sinistra torna a svettare nel voto amministrativo. Delanoe, l'ottimo sindaco di Parigi, è confermato trionfalmente al primo turno. È un gay conclamato, come quello di Berlino.
Immaginate cosa direbbe e farebbe il Vaticano se a Roma si presentasse come sindaco un omosessuale, se Rutelli fosse un gay dichiarato? Sodoma e Gomorra invadono e infettano la capitale della cattolicità: peraltro sfregiata dall'omo-pedofilia palese o segreta di tanti esponenti del clero. Dunque si imporrebbe un rito preventivo di esorcizzazione del male e di espiazione per il solo pensiero: celebrato da Sua Eminenza Ruini. Giusto, siamo in Italia: extracomunitaria, fuori dall'Europa. Dove l'ultrasettuagenario miliardario Berlusconi - psiconano dice Beppe - prima (nel silenzio dell'informazione o quasi) offende la memoria di Enzo Biagi dicendo che era andato via dalla Rai non per il suo editto bulgaro ma perché così guadagnava più soldi, placando la propria avidità. Poi, appena avant'ieri, esalta la sua convention acclamante stracciando platealmente il programma elettorale di Veltroni: trattato da mitomane e inetto.
Questo è il suo bon ton promesso per le elezioni, lo stile sobrio, la moderazione annunciata. È l'Italia, baby: extracomunitaria, fuori dall'Europa normale delle grandi democrazie. Ne resterebbe ancora più fuori, come lo è stata dal 2001 al 2006 trionfante Berlusconi, se questi dovesse vincere le elezioni. Ormai il berlusconismo è diventata la nuova, recente ma persistente autobiografia della nazione: come si disse giustamente del fascismo. È stata plasmata al peggio, vi si crogiola senza curarsi delle conseguenze interne e all'estero. Non ha un moto di rispetto e di apprezzamento per un Romano Prodi che con enorme dignità annuncia il ritiro dalla vita politica: benché abbia governato in tutto per quattro anni, sconfitto solo dalla sua coalizione dopo aver sempre battuto nelle urne (due volte in dieci anni) il Cavaliere. Lui resta, insostituibile. Insegue l'immortalità politica sulla pelle nostra, convinto da tempo di possedere anche quella biologica.
Prodi ha sfidato l'impopolarità per sanare i conti del Paese: abbattuto da uno squallido Mastella quando forse poteva risalire la china dopo l'indispensabile cura da cavallo inflitta per necessità al Paese. Ma questa Italia extraeuropea disprezza la serietà e la dignità delle persone migliori. Che differenza c'è tra Prodi e il Sarkozy che sei mesi (non due anni) dopo il trionfo è già ai minimi di popolarità? Ma nessuno a Parigi dirà che è delegittimato perché perde le elezioni amministrative, dunque deve tornarsene a casa. Resterà all'Eliseo per altri quattro anni e mezzo: che nessun Berlusconi d'oltralpe (assolutamente improbabile) si azzardi a dire e gridare che deve andarsene, minacciando di scatenargli contro la piazza.
Appunto, è la Francia: non l'Italia extracomunitaria. Lo è anche per le diverse strategie di fondo. Sarkozy ha voluto scardinare la corporazione dei tassisti: è dovuto arretrare. Come era accaduto a Prodi e Bersani lanciando la stessa riforma (popolarissima fra i cittadini), diventata boomerang perché bloccata a metà. Anche Sarkozy ha dovuto fare marcia indietro. Ma è addirittura inimagginabile che possa mai mettere in lista, come proprio campione elettorale, il capo della rivolta e controriforma tassinara e corporativa. Berlusconi lo ha fatto, cinicamente: per un pugno di voti in più (forse in meno), contro il comune sentire, la dignità e la decenza. È lui l'Italia extraeuropea che piace a tanti italiani.
Non è detto che il vento iberico e quello francese incidano sugli umori dell'elettorato nel voto del 13 aprile. Siamo italiani, diamine, dobbiamo restare estranei alle pulsioni di democrazie vitali e avanzate: meglio retroguardia del continente. Ma qualche considerazione s'impone anche per la generale sudditanza al potere neo-temporale del Vaticano: continua a considerare l'Italia il cortile dei sacri palazzi. Una comunità immatura e debole, cui imporre la superiore dottrina non cristiana ma politica e di potere.
La Chiesa conosce oggi in Spagna - fino a pochi anni fa la figlia prediletta, devota, bigotta e ossequiente - una sconfitta storica e forse irrimediabile. L'ha cercata con cecità arrogante: nella pretesa di imporre una restaurazione e il suo primato non devozionale ma politico, civile e nel costume. Con la benedizione militante e in diretta di Papa Ratzinger, la Chiesa spagnola - che ha sostituito un primate moderato con il cardinale più intransigente, un Ruini di Madrid - ha scagliato contro Zapatero oceaniche manifestazioni di piazza con milioni di persone. Chiedendo agli spagnoli di punire nelle urne il governo socialista. La risposta elettorale, con un forte aumento del consenso precedente per Zapatero, è il peggior risultato possibile per il Vaticano. Una risposta bruciante a un'interferenza che gli spagnoli hanno respinto con estrema decisione: gelosi dell'acquisita fondamentale separazione tra Stato e Chiesa, insofferenti all'altare che pretende di risalire sul trono.
L'opposto di quanto accade nell'Italia extracomunitaria ed extraeuropea: sempre prona e diffusamente disposta a umiliare il prestigio dello Stato e delle sue istituzioni in ogni campo. Zapatero non aveva subito in silenzio: replicando anzi duramente, senza farsi intimorire. Annunciando che dopo il voto niente sarebbe stato come prima: e così sarà, benché subito annunci che governerà «con mano forte e tesa».
Già, perché questo leader-ragazzino di statura internazionale mantiene quel che promette: anche per questo è stato confermato al governo con consenso accresciuto. Aveva cominciato subito, ritirando le truppe dall'Iraq. Sfidando la collera e la messa al bando del nefasto imperatore Bush: abituato agli yes men come Berlusconi. Il Cavaliere e pochi altri avevano cercato di isolare Zapatero per compiacere il disastroso “amico americano”. Ma i fatti e l'opinione pubblica europea - poi australiana, giapponese, polacca e infine americana - gli hanno dato ragione e tutti gli sono andati dietro: primo Prodi appena è andato al governo.
C'è stata una lunga, ridicola fase in cui Berlusconi e Fini schernivano la sinistra italiana perché “zapaterista”. Le repliche della storia ora ridicolizzano loro, ancora aggiogati - unici al mondo - al carro di Bush mentre l'America lo rigetta con Obama e Hillary Clinton, additandolo come peggior presidente del dopoguerra, causa di un crisi morale, ora economica e di credibilità mondiale senza precedenti nella storia degli Usa.
Ricordiamo ancora come i nostri destri sprezzanrti deridevano Zapatero. Era il “Bambi” delle battute grossolane, il giovanotto inesperto e dannoso che avrebbe trascinato la Spagna nel baratro. Sono senza cultura e anche senza memoria. Indro Montanelli, per umori iniziali e insofferenze fisiognomiche, aveva paragonato Bill Clinton a un'insopportabile “Barbie” in pantaloni anziché con la gonna della bambola-cult. Anni dopo, aveva ammesso di essersi sbagliato, che Clinton era un ottimo presidente benché insopportabile per la sua incontinenza sessuale: scaduta nell'infantilismo americano del grottesco “Monica gate”. Infatti la maggioranza degli americani rimpiange Clinton e la sua amministrazione: quasi un'età dell'oro a fronte della tragica, devastante (per gli Usa e il mondo) esperienza del fanatico Bush.
Cosa dirà, la nostra destra, dopo il secondo trionfo di “Bambi”? Forse che gli spagnoli sono tonti e immaturi, non astuti come gli italiani extracomunitari della loro parte, che esprime il Paese al loro meglio, cioè al peggio per tutti. Argomento scivoloso. La Spagna ci mangia la pasta e le tortillas in testa su tutto, ci sta superando in ogni campo. Aveva cominciato col conservatore Aznar, che però aveva aperto sui diritti civili, non aveva accettato la pesante tutela della Chiesa, mostrando che una destra moderna può governare bene, senza le sbracature del berluscon-peronismo. Ma è stato con Zapatero che è definitivamente decollata, andando nell'orbita di un successo mondiale. Perfino facendo la spesa tra le nostre grandi aziende, da Telecom alle grandi banche e nel campo energetico.
Intollerabile, per la nostra destra che lo aveva bollato come insipido, dolciastro personaggio da cartoon: sprovveduto, dunque destinato al naufragio. Troppo giovane, senza esperienza, non all'altezza: quel che Berlusconi ora dice di Veltroni. Già, perché Zapatero aveva preso il potere, dopo lo spaventoso attentato di Al Quaeda, in una nazione sconvolta dallo spaventoso bagno di sangue. Rialzati, rialziamoci, aveva detto con la forza e l'entusiasmo dei suoi 44 anni: e la Spagna si è risollevata, resiste a nuove prove difficili con un terrorismo inestirpabile che non ne frena la corsa.
Anche Berlusconi proclama: «Rialzati, Italia», facendo proprio il motto corrente nella Germania degli anni trenta, mentre incombeva il nazismo. Davvero sarà lui a risollevarci? Dopo cinque anni di suo governo, l'Italia ne ha dimenticato i nefasti e anche l'eclisse della moralità pubblica e della legalità. Può fingere di credere che sia davvero l'uomo della Provvidenza. Ma i fatti sono testardi. In Spagna (come in Francia, a destra, in Gran Bretagna, Germania e presto negli Stati Uniti) il popolo si affida a leader giovani. Zapatero ha 48 anni, sei in meno di Veltroni che viene considerato troppo giovane, inesperto e inadatto dal Cavaliere: al quale chiunque non sia se stesso risulta inferiore, infimo. Ha 24 anni più di Zapatero, venti più di Sarkozy (e di Veltroni): ragazzi da far crescere, al suo cospetto bamboccioni inadatti a governare. Come Obama, ancora più giovane, che - dice lo statista Fini, eterno delfino in attesa a corte - gli americani non sono pronti ad accettare come presidente perché afro-americano.
Discorsi anagrafici e di pelle (un filino razzisti, purtroppo) che possono essere spacciati solo dalle nostre parti. Solo qui si può teatralmente, con violenza e volgarità che altrove sarebbe sanzionata al massimo grado, stracciare in pubblico il programma di governo dello schieramento e leader concorrente. È il bon ton del lider maximo: perfetto per l'Italia extracomunitaria.
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