martedì 4 marzo 2008
di Elvira Corona
Arresti arbitrari, sparizioni, trasferimenti illegali verso un altro paese, detenzioni senza processo, torture. Tutto giustificato in nome della guerra al terrorismo. Tutto riassunto in due parole - extraordinary rendition -, letteralmente “consegne speciali”: operazioni eseguite dalle autorità statunitensi o per conto di queste ultime, messe in atto per trasferire persone da un paese a un altro al di fuori di qualsiasi procedura legale. A rendersi responsabili di queste molteplici violazioni dei diritti umani non solo gli Stati Uniti ma anche l'Europa. E tra i paesi incriminati non manca all'appello neppure l'Italia.
Per farsi un'idea dell'agghiacciante fenomeno può essere utile il film Rendition - detenzione illegale, da qualche giorno anche sugli schermi italiani. Lavoro cinematografico di Gavin Hood (regista sudafricano premio Oscar nel 2005 per Tsotsi), il film si ispira ad un caso reale e racconta la vicenda di un ingegnere chimico di origine egiziana che mentre sta rientrando negli Usa dopo essere stato ad un convegno a Città del Capo scompare nel nulla. Gli scomparsi - come il protagonista del film - sono persone fuori da qualsiasi protezione legale, tagliati fuori dal mondo esterno e in completo potere dei loro carcerieri. Non possono incontrare avvocati, familiari e medici. Sono spesso tenuti in prolungata detenzione arbitraria, senza accusa o processo. Non possono contestare il loro arresto o la loro detenzione, la cui legittimità non è accertata da alcun giudice. Le loro condizioni e il trattamento non sono monitorati da alcun organismo indipendente, sia nazionale che internazionale. La segretezza della detenzione permette ai governi di sottrarsi alla propria responsabilità.
Di rendition in realtà si parlava già negli anni 90, ma dopo l'attacco alle Twin Towers sono diventata una pratica sempre più diffusa. Difficile capire l'entità del fenomeno e soprattutto le responsabilità dirette, ma per fare un po' di luce almeno per il periodo di tempo che va dal giorno dopo l'11 settembre 2001 al 2005 risultano importantissimi i lavori del Consiglio d'Europa e della Commissione temporanea d'inchiesta istituita dal Parlamento Europeo. Secondo il rapporto datato 30 gennaio 2007 e presentato dalla Commissione guidata da Claudio Fava - sul “presunto utilizzo di paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la detenzione illegali di persone” - i voli gestiti direttamente o indirettamente dalla CIA hanno fatto tappa in aeroporti europei 1.245 volte.
I dati sui voli forniti da Eurocontrol alla Commissione confermano che gli aerei monitorati hanno fatto scalo in numerosi paesi dell'est, oltre che in Svizzera, Norvegia, Islanda. Tra i paesi allora Ue, la lsita comprende Germania, Regno Unito, Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia e Italia. Per il nostro paese si parla di 46 scali che hanno toccato 15 aeroporti: Pisa, Roma, Sigonella, Napoli, Bari, Firenze, Venezia, Palermo, Milano, Brindisi, Catania, Genova, Montichiari, e due aeroporti isolani, Cagliari e Olbia.
Il merito principale del lavoro congiunto di Parlamento europeo e Consiglio d'Europa è quello di aver dimostrato la grave mancanza di vigilanza da parte dei paesi europei, ma anche le responsabilità almeno riconducibili alla complicità. «Erano convinti che la guerra al terrorismo fosse una faccenda di competenza dell'amministrazione Usa, così hanno semplicemente deciso di non intralciare il suo lavoro», commenta Fava. Il testo della commissione Ue raccomandava «ai governi nazionali e ai parlamenti di avviare delle indagini per proprio conto sui fatti occorsi, e di chiedere immediatamente il rimpatrio dei loro cittadini e residenti che vengono detenuti illegalmente dalle autorità Usa, risarcendo le persone innocenti vittime di trasferimenti straordinari».
Ma a un anno dalla presentazione del lavoro e dopo i numerosi moniti da parte del Consiglio d'Europa, poco o nulla è stato fatto. Da Amnesty International (impegnata insieme a Human Rights Watch, al Washington Post e ad ABC News a fare luce sull'oscura vicenda) dicono che «i massimi organi decisionali europei hanno risposto alle denunce con un silenzio che appare scioccante, se confrontato alle lampanti e inequivocabili illegalità emerse». E in effetti ad ora solo il Regno Unito ha ammesso le proprie responsabilità, con una dichiarazione di qualche giorno fa del segretario agli Esteri, David Millband, che ha contestualmente presentano le scuse per non aver informato la Camera dei comuni e l'opinione pubblica su due voli delle extraordinary rendition che nel 2002 fecero scalo nel territorio d'oltremare di Diego Garcia. «Ora è importante - ha dichiarato Kate Allen, della sezione britannica di Amnesty - che David Millband dichiari espressamente l'assoluta condanna per la pratica delle extraordinary rendition e per tutti i sequestri di persona e detenzioni segrete nel corso della guerra al terrore».
Commentando la notizia delle scuse del segretario agli Esteri britannico, Daniela Carboni (direttrice dell'Ufficio campagne e ricerca della sezione Italiana di Amnesty) ha dichiarato: «Scuse, trasparenza e maggiori informazioni sarebbero un atto dovuto anche da parte dell'Italia. Se almeno due casi di rendition chiamano in causa il Regno Unito, altrettanti chiamano in causa, in modo diverso, il nostro paese: quelli di Abu Omar e Maher Arar. Quanto altro tempo dovremo attendere perché l'Italia chiarisca il ruolo avuto nelle rendition?». Quello dell'imam egiziano Abu Omar in effetti è il caso più noto in Italia: fu rapito in pieno giorno a Milano da 26 uomini della CIA nel febbraio 2003, con la probabile complicità del Sismi. La Procura di Milano ha rinviato a giudizio gli uomini Cia, l'ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e Renato Farina, giornalista di Libero. Altro caso emblematico nel nostro paese è quello di Kassim Brietel, che tuttora si trova detenuto in Marocco.
È lampante che il programma della Cia sulle Rendition difficilmente avrebbe potuto essere realizzato senza la complicità dei paesi europei, che hanno partecipato a diversi livelli: consentendo il sorvolo del proprio spazio aereo o l'utilizzo del loro territorio per gli scali, permettendo il prelievo e il trasferimento di persone verso paesi in cui sarebbero state sottoposte a tortura, detenzione segreta e ad altri abusi, o fornendo assistenza affinché tutto questo accadesse. Lo dimostrano i fatti raccolti nelle varie inchieste. «Fatti, non opinioni né pregiudizi», dice Fava: «circostanziati, concreti, gravi, provati, verificati. I fatti sono anche le domande senza risposta, le contraddizioni e le omissioni che abbiamo raccolto, i silenzi imbarazzati di taluni governi: se poi davanti all'evidenza di questi fatti qualcuno decidesse di voltarsi dall'altra parte, sarà solo per sua mancanza di coraggio civile, per sua mancanza di onestà intellettuale».
E se durante le inchieste il lavoro non è stato certo agevolato - si legge nel rapporto - né dalle alte istituzioni europee, che sapevano, e neppure dai singoli stati membri, ora è a rischio l'istituzione di una seconda commissione, necessaria perché sono rimaste ancora tante ombre che sarebbe opportuno chiarire. Ma a quanto dice Claudio Fava, «il Parlamento europeo non ha alcuna intenzione di far continuare il lavoro della Commissione d'inchiesta sulle Rendition. Ho capito che le istituzioni europee non hanno intenzione di trovare la verità. L'imbarazzo dei governi è palese, compresi gli ultimi due governi in Italia, che non potevano non sapere: le procedure Cia impongono che per un'operazione come quella di Abu Omar ci sia il lasciapassare del primo ministro. Come minimo. Molti governi hanno mentito alla commissione d'inchiesta». Fava ha denunciato omissioni anche da parte del governo italiano, «sia l'ex esecutivo di Berlusconi che quello di Prodi».
E purtroppo il Parlamento Europeo, a distanza di un anno dal rapporto della Commissione temporanea, non riesce a trovare un accordo sul seguito da dare alle indagini svolte, anche alla luce di nuove e inquietanti denunce, che renderebbero necessarie ulteriori inchieste. Adesso è necessario lavorare affinché vengano assicurati i diritti fondamentali - come ricorrere ad un avvocato, poter chiamare la propria ambasciata, sapere di cosa si viene accusati, essere processati e giudicati senza essere sottoposti a tortura - anche a chi è accusato dei crimini peggiori. La Convenzione europea sui diritti umani garantisce un giusto processo davanti ad un tribunale indipendente, e stabilisce che i sospettati sono innocenti fino a prova contraria. Ma appurate le responsabilità, chi giudicherà gli Stati e le istituzioni colpevoli?
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