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venerdì 15 febbraio 2008

Una lampadina spenta non lava la coscienza
dei cittadini spreconi e dello sponsor
che nel mondo calpesta i diritti per il profitto

di Elvira Corona

“Consumare meno guadagnarci tutti”. Beh, non proprio tutti. Ci vorrebbe un asterisco con una nota in piccolo a fondo pagina, accanto allo slogan della campagna “Eni 30percento”, che quest'anno sponsorizza l'iniziativa - giunta oggi alla quarta edizione - “M'illumino di meno”. L'idea è di Caterpillar, il noto programma di Radio due, che invita tutti a spegnere le luci e tutti gli elettrodomestici non indispensabili a partire dalle 18 di oggi. Un gesto che simboleggia il risparmio energetico, alla vigilia del terzo anniversario dell'entrata in vigore del protocollo di Kyoto in Italia.

Sponsor non poteva essere più appropriato. Appropriato per l'azienda ovviamente, che dal 2005, cioè da quando ha al timone il pluricondannato Paolo Scaroni, ha iniziato a diversificare la sua offerta commerciale e non puntare più solo sul petrolio, ma anche sul gas naturale, l'energia elettrica, l'ingegneria, le costruzioni e la petrolchimica. E proprio dalla metà dello scorso anno ci ricorda l'importanza del risparmio energetico. Protagonisti degli spot sono spesso i bambini, che fanno tanto tenerezza, e frasi ad effetto come «immaginiamo un mondo dove sia l'uomo a prendersi cura della terra». Ma quando si tratta di calpestare i diritti delle popolazioni che la società ha sfruttato e continua a sfruttare nelle loro terre, non sembra altrettanto tenera.

Quando si parla di un'azienda italiana presente in circa 70 paesi nel mondo, con 73.572 dipendenti e un utile netto al 2006 di 9,2 miliardi di euro, che si fa promotrice di responsabilità sociale di impresa, coniando persino un termine ad hoc, Eni's Way, per indicare ai consumatori la grande attenzione per l'etica, non si possono fare sconti. Nel proprio sito la società parla di «un codice genetico unico e irripetibile, distintivo e multinazionale, pur con una identità aziendale tutta italiana di integrazione e di rispetto delle culture e dei popoli con i quali entra in contatto. Un valore che si traduce nel pieno rispetto dei luoghi e dei popoli con cui lavora, seguendo un cammino di crescita e di sviluppo comuni». Ma siamo sicuri che i valori e lo sviluppo di nigeriani, ecuadoriani, kazaki - solo per citarne alcuni - siano “comuni” a quelli dell'azienda del cane a sei zampe?

La tanto sbandierata corporate social responsability sembra essere solo una buona strategia di marketing, sulla quale costruire la propria immagine, e la campagna M'illumino di meno sembra rispondere a questa esigenza alla perfezione. Quello che si vede in giro per il mondo non è lo stesso scenario che viene presentato qui, per i consumatori e per gli azionisti. In Ecuador per esempio la società è stata accusata di aver firmato accordi con popolazioni indigene per lo sfruttamento dei loro territori in cambio di nulla o quasi. Non importa se chi sottoscriveva l'accordo firmava con il pollice perché non sapeva né scrivere né leggere. Per questo ci si è potuti permettere di invadere zone protette, di assumere operai in sub-appalto che lavoravano per 4 dollari al giorno, magari ammalandosi o peggio morendo nei cantieri.

Misfatti scoperti da associazioni di cittadini che sono costate varie denunce alla società: ora per fortuna il nuovo governo del piccolo stato andino sta facendo pagare i danni e imponendo delle rigide regole per lo sfruttamento delle proprie risorse. Ma non è l'unico caso in giro per il mondo, dal Kazakistan all'Africa, dall'America Latina sino alla Val d'Agri, sud d'Italia, cittadini o intere comunità si lamentano dell'Eni's way. In Nigeria per esempio, (teatro di numerosi sequestri proprio ai danni di dipendenti di società petrolifere: nel 2006 era toccato proprio agli italiani dell' Eni), è stata accusata di aver appoggiato - tra gli anni 80 e 90 - i governi dittatoriali e per questo esclusa dal 2004 dagli indici di investimento socialmente responsabile FTSE4Good (indice del Financial Times e London Stock Exchange); è rientrata solo lo scorso settembre.

Ma l'Eni è stata anche condannata nel 2005 dall'Alta Corte federale nigeriana per gas flaring, una pratica ritenuta illegale dalla Corte ma utilizzata da tutte le multinazionali petrolifere che operano nella regione, che consiste nel bruciare a cielo aperto gas naturale collegato all'estrazione del greggio. Da anni causa di inquinamento e scempio ambientale, provoca rumorose esplosioni che si susseguono per tutta la giornata, spesso anche a poca distanza dai villaggi. Uno strumento adottato a causa della mancanza di infrastrutture adeguate in loco per lo sfruttamento petrolifero, e che «va contro il diritto alla vita, alla salute e alla dignità», come evidenziato nel provvedimento giudiziario.

Eppure nel sito della compagnia a proposito della Nigeria si legge: «È una delle più impegnate nel sostegno di oltre 290 comunità locali attraverso lo sviluppo di numerosi progetti nel Delta del Niger. Eni è stata infatti una delle prime compagnie a comprendere la necessità di fornire un aiuto concreto nelle aree in cui opera, migliorando le condizioni di vita delle comunità locali, creando numerose opportunità di lavoro per le popolazioni e realizzando allo stesso tempo le condizioni perché la ricerca e produzione di idrocarburi potessero continuare senza interruzioni». Sicuramente l'ultimo è l'obiettivo più importante, che vale anche qualche opera filantropica. Ovviamente niente che preveda un rapporto tra pari, anzi. Ci si vanta anche di aver ridotto le “perdite di produzione causate da tensioni sociali” (chiamano così anche le battaglie per il riconoscimento dei diritti): da circa il 12% nel 1998 a meno dell'1% nel 2005.

Altro punto caldo in Asia il Kazakistan, di cui l'Eni è uno dei più importanti partner privati. Le relazioni con la compagnia italiana risalgono al 1992, quando venne firmato il primo accordo che ha portato poi nel 1997 l'Agip ad avere una licenza per quaranta anni. Le notizie sull'impatto sociale non è facile averle da quelle zone, ma si parla già di gravi danni ambientali. Esplorazioni petrolifere in zone del Mar Caspio dove c'è una biodiversità fragilissima. I campi di estrazione collocati in una riserva ambientale vicino al delta del fiume Ural, l'ultimo ecosistema in cui vivono alcune specie animali in via di estinzione.

Alcuni studiosi ritengono che estrarre i petrolio in una zona sismica come questa, dove l'ultimo terremoto risale al 2000, ad una pressione di 1.000 atmosfere, potrebbe causare un terremoto di dimensioni massicce con fuoriuscite di petrolio nell'ambiente. Altro problema ambientale e tecnico è costituito dal fatto che il petrolio del Caspio è ricco di solfati di idrogeno e mercaptani che devono essere separati dal greggio per renderlo commerciabile. Questo problema si è già manifestato nel campo di Tengiz, sempre in Kazakistan, dove l'impianto di desolforizzazione ha prodotto in pochi anni montagne di zolfo stoccate all'aria aperta e tremila persone sono state evacuate dall'area circostante, per un raggio di 60 km.

Attività in diverse zone del mondo ma che hanno in comune le violazioni dei diritti dei lavoratori, il mancato rispetto dell'ambiente - lo stesso che si vuole tutelare qui sponsorizzando la campagna per il risparmio energetico - svuotamento della sovranità nazionale, militarizzazione dei territori, innalzamento della violenza, distruzione delle culture e delle economie indigene e contadine, impoverimento del paese, diminuzione dei salari ed aumento della corruzione. Questi gli scenari che non vedremo mai negli spot pubblicitari. Piuttosto durante la presentazione di “Eni 30percento” lo scorso maggio, Scaroni parlava di un impegno da qui al 2020 con investimenti in fonti rinnovabili. In quella occasione aveva sciorinato anche accordi con Petrobras per la produzione di idrocarburi, e parlava di investire soprattutto nei paesi dove Eni è già operativa, “i nostri paesi africani” e puntando su quelli dove c'è molta acqua. Come se nessuno gli avesse fatto notare che in Africa anche la mancanza d'acqua sta portando alle guerre, e che - se proprio la si trova in abbondanza - forse sarebbe il caso che ne usufruissero in primis le popolazioni, non le coltivazioni di colza.

Interessanti i 24 consigli per risparmiare energia, ma non c'era bisogno che ce li indicasse l'Eni, basta un po' di buon senso. Giusto per avere la coscienza a posto con l'ambiente, perché per incidere davvero nella lotta ai cambiamenti climatici non sarà basteranno certo quei piccoli accorgimenti. E neppure spegnere una lampadina alle 18 sarà sufficiente a salvarci. Forse facciamo qualcosa in più per l'ambiente se non compriamo più i prodotti da chi ci vende solo una bella immagine.


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