sabato 9 febbraio 2008
di Francesca Madrigali
Un importante valore aggiunto per le imprese che vi prestano attenzione, ma anche uno strumento basato su atti di volontà e non su norme cogenti; una teoria che se tradotta in pratica genera un ritorno di immagine e anche economico, in un mercato globalizzato in cui i consumatori posseggono ogni giorno più potere di scelta e dunque di condizionamento sulle politiche aziendali.
È la “responsabilità sociale delle imprese” (RSI, in inglese CSR, acronimo di Corporate Social Responsability). Il convegno organizzato dalla Sfirs nell'ex Distilleria di Pirri ha visto la partecipazione di esperti e addetti ai lavori che hanno spiegato i perché e i meccanismi di una etica dell'impresa che in realtà dovrebbe coinvolgere tutti gli stakeholders, cioè i “portatori d'interesse”, dunque anche i lavoratori e la pubblica amministrazione. Basta che non sia un cavallo di troia per distogliere l'attenzione dei diritti fondamentali, spesso tragicamente non ancora acquisiti e per i quali di certo la volontarietà (in questo caso la scelta di applicare o meno delle decisioni strategiche) non basta: ci vogliono le norme vere e proprie.
Le diverse forme in cui si sviluppa la RSI, quali ad esempio i principi della sostenibilità ambientale, la cura del benessere dei lavoratori, il miglioramento del contesto culturale nel quale si opera, aumentano la competitività di un'azienda in quanto i suoi prodotti sono intrisi di valori “etici” e ne riflettono una immagine positiva. Al contrario, sempre più spesso comportamenti poco responsabili (vedi il celeberrimo caso degli operai-bambini utilizzati in Asia dalla Nike per cucire i suoi palloni) generano boicottaggi ed enormi danni economici. Non si tratta di filantropia o di fare beneficenza spicciola, quanto di dotarsi di codici etici, fino alla configurazione possibile di veri “disciplinari”.
Il presidente della Sfirs Gianfranco Bottazzi ha raccontato che - secondo le ricerche dell'Economist Intelligence Unit - in tre anni la RSI è salita dal 30% al 60% nelle preoccupazioni delle aziende, mentre secondo Mc Kinsey il 95% degli imprenditori intervistati ha dichiarato che la CSR è molto più conveniente oggi di tre anni fa.
Talvolta, peraltro, pratiche di responsabilità sociale vengono attuate spontaneamente dalle persone per quali è naturale, e logico, non infliggere “dolore e sofferenza” nei luoghi di lavoro, come ha spiegato in modo colorito ed efficace Giulio Sapelli, ricercatore della Fondazione Eni e dell'Università di Milano. «In un sistema guidato dal mercato, il tallone d'Achille è un meccanismo per cui i vantaggi dei pochi insider provocano danni a milioni di innocenti, come nel caso dei mutui subprime». Inoltre, laddove il mercato non è guidato dalle imprese familiari, è più che mai necessario il rapporto con la comunità e con i meccanismi di governance del Paese.
L'impresa, insomma, può essere un attore non solo economico, ma anche etico e perfino morale, se c'è un mercato che ti punisce “moralmente”. Sono, questi, fenomeni incompatibili con la moderna responsabilità sociale ma anche con la diversa sensibilità dei cittadini e degli studiosi più sensibili alla sostenibilità locale e globale. Il tutto è, però, ancora spinto dalla volontarietà, «va cioè ricollegato ad atti di auto-attivazione, sui quali difficilmente il giurista può sindacare», come spiega il giudice Vincenzo Amato, anche a proposito della necessità di trovare degli strumenti per cui si possa in qualche modo garantire l'applicazione della RSI una volta adottata, altrimenti il tutto diventa una «semplice operazione di marketing e pubblicitaria».
Uno dei punti nodali è rappresentato dal ruolo della responsabilità sociale in relazione alla reputazione dell'impresa: mentre il bilancio economico rende visibile la redditività, quello sociale esalta le modalità delle attività, in una parola garantisce trasparenza: così Gabriele Racugno sull'importanza di questo strumento.
Riccardo De Lisa ha invece affrontato il non facile rapporto fra banche, finanza e impresa, nel quale l'Italia è all'ultimo posto in Europa per soddisfazione in termini di accesso al credito e la criticità principale è ancora una volta la chiarezza, la trasparenza e la semplicità.
La dimostrazione che un'altra politica aziendale è possibile, perdipiù sostenuta dalle Istituzioni, è stata raccontata da Fabrizia Paloscia, che ha portato la sua esperienza di Fabbrica Ethica, un progetto dell'Assessorato alla attività produttive della Regione Toscana che va avanti ormai da qualche anno e coinvolge circa mille imprese del settore pelletteria e conceria, mettendole in rete e soprattutto dando al concetto di “tracciabilità sociale” di un prodotto anche una valenza legislativa.
L'autoregolamentazione, dunque, è certo possibile, ma attenzione a rimanere con i piedi per terra, soprattutto in presenza di diritti fondamentali come quelli inerenti il lavoro e i suoi protagonisti, ovvero i lavoratori, i portatori di interesse più deboli e meno considerati. Secondo la sociologa e docente dell'Università di Cagliari Lilli Pruna, infatti, «se il concetto di responsabilità sociale implica quello di volontarietà, è comunque un po' pochino, visto che la maggior parte delle volte vengono lesi dei diritti fondamentali». La borsa di Prada costa 28 euro nei laboratori cinesi in Toscana e 800 euro nel negozio, ci dice anche l'inchiesta di Report: qualche dubbio sulla lesione di un qualche diritto, così come per le condizioni dei braccianti in Puglia?
Di solito, tra l'altro, la RSI si manifesta molto nel settore ambientale, per cui c'è una grande attenzione: un po' meno per quegli stakeholders che hanno un interesse diretto, cioè i lavoratori, che per il miglioramento delle loro condizioni potrebbero dover dipendere dalle decisioni volontarie dell'azienda. In generale, il problema è sempre quello, tutto italiano, della riluttanza a far applicare delle regole; inoltre «c'è stato un forte arretramento dello Stato rispetto alla regolamentazione dei rapporti di lavoro, cominciato ben prima della legge 30 e che adesso presenta un conto molto salato all'Italia».
Questo però non confligge con quella “iper-giuridificazione” del diritto del lavoro di cui parla Piera Loi, docente di diritto del lavoro e direttore del Centro studi relazioni industriali: il fatto che si sia prodotta una legislazione-fiume di norme che dovrebbero (meglio sarebbe dire vorrebbero) regolare tutti i casi possibili è semplicemente un segnale della crisi della capacità regolatoria dello stato sociale.
La responsabilità sociale, in questo contesto, genera diffidenza nei giuristi proprio perché sembra un «diabolico tentativo dell'economia di colpire il diritto del lavoro mostrando il suo volto mite», dall'altro configura degli spazi di a-sindacalità (se c'è un generale volemose bene a che servirebbero, si potrebbe discutibilmente pensare, i sindacati?) e soprattutto non contiene norme sostenute da una sanzione, ma semplice volontarietà. Dunque, discrezionalità e in definitiva un credibile utilizzo della RSI soprattutto nell'ambito della “soft law”, ovvero dell'insieme di indicazioni non cogenti ma efficaci nei casi degli Stati che li hanno applicati.
Gli altri interventi che hanno arricchito il programma del convegno sono stati quelli di Gino Mereu, presidente del CREL, che ha sottolineato la grande validità della “risorsa” responsabilità sociale, di Pietro Luigi Giacomon, segretario generale della Fondazione CUOA (Centro universitario di organizzazione aziendale) di Altavilla Vicentina, e del vicedirettore generale Confindustria Luigi Mastrobuono. Quest'ultimo ha ricordato i buoni risultati degli ultimi due anni, frutto soprattutto dell'impegno delle piccole e medie imprese, che davanti alle problematiche della globalizzazione hanno trovato nuove soluzioni anche in merito alla RSI, evidenziando però una carenza di attenzione del settore pubblico e affermando che siamo comunque «il Paese in cui c'è la maggiore avversione al profitto, la maggiore propensione alla concertazione e sensibilità all'uguaglianza».
Sarebbe bello, ma riflettendo sulla moltiplicazione spregiudicata delle forme di lavoro flessibile (ovvero precario) e ripensando ai braccianti in Puglia, entrambi casi in cui la responsabilità sociale è semplicemente l'unione di due parole a caso, viene difficile crederci.
© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari