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giovedì 31 gennaio 2008

Sentenze esemplari e rigorose difendono il Ppr
a Pili-sfasciacarrozze, legali e giornali
resta l'eversione con le lobbies di mattone e cemento

di Carlo Dore

Esiste in Sardegna un politico rampante, allievo del cavaliere Berlusconi che, dopo aver a suo tempo presentato un programma per il governo della Regione copiato da quello della Lombardia, aveva governato per alcuni anni sull'onda di colpi mediatici (quali la promessa di risolvere la crisi idrica della Sardegna trasportando l'acqua della Corsica con una tubazione sottomarina, o quella della città di Cagliari con l'acqua delle miniere del Sulcis attraverso un tubo costato 60 miliardi e mai entrato in funzione, o l'impegno per una rapidissima conclusione dei lavori della superstrada 131 tenendo i cantieri aperti «giorno e notte»).

Una volta sconfitto da Renato Soru nelle elezioni del 2004, nonostante le lunghe marce con le caratteristiche bianche scarpette da papero, ha deciso di basare la sua opposizione sull'uso sconsiderato dell'istituto referendario. Con il quale, supportato da una pletora di consulenti e dai soliti media sedicenti indipendenti, ha dato l'assalto al Piano paesaggistico regionale. Strumento odiato dalle “lobby” del cemento e del mattone, ma reso obbligatorio dalla legge nel rispetto dei principi della Costituzione e degli accordi internazionali (Convenzione europea sul paesaggio del 20 ottobre del 2000), della cui predisposizione, negli anni in cui aveva guidato la Regione, il politico in questione si era ben guardato di farsi carico.

Per chi non l'avesse capito si tratta di Mauro Pili, già scelto dal cavaliere come suo delfino, prima della scoperta della Brambilla. Avendo nel suo DNA la sfrenata passione delle scorciatoie, Pili ha creduto bene di scendere in piazza, prima facendo la processione fra i sindaci amici, poi occupando le piazze cittadine con tavoli, striscioni, bandiere e quant'altro, non solo per raccogliere le firme, cosa del tutto legittima, ma anche e soprattutto per creare una sorta di condizionamento sugli organi che avrebbero dovuto verificare la legittimità dei quesiti referendari. Anzi del quesito, visto che, con un vero e proprio colpo di mano (o, se si preferisce, di referendum, il che è lo stesso), si intendeva far sì che venisse gettato nel cestino della carta straccia l'intero Piano. Era, in sostanza, la politica degli sfasciacarrozze; con la differenza che il Piano non era una vecchia auto da rottamare, ma una costruzione nuova, costata anni di lavoro e ingenti spese e unanimemente apprezzata in Italia e all'estero.

A nulla è servito il campanello d'allarme del marzo dello scorso anno, quando il referendum prima versione era stato dichiarato inammissibile. Infatti, il prode Mauretto, dopo essersi autorecluso per protesta nel carcere di Buoncammino, ripartiva ben presto alla carica, concludendo l'operazione con la carnevalata davanti al palazzo di Giustizia , supportato degli “statisti” della destra cittadina, che facevano bella mostra di sé davanti agli scatoloni contenenti le schede con le firme. Né era servito il provvedimento dell'Ufficio regionale del referendum che - in sintonia con quanto tutte le persone di buon senso avevano detto e scritto - aveva dichiarato l'inammissibilità del quesito referendario.

Incoraggiati da una estemporanea ordinanza del Tar che, peraltro, come affermato dal Consiglio di Stato, era carente di giurisdizione, Pili e compagni sono andati avanti a testa bassa. Fino a rompersela. Le due ordinanze del Tribunale civile, quella monocratica dei giorni scorsi e quella collegiale depositata ieri, non lasciano adito a dubbi. Specialmente quest'ultima, la quale con un lucidissimo ragionamento, dopo aver premesso che «ogni forma di referendum (…) consiste essenzialmente in una scelta tra due alternative» e che «è pertanto connaturato alla natura ed alle finalità dell'istituto che il quesito abbia un oggetto ben delineato, perché soltanto in questa ipotesi ciascun elettore è posto in condizione di liberamente determinarsi…», ha affermato che «In presenza di quesiti (referendari) riguardanti un'intera legge o provvedimenti che, come il piano paesaggistico, contengano anche disposizioni generali ed astratte (…), il requisito della chiarezza (…) non può evidentemente realizzarsi laddove le varie disposizioni oggetto del referendum siano fra loro eterogenee, cioè non rispondano ad una matrice unitaria».

La conclusione dei giudici è che «la scelta fatta nella condizione testè descritta, dunque, non potrebbe definirsi libera» e «non sarebbe neppure idonea a condurre il titolare del potere di democrazia rappresentativa ad una maggiore aderenza con la volontà del popolo». Infatti «il quesito proposto dal Pili non è chiaro» in quanto «le varie disposizioni di cui esso (il Piano) è composto, pur coordinate tra loro in un sistema complessivamente finalizzato alla tutela del territorio, non sono (…) sostanzialmente omogenee (…)». Infatti «le sole norme tecniche di attuazione constano di ben centoquattordici articoli (…) e le materie trattate vanno dalle aree naturali alla grande distribuzione commerciale; dagli edifici con oltre cinquant'anni di età agli alberi secolari e dalle case sparse nell'agro alla cartellonistica commerciale».

In sostanza «l'eventuale abrogazione avrebbe un effetto distruttivo non accompagnato da alcuna indicazione propositiva, sicchè neppure l'amministrazione, obbligata per legge a redigere un nuovo piano, saprebbe in che direzione orientare le sue scelte discrezionali».

Si tratta di una decisione esemplare perché equilibrata, chiara e ragionevole, che dimostra che, in presenza di giudici seri, la politica degli sfasciacarrozze non paga. Il fatto poi che Mauro Pili, immediatamente intervistato in piazza, anziché fare il mea culpa per i pasticci combinati, traendone insegnamento per l'avvenire, abbia gridato al “golpe giudiziario”, dicendo che si sono voluti imbavagliare i cittadini, costituisce nient'altro che la conferma del suo profondo disprezzo nei confronti delle Istituzioni. Cosa gravissima per un parlamentare perché destabilizzante, se non eversiva.


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