mercoledì 23 gennaio 2008
di Elvira Corona
Bloccare l'immigrazione in acque extraterritoriali e lavarsi la coscienza nel mare degli altri. Sembra questa la strategia vincente del governo italiano per fronteggiare l'immigrazione clandestina proveniente dal Mediterraneo: una manciata di miglia fa la differenza, lasciamo che se ne occupino i libici. Poco importa, evidentemente, che in Libia i diritti umani non siano rispettati - come denunciano le più accreditate organizzazioni internazionali - o che il riabilitato Gheddafi non abbia mai firmato la Convenzione di Ginevra per la tutela dei rifugiati e dei richiedenti asilo. L'importante sembra solo mantenere la “fortezza Europa” al sicuro e difenderla dalle ondate di migranti alla ricerca di una vita dignitosa.
Se dubbi ci sono sull'accordo firmato il 29 dicembre scorso a Tripoli dal ministro dell'Interno italiano, Giuliano Amato, e dal ministro degli Esteri libico, Abdurrahman Mohamed Shalgam, sono stati nascosti bene dietro motivazioni umanitarie. Il comunicato stampa del Viminale aveva salutato «un protocollo che prevede, in particolare, l'organizzazione di pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche. In questo modo sarà possibile contrastare efficacemente la partenza dei natanti e bloccare il tragico traffico degli esseri umani». Secondo Giuliano Amato, che aveva parlato di «un negoziato lungo e riservato», «sarà ora possibile un pattugliamento con squadre miste a ridosso delle coste libiche, davanti ai porti e alle baie da cui escono le imbarcazioni dei trafficanti di uomini. In questo modo sarà possibile contrastare con molta maggiore efficacia questi traffici, salvando molte vite umane e sgominando le bande criminali che li gestiscono. Siamo grati alle autorità di Tripoli per lo spirito di collaborazione dimostrato. Si confermano i buoni rapporti tra i due Paesi che hanno dato e daranno altri frutti, anche nell'ambito dei programmi dell'Unione europea che noi abbiamo contribuito e contribuiremo ulteriormente ad aprire a Tripoli».
La soddisfazione espressa dal ministro non è però condivisa da Amnesty International, ASGI, ARCI, ICS, Centro Astalli, CIR, Senza Confine, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Save The Children, che chiedono invece la sospensione degli accordi stipulati con la Libia. «In mancanza di un sistema di garanzie e di controlli sulla sorte effettiva delle persone intercettate in mare e restituite alle autorità libiche, gli accordi di collaborazione, il cui contenuto e i cui oneri di spesa non sono comunque mai stati resi noti, né sono stati discussi in Parlamento, chiamano direttamente in causa gravi responsabilità dell'Italia, in relazione alle violazioni dei diritti umani fondamentali che in territorio libico possono essere commesse a danno dei migranti riportati in Libia a seguito delle operazioni di pattugliamento navale e successivamente deportati verso i paesi di origine».
In realtà qualche informazione sull'accordo è stata resa pubblica: per esempio si sa che la Libia riceve “temporanemente” tre guardacoste e tre vedette della Finanza, o che la direzione e il coordinamento delle attività di pattugliamento e di addestramento saranno affidati ad un Comando operativo interforze, con sede in Libia; il responsabile sarà libico, il vice italiano. Ma ora, oltre ai contenuti dell'accordo bilaterale, preoccupa un comunicato stampa diffuso dal governo libico. L'annuncio è chiaro: «Tutti gli immigrati illegali presenti sul territorio nazionale saranno espulsi senza eccezioni».
Secondo una stima delle autorità libiche, si parla di circa due milioni di persone, tra cui numerosi richiedenti asilo e rifugiati, donne e minori, provenienti in maggioranza dal Corno d'Africa. Ai forti timori per la condizione dei migranti irregolari, arrestati o detenuti in Libia, denunciata da diverse agenzie umanitarie come Human Rights Watch e Medici senza Frontiere e confermate dalle testimonianze degli stranieri che giungono in Italia - trattamenti particolarmente duri nei centri di detenzione per migranti, frequenti violenze, minori ad altissimo rischio di abusi e privi di qualsiasi tipo di tutela specifica - si aggiunge dunque la paura per la sorte di queste persone una volta espulse.
Per questo le organizzazioni chiedono al Governo italiano e all'Unione Europea di fare immediate pressioni sulla Libia affinché non attui l'annunciato programma di deportazioni di massa. Inoltre il Governo italiano dovrebbe rendere noto il contenuto degli accordi ad oggi stipulati con la Libia nel settore dell'immigrazione, e i relativi costi che l'Italia ha sostenuto o che intende sostenere; dovrebbe sospendere gli attuali accordi in ragione della evidente assoluta mancanza di garanzie sul rispetto dei diritti dei migranti in Libia; dovrebber rivedere la partecipazione dell'Italia al programma Frontex, che rischia di avere un impatto negativo sull'accesso alla protezione in Europa e di favorire, anche implicitamente, deportazioni di massa dalla Libia di migranti e richiedenti asilo verso aree a rischio. Nell'appello si chiede infine all'Italia e all'Unione Europea di adoperarsi, di concerto con l'Unhcr e le associazioni di tutela dell'asilo, per un rafforzamento delle misure di protezione dei rifugiati comunque presenti in Libia.
Anche Laura Boldrini, portavoce dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, esprime «preoccupazione» all'annuncio che il governo di Tripoli ha iniziato la deportazione e il rimpatrio dei clandestini presenti sul territorio libico. «Stando a quel che riporta la stampa, nel comunicato del governo non sembrerebbe esserci alcuna menzione di un trattamento diversificato per coloro che richiedono diritto d'asilo». In Italia - continua la Boldrini - la maggioranza di coloro che fanno domanda d'asilo sono persone originarie del Corno d'Africa e che sono transitate proprio attraverso la Libia. Sono persone in fuga da violazioni di diritti umani e da violenze: per loro occorrono strategie diverse, nel rispetto delle Convenzioni internazionali».
Tra l'altro - secondo i dati Unhcr - dalle rotte libiche arriva soltanto l'8% dell'immigrazione irregolare italiana, ma da quelle stesse rotte passa invece il 60% dei circa 10.000 richiedenti asilo politico che riceve ogni anno l'Italia. L'Asgi - Associazione studi giuridici per l'immigrazione - invece sottolinea che «gli accordi bilaterali di riammissione dei migranti irregolari non possono limitarsi ad intese operative a livello di forze di polizia o di rappresentanze diplomatiche, sottratte come tali alla verifica del Parlamento. Né possono risultare in contrasto con il diritto internazionale del mare universalmente riconosciuto o con le norme di diritto interno ed internazionale relative alla protezione dei rifugiati». Ma l'escamotage è semplice: la Libia non ha mai firmato la convenzione di Ginevra, quindi non è tenuta a rispettare queste norme.
La Convenzione Internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974 (Convenzione SOLAS) - della quale invece la Libia è firmataria - impone comunque un preciso obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare «senza distinzioni di nazionalità o di stato giuridico», stabilendo oltre l'obbligo della prima assistenza anche il dovere di sbarcare i naufraghi in un luogo sicuro. E in base al diritto internazionale marittimo - continuano dall'Asgi - un luogo sicuro è non solo una località dove la sicurezza dei sopravvissuti e le necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possano essere soddisfatte, ma è anche un luogo nel quale i richiedenti asilo presenti tra i migranti irregolari possano godere di un accesso pieno alla procedura di asilo prevista dalla Convenzione di Ginevra del 1951.
Insomma, la Libia non sembra proprio essere il luogo adatto per queste persone, anzi. Al di là delle belle parole e delle dichiarazioni espresse dal Governo, l'accordo sembra più che altro spingere l'Italia in un pericolosissimo vortice di gravi responsabilità rispetto alle violazioni dei diritti fondamentali della persona che in territorio libico non potranno più essere garantiti.
Il nostro paese quando si parla di diritti sembra correre su un doppio binario: un giorno si fa promotore dei diritti umani tout court o della moratoria contro la pena di morte, un altro giorno (o forse lo stesso) firma accordi ambigui con un paese che non è certo paladino dei diritti dell'uomo. Ma non è una novità questa doppia morale: già nel maggio 2005, la Corte europea dei diritti dell'uomo emanò un provvedimento d'urgenza per bloccare le espulsioni collettive da Lampedusa, dopo che oltre 1.500 cittadini stranieri sbarcati sull'isola erano stati rinviati in aereo in Libia. L'Italia violava l'articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea che vieta esplicitamente le deportazioni collettive, e la riammissione di un cittadino straniero in un Paese terzo dove rischi la tortura.
Stavolta anche se non si tratta di deportazioni collettive, visto che le operazioni saranno effettuate all'interno delle acque territoriali libiche, nella sostanza a fare la differenza saranno solo un paio di miglia. Intanto per tentare di fare luce sui rapporti tra Italia e Libia c'è un'interrogazione scritta al ministro dell'Interno e al ministro degli Esteri, la cui prima firmataria è la deputata Mercedes Frias (RC). Chissà se i magrebini arrivati ieri in Sardegna e tratti in salvo dalla Guardia di Finanza sono riusciti a sfuggire proprio ai pattugliamenti messi in atto da questo accordo.
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