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venerdì 4 gennaio 2008

Scrittore, poeta o annunciatore alla radio:
gli sbocchi ci sono, e per sfondare
basta una laurea all'Università di Cagliari

di Cristina Lavinio

Si lavora anche in questi giorni di festa, all'Università. Così come si è lavorato in questi anni a programmare migliaia di corsi di laurea differenziati, che hanno rivelato, nelle varie sedi e nei vari Atenei, una grande creatività nell'inventare i più svariati corsi di studio interni alle centinaia di classi di laurea del cosiddetto 3 + 2. L'autonomia universitaria, infatti, ha consentito di progettare tanti corsi differenti, benché riconducibili a una medesima classe delle lauree in Lettere, o in Beni culturali, o in Scienze matematiche, e così via.

Grande successo di iscrizioni ha avuto, lo sappiamo, qualunque corso di studi che esponesse nella sua titolatura un qualche accenno alla Comunicazione. E chi non ha mai sognato, iscrivendosi in una qualche facoltà umanistica, di diventare giornalista o esperto di pubbliche relazioni? I giornalisti, da parte loro, hanno spesso colto gli aspetti più curiosi di tale scatenata creatività: cito per tutti il “corso di laurea per il benessere del cane e del gatto” scovato tempo fa da un cronista di Repubblica in un Ateneo meridionale, all'interno della classe delle lauree in Veterinaria.

Forse anche in nome del fatto che tutta questa creatività ha o dovrebbe avere un limite, non foss'altro che perché continua ad esistere il valore legale dei titoli di studio e dunque, comunque si chiami il corso relativo, una laurea in Lettere è sempre una laurea in Lettere, sono ora arrivati i cosiddetti “decreti Mussi”. Decreti sacrosanti, bisogna dire, dettati dall'esigenza prioritaria di ridurre il numero degli esami necessari per laurearsi (arrivati anche a 30-40 in tre anni) e, nello stesso tempo, la frantumazione dei saperi e delle discipline.

I professori universitari sono chiamati a riportare a ragionevolezza la complessiva, smisurata, “offerta formativa” (senza superare, nei corsi triennali, i 20 esami) e a programmare meglio i percorsi di studio degli studenti. Devono dichiarare accuratamente i requisiti di base che gli studenti devono possedere all'atto dell'iscrizione a un corso di studi perché sia plausibile che, nel tempo previsto, riescano a sostenere con successo gli esami; devono prevedere le attività di recupero di eventuali debiti formativi; devono indicare gli sbocchi professionali cui il titolo acquisito può dare accesso e devono indicare le conoscenze necessarie per costruire tali professionalità, scandendole e distribuendole lungo un curricolo fatto di discipline da studiare, di attività e tirocini da realizzare e così via.

Si tratta di tenere presenti, in tutto ciò, i cosiddetti “descrittori di Dublino”, cioè parametri concordati a livello internazionale: senza mai perdere di vista lo sbocco finale, si devono dichiarare ad esempio i risultati di apprendimento attesi, articolati in conoscenze e capacità di comprensione, capacità di applicare tali conoscenze alla soluzione di problemi reali, autonomia di giudizio, abilità comunicative e così via. Se presi sul serio, tali parametri possono aiutare a riflettere e a descrivere che cosa è possibile attendersi da uno studente medio (di medie capacità, preparazione, intelligenza: non necessariamente un genio) lungo un itinerario formativo che sia percorribile abbastanza agilmente per acquisire un titolo come una semplice laurea (in tre anni) o una laurea magistrale (nei due anni successivi). Il tutto, ci viene giustamente raccomandato a livello nazionale, senza fretta: gli Atenei hanno tempo fino al 2009-10 per adeguarsi ai decreti del ministro Mussi.

Ma all'Università di Cagliari la fretta pare ci sia. Il 2 gennaio di questo nuovo anno, tra un intervallo e l'altro del funzionamento a singhiozzo del nostro server, ho ricevuto via e-mail l'ennesima e più recente stesura degli ordinamenti dei corsi di laurea della Facoltà di Lettere e Filosofia, da discutere e approvare nel Consiglio di Facoltà previsto per il 3 mattina. Finalmente, tra l'altro, sono comparse in questi giorni le “schede Cineca” che ancora mancavano. Si tratta delle griglie, elaborate dal Cineca per conto del Ministero, entro cui riversare tutti i dati relativi ai corsi progettati, con gli elenchi delle discipline previste, i relativi crediti ecc. Tutte cose noiosissime per chi, non addentro ai burocratismi di questo strano mondo della didattica universitaria attuale, ha avuto la pazienza di continuare a leggere sin qui.

Ma questa noiosa premessa era necessaria. E chi ha resistito sarà ora premiato da notizie un po' più interessanti e succose. Infatti, dando uno sguardo ai corsi e percorsi progettati dai miei colleghi, ho scoperto che - tra gli sbocchi professionali previsti - ne comparivano vari, alcuni dei quali, ancora una volta, fantasiosi o improbabili, anche se allettanti (per esempio, “annunciatori e presentatori della radio, della televisione e di altri spettacoli” oppure “dialoghisti, soggettisti e parolieri”).

Ho poi pensato a un vero e proprio scherzo vedendo che sia per la laurea magistrale in Filologie e Letterature Classiche e Moderne, sia per quella in Storia era previsto, come sbocco professionale, quello di “scrittori e poeti”. Certo, in questa grande stagione letterario-artistico nostrana, un modo per garantirsi la sua conservazione nel tempo è pensare ad alcune lauree che, dichiaratamente, abbiano sbocco in tale professione molto redditizia, di cui notoriamente moltissimi vivono senza fare nient'altro….

Come piccolo scherzo innocente e divertente, la cosa poteva andare. Il guaio però è stato quando, nel Consiglio del 3 mattina, ho scoperto che chi aveva previsto quegli sbocchi professionali, e in particolare quello di “scrittori e poeti”, aveva fatto sul serio e veniva preso molto sul serio dai più. Si tratta, è stato detto, di categorie professionali riconosciute dall'ISTAT (e alle diciture Istat rinvia il Ministero con le sue raccomandazioni sulle professioni da indicare); così come è stato detto che non si dovrebbe lasciare il mestiere di scrittore ai medici e agli ingegneri (?!). Meglio, dunque, una laurea in Lettere o in Storia… Così come una laurea in Filosofia dà adito alla “professione” di filosofo.

Tutto ciò con buona pace di scrittori, poeti e filosofi (veri), che probabilmente si rivoltano nella tomba o che, se viventi, d'ora in poi dovranno prendere una delle lauree che prevedano tali sbocchi per potersi dichiarare/sentire veramente tali.

Guaio supplementare: alle rimostranze dei pochi cui era rimasto il senso del ridicolo, si è risposto con una votazione che li ha messi in minoranza. Perciò, d'ora in poi, per i nostri studenti, si apre anche una luminosa carriera di “scrittori e poeti”, da iniziare in una Facoltà che ha persino abolito, per mancanza di fondi, i pochi laboratori di scrittura esistiti per qualche anno…

Quanto alla professione di “filosofo”, non so: ho abbandonato quell'illuminato consesso prima che si votasse.


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