lunedì 24 dicembre 2007
di Nanni Spissu
Natale è la festa dell'occidente. Diciamo dell'occidente cristiano, quell'occidente che oggi è frastornato dalla sua fragilità quando gli si chiede il confronto con il non occidente che sembrava così distante.
Io accetto volentieri di riconoscere i fondamenti di questa festa, non trovo ostacoli nella mia lontananza da quella fede che appartiene invece a coloro che, da cristiani, riconoscono all'evento della natività la portata storica di un evento di salvezza. Quel Cristo appartiene anche alla mia storia di laico, nonostante la gelosia artificiosa di chi ne pretende l'esclusiva. Esso è segno di riscatto anche per me.
Attraverso il suo messaggio e la sua testimonianza noi possiamo riconoscere i principi di un'etica della solidarietà, della vicinanza dell'altro, di colui che è debole, di colei che è allontanata dagli uomini. Possiamo apprendere che la coerenza di una scelta non fa il conto del prezzo che potrà esserle richiesto per difenderla. Possiamo avere un'idea moderna di giustizia.
Quindi il Natale può essere anche laico e in questa stagione in cui la Chiesa pare chiusa nel rivendicare i suoi copyright e i suoi imprimatur, io rivendico il mio diritto, storico, a riconoscere che esiste una traccia del passaggio di quel Yehoshua ben Yosef, umile uomo di una terra ancora oggi tormentata e violentata, che ha saputo dettare quell'agenda che, attraversando i secoli, ha indicato la scansioni di una vita giusta e a misura dell'uomo.
Non è il solo, perché i tanti segni che pensiero e coerenza hanno lasciato, sono debiti verso coloro che la nostra civiltà, quella del mondo tutto, con le sue diversità, con le sue autenticità, hanno saputa forgiare di quella materia così solidamente trasmessa. Certo, Natale ora viene chiamato pagano da chi non sa capire la nostra società se non in un'ottica esclusivamente fideistica. L'idea è di pagano contrapposto a cristiano - pagano, dal latino pagus, villaggio - lontano quindi dalla cerchia degli eletti.
Si può persino togliere la speranza al mondo raccontandola, come nell'enciclica ultima di Ratzinger, in cui noi uomini senza fede, siamo schiacciati in un mondo in cui non c'è - per noi, appunto - speranza. Il che, detto per inciso, sembra il paradosso di una condizione in cui fede e grazia, che sono definiti doni, evidentemente, sarebbero segno di discrimine, se chi non li riceve non ha sostanzialmente un destino e quindi, non ha speranza.
Dono è scambio, donare è atto liberale. Donare è segnare un rapporto, darne una lettura tangibile, trasformando un oggetto dalla sua concretezza al simbolo, quello del cosa e come chi dona pensa di chi lo riceve. Quindi donare accredita il Natale come giorno in cui i rapporti tra le persone sono svelati da quei simboli. Ma violare il Natale non è accoglierne la natura di festa fuori dagli schemi della fede. Violare il Natale si può con tutto ciò che mette fuori chiunque dal diritto ad essere, anche lui, nella festa. Quindi anche a scambiarsi un dono.
Allora la festa è come la cartina di tornasole di quella condizione umana in cui i doni sono assegnati o da una logica perversa e senza una logica riconoscibile. Natale è la metafora degli squilibri, delle sofferenze, della mancanza di giustizia sociale, delle inadempienze degli stati e delle comunità internazionali rispetto all'esclusione di fette maggioritarie della popolazione mondiale dal diritto a essere persona nella pienezza della dignità.
Natale fa esplodere le contraddizioni e qui riconosciamo che questa sua natura corrisponde a quell'idea del Cristo che proclama la sua scelta di essere segno di contraddizione. Non di compromesso, non di silenzio davanti all'ingiustizia, non di silenzio, ancora, quando si deve denunciare. Segno quindi di scelte nette, di strade percorse senza titubanza, di pesi portati nella piena determinazione di una coerenza che non conosce limiti.
Allora rivendico il diritto al mio Natale e lo saluto come il momento in cui il frastuono delle strade affollate e il balletto delle luci fa da cornice a questo nostro mondo in bilico davanti al baratro della propria autodistruzione. Tutte le contraddizioni esplodono a Natale senza pietà e senza trucchi, e si capisce la fragilità anche dei grandi messaggi forti che hanno chiesto e proposto giustizia, nel dipanarsi della nostra storia di uomini. Quella fragilità siamo stati noi a costruirla per non aver saputo capire e accettare ogni invito a lavorare per costruire una storia di giustizia e di pace e non una storia di squilibri e di privilegi.
La storia è dei forti, che si sono impadroniti anche del Natale, lo hanno reinventato a misura dei propri interessi e dei propri egoismi, ma non sono riusciti a capire che in tal modo quel Natale avrebbe rivendicato per sé la sua natura di teatro e ribalta della sofferenza e dell'ingiustizia. E ci avrebbe così invitato, tutti, a lottare contro tutto questo.
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