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lunedì 3 dicembre 2007

Soru da destabilizzare subito:
la ricandidatura va bloccata
Rinvio-ricatto sulla Finanziaria
per il capogruppo e i Consorzi

di Giorgio Melis

L'operazione-destabilizzazione riprende slancio. L'obbiettivo è quello solito, di pochi mesi e rilanciato: abbattere Renato Soru, indebolendolo al massimo fino a rendere improponibile la sua ricandidatura nel voto del 2009. Il grande intrigo di prima delle primarie del Pd e del referendum sulla Statutaria, che aveva segnato il passo perché non c'era stata la rotta del presidente nelle due consultazioni, è nuovamente all'ordine del giorno. Vede dispiegarsi l'alleanza piena tra le nomenklature Ds e Margherita con tutto il Polo nella resistenza a oltranza contro il commissariamento dei consorzi industriali: nei quali tutti hanno poltrone, prebende, uomini e potere da difendere.

Contestualmente scatta il grande ricatto per ammorbidire Soru e costringerlo a piegarsi sulla scelta del capogruppo unico del Pd: no a Siro Marrocu, via anche Antonio Biancu, mediazione su Silvio Lai spendibile come uomo di compromesso. L'oggetto è la Finanziaria: da bloccare o ritardare al massimo, facendo saltare il termine di approvazione del 31 dicembre concordato tra il presidente Giacomo Spissu e i capigruppo. Per tenere sulla corda Soru, perché accerti la propia impotenza e accetti di piegarsi perché non può andare da nessuna parte contro la maggioranza. Deve accettarne i diktat (specie sui consorzi “intoccabili”).

Questi i passaggi di un movimento a largo spettro che inizialmente coinvolgeva totalmente Antonello Cabras. Anche ora, ma con maggiori difficoltà per lui. La sua candidatura per le regionali sarà messa in campo solo nella seconda metà del 2008, preceduta da diversivi su altro esponente: da usare come schermo prima che s'avanzi il candidato finale, cioè lui.

Il virus consiliare, da Palomba a Pili:
dissoluzione di fine legislatura, sempre

Si bissa il tentativo naufragato nel 2003, proprio per l'entrata in scena di Soru. Quattro anni fa si era lasciato credere - anche in grandi manifestazioni pubbliche unitarie - che a capeggiare il centrosinistra sarebbe stato il sardista Giacomo Sanna: in extremis sarebbe stato invece sostituito col vero candidato tenuto coperto, Emanuele Sanna. Si ritenta il giochino non più partendo dall'opposizione, come nel 2003, ma essendo al governo: disposti a rischiare e sfasciare tutto pur di riprendere il controllo della situazione. Che può finire davvero male (o bene, secondo i punti di vista) e forse sarebbe salutare. Esattamente come è accaduto nelle due precedenti legislature, in regime ancora parlamentarista (quello rimpianto, mentre ha fatto registrare da ultimo il massimo dell'umiliazione autonomistica), non presidenziale come ora.

Non c'è maggioranza e sistema che tenga e resista davanti allo spappolamento del Consiglio: specie nella seconda metà della legislatura, obbedisce a istinti primordiali distruttivi. Si sono scatenati e hanno massacrato fino al 1999 Federico Palomba col centrosinistra (aveva una larga maggioranza iniziale), poi altrettanto è accaduto con Mariolino Floris, poi Mauro Pili e, per la indecente parte finale, Italo Masala nel quinquennio nero del Polo. Dal 1992 c'è la regola non scritta ma inesorabile che impone la dissoluzione della maggioranza consiliare quando ci si avvicina alle elezioni. Stavolta la responsabilità di tutto è scaricata sul ruolo di Soru. Ci sono certo anche ragioni in questo senso. Ma è ridicolo assolutizzare il “fattore S”, quando le stesse cose sono avvenute in modo identico, perfino peggiori, negli ultimi quindici anni.

Sempre la stessa, incontrollabile sindrome dissolvente nella volata verso le elezioni: con la pensione intera messa al sicuro. La controprova è che quanto successo con Palomba e il centrosinistra si è ripetuto in condizioni opposte con Pili e il centrodestra. È un virus del Consiglio, che ha operato e opera con qualunque maggioranza e presidente, in regime parlamentare e presidenziale. Chiunque scarica tutto su Soru, può menare per il naso i distratti e grulli, non chi ha memoria corta e lunga. La storia non comincia mai oggi: è il riflesso, in questo caso la focopia, di quella di ieri e l'altro ieri. Si può negarlo solo barando, ma senza cambiare la realtà delle cose.

Meglio uno scioglimento traumatico
di una lunga agonia senza dignità

Solo che stavolta l'epilogo può essere diverso, giustamente traumatico, rispetto alla progressiva disgregazione delle precedenti legislature. Nelle quali si è voluto reggere fino in fondo, senza maggioranza, tirando a campare ma infine tirando malamente le cuoia lo stesso. È andata così al centrosinistra nel 1999 e cinque anni dopo al Polo. In fondo c'è una giustizia distributiva anche in politica e nella sanzione degli elettori contro le cialtroneria di questo o quello schieramento. Ora è di nuovo il turno del centrosinistra nella corsa al cupio dissolvi: i furbissimi credono travolgerebbe solo Soru. Giustamente cancellerebbe tutto lo schieramento.

Ma lo scenario non prevede solo, come in passato, una lunga, penosa decomposizione dell'alleanza, preludio alla punizione nelle urne. Alla quale credono di scampare i topi in fuga dalla nave che vogliono affondare per occuparne il relitto: destinato invece ad altri. L'alternativa, forse obbligata oltre ogni altra considerazione, è che Soru debba alzare i tacchi prima che gli facciano rovinare tutto addosso, accusandolo di essere l'unico responsabile. Non solo per dignità od opportunità. Per evitare un'umiliazione che deve invece pesare su altri. Un caso decisivo: la Finanziaria. Già il presidente della commissione bilancio, Giuseppe Cucca (Margherita), va dicendo che non c'è il tempo per approvarla entro dicembre, d'accordo con molti altri. È una motivazione miserabile. Si è già detto che il Senato, con una maggioranza quasi inesistente, centinaia di votazioni tutte drammatiche, ha approvato una Finanziaria di grande complessità, con la partecipazione di 360 senatori (non gli 85 consiglieri) in meno di un mese.

Il nostro parlamentino, il più costoso in assoluto d'Italia (a parte la Sicilia) non può fare quel che è la norma ovunque? Non c'è solo l'esempio del Senato. Abbiamo ricercato su Internet i precedenti in Sicilia, Lombardia e Friuli, due autonomie speciali e una ordinaria. L'anno scorso Totò Cuffaro si è potuto vantare d'aver evitato l'esercizio provvisorio approvando nei termini la finanziaria: controllare, tutto nel sito. In Lombardia, con un bilancio dieci volte quello sardo, la scadenza di fine anno è sempre rispettata. In Friuli, con un bilancio di sette miliardi 749 miliardi di euro, al 22 dicembre 2006 erano stati approvati la finanziaria e il bilancio triennale. Allora, realtà così diverse riescono a licenziare la legge essenziale per governare entro i limiti fissati, impiegandovi spesso meno del mese che a Cagliari sembra insufficiente: eppure è bastato al Senato e ovunque.

Finanziaria ritardata: ritorsione contro Soru
sul capogruppo e i Consorzi

Dobbiamo credere a un livello di incapacità maggiore che altrove? È possibile. Ad esempio, mai visto che la presidenza della commissione più importante e decisiva sia stata affidata a Giuseppe Cucca, un esordiente a digiuno di precedenti specifici. Sempre è stata affidata a veterani di lungo corso ed esperienza. Se Cucca non è all'altezza, lo ammetta e si dimetta o venga dimesso. Oppure l'intero Consiglio confessi la sua inadeguatezza e dica ai sardi di non essere all'altezza degli omologhi di altre regioni. Ma non è solo insufficienza, che pure c'è e pesa. L'annuncio del ritardo è solo una ritorsione contro Soru, una pressione per ammorbidirlo e farlo rinunciare a esprimere il capogruppo unico, per distoglierlo dalla riforma dei Consorzi industriali, per costringerlo a mettere in Giunta gli uomini dei partiti. Questo si chiama ricatto.

Essersi piegati ad analoghi diktat, in passato, non solo non ha salvato ma accelerato la dissoluzione delle maggioranze di Palomba, Floris e Pili (travolgendoli anche personalmente) perché le spinte devastanti e contraddittorie dei partiti sono, per loro natura, a somma zero. Se gli si dà una mano, vorranno un braccio, poi tutto il resto: assolutamente indifferenti al collasso dell'alleanza. Questo lo sa benissimo anche Antonello Cabras, che è in difficoltà. Conosce le dinamiche politiche meglio di tutti, per averne fatto uso spregiudicato e vincente negli ultimi vent'anni, mettendo le mani sulla leadership di quattro partiti e della Regione. Ma ora arranca. Lavora anche lui al logoramento di Soru (pro domo sua, anche se fingerà di puntare ad altri) ma è allarmato che la situazione precipiti troppo in anticipo, incontrollabilmente.

L'Unione Sarda con Fadda e Sanna:
Soru non si nomina, come Ferrara con Rovelli

Dunque Cabras deve cercare - senza volere o potere - di frenare l'estremismo dei pasdaran alla Paolo Fadda. In piena, soddisfatta sintonia con Emanuele Sanna, sponsorizzati in simultanea come sempre da L'Unione Sarda, durante la manifestazione di sabato, e degli altri che premono per una resa dei conti subito: quel che chiede il quotidiano cagliaritano. Dove pare ci sia un ordine di scuderia: non nominare neanche in negativo Soru tranne i casi obbligati. L'esempio è stato dato dal direttore in un commento con tema dall'alto: tutto e tutti solo contro Soru, però mai citato neanche per caso. Era accaduto nei lontani anni settanta, quando il combattivo, indimenticabile sindaco di Cagliari, Salvatore Ferrara, reo di uno sgarbo a Nino Rovelli all'inaugurazione di uno stabilimento a Macchiareddu, era stato depennato dal giornale per ordini superiori. Esisteva solo “il sindaco”, “il primo cittadino”: mai Ferrara. Ce ne accorgemmo con incredulo ritardo e si mise fine a una vergogna sulla quale possiamo testimoniare in almeno venti. Per i corsi e ricorsi anche giornalistici, forse ora tocca a Soru.

Ma nella lunga volata verso le elezioni, ne vedremo di ben altre e peggiori. Le ultime: interrogazione di An sulla figlia del presidente, pubblicata con massima evidenza. La risposta, sparita nelle nebbie. Il “Tar boccia la Giunta”, a proposito del referendum sul Piano paesaggistico. Peccato, aveva solo promosso Pili, ricorrente contro la decisione dell'Ufficio referendario (quattro magistrati) che l'aveva bocciato: la Regione non c'entrava e non ci usciva. Mentite e disinformate: qualcosa deve restare, ma è tutto da vedere. Finora l'informazione ha logorato solo chi ce l'aveva a favore.

Udeur e Sdi sull'Aventino: meglio.
Rivogliono le “Giunte del bigliettino”

Tornando a Cabras, il suo problema è mantenere in piedi la baracca, giocando su due tavoli per necessità. Sa bene di aver “vinto” le primarie Pd grazie ai voti - questi sì “intrusi” e indecenti, ma presi di buon grado - di esponenti ed elettori precettati dal centrodestra in funzione anti-Soru. Ma essendo il segretario del nuovo partito, deve per forza cercare di evitare il tracollo. Altrimenti le macerie anticipate cadrebbero addosso anche a lui: addio sogni di gloria e ritorno alla Regione, centrosinistra all'opposizione, col Polo a godersi i grandi risultati dell'azione di governo di Soru che si manifesteranno in concreto dalla primavera e negli anni successivi. Non può scontentare i suoi grandi elettori nei due schieramenti e insieme non può spingere Soru alla rottura. Un equilibrio molto instabile, aggravato dalla partita mortale sui Consorzi industriali.

Cabras proverà a convincere Soru ad accettare un uomo di compromesso come capogruppo. Ma non può dare garanzie né sui tempi della Finanziaria, né sull'ok al commissariamento dei consorzi. È vero che ci sono fibrillazioni oltre il Pd. L'Udeur non andrà oggi al vertice con Soru, Cabras, altri segretari e i capigruppo. Sai la disperazione. I mastellati sono da tempo all'opposizione, non avendo avuto un assessorato. Non avendo avuto neanche garanzie di salvezza per Sandro Usai, il dominus del Casic. L'Udeur è all'opposizione, ma dove va? Può restituire i due consiglieri presi a Forza Italia che li aveva eletti. E poi? Con l'aria nazionale che tira, quando mai Mastella avrà più il potere di cui ha disposto col due per cento dei voti? Va col Polo perdente e per ora perduto? Sarebbe meglio lasciare l'Udeur al suo destino.

Così dicasi dello Sdi di Balia: ugualmente diserterà il vertice di oggi, nientemeno deprivato di Masia e Caligaris (forse anche di Palomba: dimentico del suo martirio, ora con i carnefici). Balia è quello, regnante Palomba, dell'infausta “Giunta del bigliettino”: partito da lui e consegnato dal postino Paolo Fadda. Senza Udeur e Sdi non c'è maggioranza? Benissimo, se ne prenda atto, si torni e li si mandi a casa. Non è mica una tragedia. Non abbiamo mai avuto elezioni anticipate alla Regione: è ora di cominciare.

Che disastro se Soru subisse,
da quaquaraquà: deluderebbe anche gli avversari

Tutto, pur di non ripetere le infamie dei finali di legislatura del 1999 e 2003-2004. Ai ricatti si risponde con la serena determinazione. Se Soru accettasse questo scandalo, si rivelerebbe un quararaquà anche lui come alcuni precedessori: disposto a tutto per mantenere il potere. Se è questo che gli piace, è una nuova rivelazione: la peggiore. Merita mille critiche ma finora non ha piegato la schiena, non ha accettato di immiserire i grandi anche controversi cambiamenti e i risultati ottenuti. Si piegasse adesso, finirebbe comunque distrutto e anche sputtanato. Se gli va, si accomodi. Ora gli saltano addosso anche i cani che fino a poco tempo fa gli leccavano i piedi e ora si danno il coraggio, in conto terzi, di provare a morderglieli. Se gli va di fare la fine del can da pagliaio, si accomodi: ci rimetterà anche la faccia.

Non può mettersi contro tutti? Chi lo dice: se sfida il peggio, meglio cadere ma in piedi e dignitosamente. Non può accettare - ma come lui nemmeno i silenti sindacati, i presunti imprenditori, le altre forze sociali sempre a lamentarsi e tendere la mano o mordere quella che non smista mance - che si ritardi premeditatamente la Finanziaria per fargli torto. Perché il danno non è solo suo ma dell'intera Sardegna: non può accettarlo. Un nuovo esercizio provvisorio del bilancio, con ritardi di mesi nella spesa dei tantissimi soldi disponibili anche per alleviare le tensioni sociali, è un attacco all'intera comunità. Non si può subire il cinismo di chi usa questo ricatto per fini partitici, sulla pelle di tutti. Hic rodus, hic salta. Soru dimostri ora d'essere un destriero ancora scattante e non di essersi già ridotto a bolso equino. Deluderebbe chi lo sostiene ma, ancor più, chi ne dissente rispettandone la forza e il coraggio.

L'ambigua protesta dei ventimila:
assolti i responsabili, Soru capro espiatorio

Tanto più che nella manifestazione di sabato, ambigua per molti versi a riguardarla nei dettagli, è già stato indicato al pubblico ludibrio come l'unico responsabile di una situazione economica creata negli ultimi vent'anni: in tre avrebbe dovuto risollevarla da solo, manco fosse san Gennaro e padre Pio. La mobilitazione (pare costata 250 mila euro di spese ai sindacati) va presa sul serio e valutata per quello che è stata. Notevole in termini quantitativi, politicamente e socialmente singolarissima. Ha visto marciare a fianco la Cgil con la Cisl polista da molti anni e coerentemente contro Soru per via della formazione professionale. Confindustria che tanto ha preso e prende in ogni campo, senza fare e rendere nulla in termini di impresa, occupazione, produzione. Le associazioni agricole parassitarie ed esiziali da sempre per i propri associati. Politici ed ex, consiglieri ed ex, notabili per tutte le stagioni - da Giorgio Carta a Rojch, da uomini dell'Udc e personaggi del centrodestra - in un corteo numeroso ma anche scandaloso politicamente.

«Una vera manifestazione di sviluppo», «una grande protesta popolare: parole di Emanuele Sanna e Paolo Fadda: loro sì che di sviluppo se ne intendono, specie nei giri personali con le truppe sanitarie e al Casic, in Atlantis prima che si dissolvesse. È palese e straordinario. Tutto il notabilato, ora di lotta e di barricata, dopo aver sempre maneggiato tutto il potere in ogni condizione, si propone come liberatore dalla tirannia dell'uomo solo al comando. Era meglio quando comandavano, decidendo tutto clandestinamente e non rispondendo di nulla, in tre-quattro? Di fatto un solo grumo di potere tricipite, che ha fatto e soprattutto disfatto a proprio piacimento per trent'anni.

Allora, va tutto bene, viva la dimostrazione in piazza e per le strade. Ma rivisto con calma e letto in filigrana, il film del tutti insieme - lavoratori e padroni, occupati abusivamente e clientelarmente con disoccupati e precari e pensionati, politici stagionati e privilegiati, presunti manager partitici e amministratori plurincaricati con un mare di soldi pubblici - fa riflettere. Appare molto ambiguo. Distorce la realtà sociale e le responsabilità. È usato strumentalmente da personaggi politici e sindacali di ogni stagione e al servizio di troppi padroni: in primis se stessi. S'impone una recensione più oggettiva e fredda. Ha ragione Piergiorgio Massidda, stavolta. Si può governare e protestare contemporaneamente, di lotta e di governo senza indurre in grevi sospetti?


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