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martedì 6 novembre 2007

L'eredità di Enzo Biagi, una voce libera
che si ostinava a vedere un futuro
anche per un paese che non ama la verità

di Nanni Spissu

Se n'è appena andato Enzo Biagi.

Cosa ti prende dentro in questi casi, quando ti imbatti ancora una volta nella fine di qualcuno che si porta via un pezzo di te stesso?

Quando chi ha rappresentato i sentimenti di tutti noi, per esser stato una voce grazie alla quale puoi ancora dire di essere orgoglioso di stare al mondo, ti lascia solo, noi non siamo più quelli di prima. E credo che non possa essere più quello di prima ogni giornalista che abbia orgogliosamente interpretato la sua parte in questa grande commedia della vita, onorando il proprio ruolo.

Il ruolo di chi sta al servizio della verità, sta al servizio della parola e della scrittura, cui non chiede mai di tradire la sua etica di garante di un diritto, che sta nella costituzione di un paese libero e che stava prima ancora nella coscienza di tanti uomini liberi.

Le vicende che hanno accompagnato gli ultimi anni della vita di Biagi accrescono la sua grandezza, la ingigantiscono davanti alla miseria e alla vergogna che ci prende quando ricordiamo gli editti che ne hanno bloccato la parola, ma non lo spirito.

E l'anima. Lui credente, sereno nel suo ancoraggio di uomo di fede, colpito per il vuoto lasciato da sua moglie, colpito nella salute che oggi lo ha tradito, saldo nella dignità e grandezza, che non esibiva mai, perché aveva pudore di quella sua grandezza e anche della sua prorompente umanità.

E non si permettano di piangere lacrime di coccodrillo, oggi, i carneadi che avevano paura della sua fede e della sua verità, che hanno deriso uno dei più alti rappresentanti del mondo dell'informazione che il secolo scorso ha potuto annoverare, carneadi che non sarebbe degni «di allacciare i lacci dei suoi calzari».

Le lacrime lasciamole a chi si merita di piangere, che non è per tutti il pianto, è un privilegio che ci siamo meritati, non da soli, ma con tutta quella immensa schiera di cittadini che hanno saputo, quando era il momento, stare dalla parte di Enzo Biagi.

Io che sono laico, ammiravo la fede di Biagi, l'ho ammirata perché era componente integrale e imprescindibile della sua grandezza. Ma mai mi sono sentito davanti a un laico così autentico, mai davanti a un senso dello Stato così alto, come quello di questo uomo di così profonda fede, disarmante talvolta, persino, nella sua quasi innocente semplicità.

Io alzo, e invito tutti gli uomini di buona volontà, ad alzare la bandiera di Enzo Biagi. Segno della nostra volontà di difendere una nazione civile che vuole restare civile e che non vuole precipitare, ancora, nello sprofondo del silenzio imposto alla verità e ai suoi più straordinari profeti e tutori.

Questa bandiera ci invita a riflettere, seriamente, responsabilmente, sul futuro di questa nazione oggi fragile e sofferente, nonostante la grandezza di tanti suoi cittadini.

Sarà possibile anche al mondo dell'informazione, fermarsi un attimo, solo, un solo piccolo momento, per ripartire dall'idea della dignità e della responsabilità di una professione così splendida per il suo fascino, ma così tragicamente, spesso, tradita, nella sua missione.

Non sono ottimista, non sembra che ci sia il tanto per esserlo davvero. Ma forse può essere che rinasca la speranza, quella virtù che Biagi non ha mai tradito anche nei momenti più duri della sua professione.

E io voglio sperare, con lui, che questa nostra patria si possa ancora salvare.


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