mercoledì 24 ottobre 2007
di Marco Murgia
Da Comitato per il No a Comitato per lo Statuto. Passata la consultazione referendaria - con il prevedibile mancato raggiungimento del quorum e la maggioranza di voti contrari alla Statutaria sul 15 per cento degli elettori - è il momento dei rilanci e degli appelli: «Passiamo alla fase propositiva», dice l'amministrativista Andrea Pubusa. A partire da «un dato inconfutabile: l'uniformità del voto che ha visto prevalere il no» e con un obiettivo preciso: ridiscutere il testo di legge proprio a partire da quel risultato. Non è solo un fatto tecnico legato all'affluenza ma «è anche un problema politico», spiega Andrea Raggio.
Potrebbe avere ripercussioni anche nel centrodestra, che aveva assunto una posizione forte ma senza riuscire a coinvolgere più di tanto i militanti: il consigliere regionale dell'Udc Roberto Capelli ha annunciato per i prossimi giorni una verifica tutta interna all'opposizione, per discutere «alcuni atteggiamenti che ci hanno un po' deluso». Il riferimento è chiaro: ci sono stati partiti, continua Capelli, «come Nuovo Psi e Uds che si sono adoperati come se si fosse in campagna elettorale», mentre da altre parti «non c'è stato quell'impegno che ci attendevamo».
Per i portavoce del Comitato per il No la questione della scarsa affluenza alle urne diventa quasi marginale: prevedibile, visto lo scarso appeal dell'argomento per cui i sardi erano chiamati a decidere; comunque ininfluente, ribadiscono con l'avvocato Marcello Vignolo, vista la natura del referendum. «Sulla questione del quorum» sottolinea Pubusa, «decideranno i giudici, nei quali abbiamo piena fiducia». Nella conferenza stampa è stato ricordato il caso del Friuli Venezia Giulia: nel 2002 la legge statutaria approvata con maggioranza dei due terzi dal Consiglio regionale fu bocciata in un referendum confermativo promosso dalle forze dell'Ulivo, dei radicali e della Lista Di Pietro. Il No superò il 73% e nonostante la ridotta partecipazione al voto - 23,1% degli elettori, ma non era previsto un quorum - la legge non fu promulgata.
Accantonato per il momento il nodo giuridico, è il momento delle valutazioni politiche: visto che i temi del referendum non «interessano il grande pubblico» è importante notare che «la cittadinanza attiva della Sardegna ritiene che questa legge non vada bene e vada rivista nel contenuto». Quindi gli appelli: «Lasciamo da parte le tifoserie irrazionali e diciamo che l'esito del referendum ha indicato una strada ben precisa: la modifica della statutaria». Ferma la «meraviglia che ci sia chi ritiene di dover trarre conclusioni dall'alta percentuale di astensioni», è il momento di ricompattare le fila, soprattutto nel centrosinistra, per evitare «le lacerazioni sconsiderate», ridiscutere la statutaria - guardando a un «presidenzialismo temperato» - e poi lo Statuto per non sprecare il resto della legislatura.
Per Andrea Raggio, il referendum ha sancito «due vincitori: l'astensionismo e il no». Il primo è comunque un dato politico, «ma questa volta ha giocato un ruolo importante la disinformazione». E però il problema non può essere solo giuridico: in quel caso si entrerebbe in un «groviglio che avrà ripercussioni politiche». Ecco le critiche al senatore Antonello Cabras, segretario del Partito democratico isolano: «Dovrebbe essere più cauto prima di ridurre tutto a un semplice fatto tecnico: il problema è come migliorare la legge, perché abbiamo tutti interesse a che la legislatura si chiuda in modo positivo». Ed ecco l'invito ai partiti: considerato che molti dirigenti hanno preso posizione, «da lì bisogna ripartire per la discussione», rilancia Pubusa, «per convergere verso il presidenzialismo temperato. Ma davanti a questa partecipazione di merito c'è la chiusura totale: “Io promulgo”».
A proposito di vincitori e sconfitti, è fuori dal coro la riflessione del capogruppo dei Riformatori in Consiglio regionale, Pierpaolo Vargiu, che sul suo sito scrive: «Abbiamo perso noi. […] Ma la compagnia degli sconfitti è più ampia di quello che si vuol fare intendere. Insieme a me (e al centrodestra) hanno perso importanti pezzi del centrosinistra, che hanno promosso il referendum (lo Sdi, l'Udeur, Maninchedda…) e hanno perso quei pezzi del Partito democratico e di Rifondazione che hanno apertamente esortato gli elettori a scegliere il No. Ma più ancora hanno perso coloro che hanno invitato a scegliere il Sì, sconfitto due volte: dal quorum non raggiunto e dagli elettori che si sono espressi e gli hanno tributato un misero 30%».
«Con me hanno dunque perso Soru e i suoi amici che - con totale sprezzo della verità e persino del ridicolo - si affannano ad appropriarsi mediaticamente di una vittoria che non c'è, dimenticandosi che sino a ieri facevano campagna elettorale per il Sì (non certo per l'astensionismo!)», aggiunge Vargiu. «Ma - più di ogni altra cosa - insieme a me è sconfitta la democrazia dei partiti: quando i cittadini rinunciano in maniera così massiccia a partecipare ad una consultazione referendaria per la quale (nel Sì o nel No) erano impegnati tutti i partiti, è chiaro il segnale della rottura del rapporto fiduciario con la politica. Il centrodestra e il centrosinistra sardo si scannano tra loro per attribuirsi la sconfitta: ma la realtà vera è quella che nessuno dice. Abbiamo perso entrambi, perché rinunciando a votare la gente sarda ci ha mandato a dire chiaramente che ha poca speranza sia in noi, che in loro».
Sul voto di domenica è intervenuta ieri anche la segreteria regionale della Cisl, con un documento: «È di straordinaria importanza, nonostante le difficoltà che hanno riguardato la preparazione della consultazione referendaria, che 228.439 elettori sardi abbiano votato, esercitando non solo un diritto, ma anche un fondamentale dovere di cittadini». Nessun dubbio sul risultato: «I 153.258 elettori che hanno votato No alla legge statutaria rappresentano un inequivocabile segnale, che non può essere sottovalutato o sminuito, per la Giunta regionale e il Consiglio, invitati di fatto a modificare i contenuti della legge approvato il 7 marzo scorso».
L'interesse del sindacato riguarda diversi aspetti della norma. Per la Cisl, infatti, «riveste speciale importanza che la legge statutaria - alla voce “Partecipazione popolare” - preveda il ruolo e l'apporto delle parti sociali alle scelte della Regione e nella programmazione dello sviluppo dell'isola. Ma il sindacato non può sottacere la necessità di modifiche agli articoli sui referendum, il conflitto d'interessi, il potenziamento del ruolo - non meramente consultivo - delle Autonomie locali, e l'equilibrio dei poteri. È sempre preferibile che le norme fondamentali degli ordinamenti istituzionali pecchino per un eccesso di democrazia piuttosto che per un difetto di essa. La legge statutaria del 7 marzo 2007 difetta proprio in questo».
Diversa e opposta la lettura del segretario regionale di Rifondazione comunista: «È il fallimento di un intero schieramento dopo aver tentato di usare il referendum per mandare a casa il centrosinistra in Sardegna». Michele Piras ribadisce «la necessità che la legge venga promulgata, lasciando che sia la Corte costituzionale a risolvere il contenzioso». Piuttosto «è arrivato il momento di accantonare due mesi di discussioni su primarie e Statutaria» e concentrarsi invece su «questioni importanti per i sardi quali la povertà, il precariato e le politiche sociali e del lavoro».
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