martedì 23 ottobre 2007
di Giorgio Melis
Bisogna uscire subito dalla querelle sul referendum sulla Statutaria. È tempo di tornare a parlare di cose più serie. Dei problemi dei cittadini. Delle questioni concrete. Della responsabilità della politica: paralizzata da mesi e assorbita - anche a viva forza, per il capriccio velenoso di poche persone - da un tema sul quale il giudizio dei sardi è stato netto e inequivocabile. Non interessa, non coinvolge, non l'hanno ritenuto meritevole di partecipazione.
L'astensione non ci piace. Siamo per le scelte condivise dai cittadini. Ma così va da dieci anni e nessuno si permetta di accusare gli elettori. L'istituto del referendum è stato ucciso nel cuore e nell'interesse pubblico perché se n'è fatto un abuso che ha generato il rigetto. Per di più, quelli sui quali c'è stata un'adesione plebiscitaria sono stati traditi, gettati nella spazzatura, rinnegati: a cominciare dal voto sul finanziamento dei partiti. Se è montato il rifiuto, le responsabilità non sono dell'elettorato. Ci si riempie la bocca di “popolo”, evocandolo per meglio turlupinarlo.
Chi esalta il sì e il no espresso da una minoranza, specie gli onorevoli regionali, è senza pudore. Diciassettemila sardi (non 19 onorevoli, quanti ci hanno trascinato al referendum fallimentare) hanno firmato una legge di iniziativa popolare, davvero nata dal basso, non per input dall'alto. L'hanno inoltrata al Consiglio: chiedeva il taglio delle indennità faraoniche dei “parlamentari”. Si poteva accettarla, respingerla, correggerla. Invece è stata insabbiata: neanche degnata di attenzione, di un esame dovuto alla volontà di tante persone. Questo è disprezzo dei cittadini: sono complici quanti oggi si aggrappano al pugno di no per sostenere grottescamente di aver vinto. E c'è disprezzo dell'intelligenza delle persone nel proclamarsi vincitori nella diserzione dell'85 del popolo: nonostante una campagna martellante, terroristica e potenzialmente intrigante perché poteva essere in gioco la testa di Renato Soru.
Bisogna riparlare di cose serie e concrete. Ma prima bisogna spazzar via le mistificazioni sui risultati del referendum. Deciderà la Corte d'Appello se la consultazione sia o meno valida. In base a questo verdetto, il presidente della Regione potrà promulgare la Statutaria. Contro la sua decisione si potrà ricorrere alla Corte costituzionale: lasciamo che l'iter amministrativo-giudiziario faccia il suo corso e rimettiamoci al suo esito. Ma qui e ora, non è di accademia giuridica, di dispute dottrinali che tanti cittadini vogliono discutere. Innanzitutto dei nove milioni e 200 mila euro che il referendum è costato alla Regione. Più le spese per la propaganda, più gli straordinari al personale, il blocco di molte attività pubbliche (Prefetture, Comuni, l'impegno aggiuntivo nei palazzi di giustizia) e un'altra vacanza forzata nelle scuole che hanno ospitato i seggi, chiuse anche oggi. Il costo materiale e immateriale della consultazione è grande.
Ma sono i prezzi della democrazia, si obbietta. Demoche? Se ne abusa a spese dei cittadini cornuti e mazziati e si pretende anche di pavoneggiarsi con i pochi che hanno ancora avuto voglia di andare alle urne. È statisticamente e notoriamente accertato che il referendum è puntualmente disertato anche quando preceduto da un grande dibattito pubblico, seguito dalla raccolta faticosa delle firme. Non aveva alcuna speranza questo nostrano. Nato dalla tracotanza - tanto paga Pantalone, cioè noi -, imposto e voluto da 19 signori da ventimila euro al mese, molti dei quali avevano approvato la legge di cui un mese dopo hanno chiesto l'abrogazione. Zero via zero possibilità di riuscita: anche se sono stati soccorsi dalle truppe dirigenti del Polo, sconfessati e ignorati dai loro elettori.
Possiamo accettare senza urlare che i salti d'umore distruttivi e tutti politicanti di 19 personaggi infliggano alle casse regionali un onere diretto che sfiora i 10 milioni? Era (l'abbiamo detto ancor prima che firmassero) e resta inaccettabile: lo scialo dei nostri soldi dilaga già nel Consiglio. Si ha la pretesa e l'irresponsabilità di estenderlo, grazie a un quinto dei suoi componenti che rigetta una legge approvata a maggioranza assoluta, con due terzi dei votanti. Allora, tanto vale abolirla quest'assemblea, se le scelte che l'hanno impegnata per mesi non sono accettate neanche da chi ha concorso ad assumerle! Più di un lettore ci ha chiesto se sia proponibile un ricorso alla Corte dei conti per danno erariale procurato dai magnifici 19. No, sul piano formale non si può. Ma il pollice verso morale e politico è un atto sacrosanto.
Abbiamo parlato di golpe di referendum. Ribadiamo rafforzando questa definizione davanti al risultato annunciato, scontato, sicuro. Lo sapevano e dicevano tutti, ce l'ha anche scritto in anticipo più d'uno del comitato promotore. Formalmente legittimo, sostanzialmente un abuso. Che indigna ancor più davanti alle facce di bronzo che si levano orgogliose a dire di aver vinto perché il 9 per cento dei votanti (contro il 6) ha condiviso la loro linea. Sentire Paolo Maninchedda vantarsi di aver ottenuto il consenso di 150 mila sardi (contro quasi un milione e 300 mila che l'hanno ignorato) è dura da digerire. Perché, superiore ai dettagli, tralascia di dire a che prezzo ha imposto questo sondaggio assolutamente inutile, trascura di citare che è stato pagato dalla comunità con una barca di milioni.
Ma - ha sottolineato - i voti espressi segnalano l'esistenza di un blocco di voti (tutti suoi, per lui e i compari?) di cui bisognerà tener conto in vista delle elezioni. Eccolo il machiavello, ecco svelato involontariamente l'arcano. Il referendum a spese nostre serviva per poter poi rivendicare - abusivamente - una fantasmatica forza elettorale: ma Giorgio Oppi, uno che di queste cose se ne intende, ben più credibile di Maninchedda, ha indicato di propria appartenenza, in gran parte. Ma il Che del Marghine ha avuto a Macomer, dov'è nato e dov'è stato eletto nel 2004 nelle liste di Soru, neanche duemila dei voti espressi, con un'astensione dell'80 per cento degli elettori. Dove spera di andare?
Lo scandalo è che anche tutto il Polo, senza distinzioni, si dichiara vincitore di una disfatta bruciante sua e dei proponenti. Dopo aver fatto una campagna martellante e allarmistica, sono riusciti a spostare in loro favore il nove per cento dei voti espressi, tre punti in più di quelli contrari. Una barzelletta che purtroppo fa piangere. Trasformare una Waterloo in trionfo è il massimo dell'impudenza: sono al dessert, ben oltre la frutta. Quando poi Piergiorgio Massidda, coordinatore di Forza Italia, intima a Soru assieme ai suoi e a quelli di An di fare un passo indietro e non azzardarsi a promulgare la legge, siamo al delirio. Soprattutto perché «chi vota ha sempre ragione e chi si astiene sempre torto»: dunque contano solo i no espressi.
Ma va'. E da che pulpito! I forzisti hanno fatto campagna assieme al Sua Eminenza cardinal Ruini per disertare le urne nel referendum sulla procreazione assistita. In precedenza, Berlusconi a momenti stramazzava dalla inaspettata, clamorosa soddisfazione in diretta-tv quando, a sorpresa, si scoprì che per un soffio era mancato il quorum (49,9 per cento) sulla consultazione Segni-Fini per abrogare dalla legge elettorale il 25 per cento di proporzionale. E ora Massidda squalifica e scomunica gli astensionisti sardi in un referendum che Forza Italia non ha chiesto né firmato ma su cui si è avventata come un avvoltoio - rimettendoci artigli e penne - nella speranza di dare la spallata a Soru. Non c'è davvero limite al peggio.
Tra l'altro, mentre Renato Soru - che ha stravinto grazie alla dabbenaggine congiunta dei promotori e della destra caudataria - non parla: non esulta né esalta la rotta degli avversari. E il cardinal-Cabras emette una bolla burocratica e cerchiobottista per dire che non si può non valutare l'astensione ma anche guardare ai profili giuridici: fa il pesce in barile come alla vigilia. Sa che il referendum è una sconfitta anche per lui e i nomenklati del Pd, speranzosi che almeno la destra riuscisse a dare una botta al governatore. Una nuova performance strappata con le tenaglie, dichiarazione diffusa in serata: meglio non affrettarsi, lasciar raffreddare le reazioni. Infatti è calorosa quanto un pesce surgelato.
Mentre continua l'obbiettiva campagna di informazione di Videolina. Nei tg di ieri, la notizia sul referendum è finita al quarto posto, preceduta dalla marcia degli agricoltori (contro Soru, benché dovrebbe essere contro le precedenti Giunte) e fatti vari di cronaca nera. Nei giorni precedenti, tre-quattro servizi di apertura, quasi tutti o in gran parte pro-no, censurando le ragioni opposte. Come previsto, grande risalto alla vittoria dei no e dichiarazioni trionfanti dei referendari e della destra. Domenica notte avevamo scritto e previsto (tagliando poi per non infierire) che l'imparziale emittente avrebbe così descritto lo scenario. Ha vinto il no, l'85 per cento dei sardi è contro la Statutaria e contro Soru: infatti non ha votato per approvare la legge. Un taglio improvvido: è andata esattamente così.
Ci aspettiamo oggi un coerente, sintonico commento sull'ammiraglia di Sergio Zuncheddu: L'Unione Sarda non vorrà sottrarsi al dovere di svelare il vero significato del voto, dopo l'exploit domenicale del direttore. Bisogna riparlare delle cose serie e importanti. Ma come si fa, con tanti commedianti, mistificatori e saltimbanchi che infestano la politica e l'informazione?
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