sabato 13 ottobre 2007
di Elvira Corona
«… un concorde impegno nella promozione del fondamentale valore della pace, basata sulla verità, l'amore, la giustizia e la libertà, in vista di un'umanità riconciliata e solidale». Parole di Papa Benedetto XVI, non all'ultima marcia della pace Perugia-Assisi, e neppure all'udienza del mercoledì: sono parte dell'augurio inviato per l'apertura del corso internazionale di formazione per cappellani militari cattolici, inaugurato ieri Roma. Tema del corso: “Dignità umana e diritto umanitario: il ruolo delle religioni”.
«L'iniziativa - spiega un comunicato del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace - è organizzato in attuazione di due impegni assunti dalla Santa Sede con il Comitato internazionale della Croce rossa: curare la formazione dei cappellani militari cattolici al diritto umanitario e promuovere iniziative di carattere interreligioso per la difesa della dignità umana in caso di conflitto armato e per il rispetto del diritto umanitario».
Ma con i bollettini di morte e di guerra che si sentono tutti i giorni nei telegiornali, c'è davvero bisogno di avere i sacerdoti embedded? Come sottolinea don Fabio Corazzina di Pax Christi, da oltre dieci anni impegnata per la smilitarizzazione dei cappellani, «non c'è il rischio che anche il Vangelo venga arruolato come si è detto per i giornalisti? Arruolato per vedere e giustificare la storia dalla parte dei forti, non delle vittime, soprattutto civili. Arruolato per giustificare e benedire violenza e morte. Guardando all'Iraq o all'Afghanistan, come è possibile coniugare ancora umanitario e militare?».
Secondo il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i Vescovi, da cui dipendono gli Ordinariati militari nel mondo, «la Chiesa, portatrice di valori umani, morali e spirituali - senza dei quali è impossibile edificare una degna e vera società di uomini, che sia una famiglia di famiglie - deve essere in prima linea nel sostenere una retta applicazione del diritto umanitario, in ogni circostanza».
Frasi che suonano pesanti, anche per la scelta delle parole: la prima linea del cardinale può essere facilmente assimilata alla prima linea nei combattimenti di guerra. Dichiarazioni che contraddicono e tradiscono molti fedeli che credono che la guerra non sia competenza della Chiesa, se non nei limiti di sconfessarla, proibirla, vietarla, come diceva monsignor Romero poco prima di morire, «Soldati, vi prego, vi supplico, vi scongiuro, vi ordino, non uccidete più…».
Un tema - quello dei sacerdoti con le stellette - che suscita molte divisioni. Da una parte la chiesa formale, quella istituzionale, le gerarchie appunto, che difende l'operato dei cappellani militari, e che li vuole inseriti nelle gerarchie militari. Dall'altra le chiese di base, militanti, quelle vicine alla gente che vuole la pace e coerentemente con questa volontà chiedono che i cappellani militari si limitino ad essere cappellani tra i militari non cappellani militari. Cappellani liberi da mimetiche e stellette, da stipendi e privilegi, a servizio di un Dio che difende sempre la vita, e non di un potere, sia pure legittimo, che può dare anche la morte.
Ma la Chiesa - quella dei lussuosi palazzi vaticani - difende anche attraverso i suoi giornali l'attuale configurazione dei cappellani militari. «I cappellani militari devono continuare ad entrare nelle caserme e ad accompagnare le truppe nelle missioni di pace con le stellette appuntate sulla talare, da soldati quindi, e non da semplici sacerdoti». È la posizione del quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, in un editoriale di qualche mese fa di Marco Tarquinio in risposta ad un recente disegno di legge presentato dal senatore dei Verdi Gianpaolo Silvestri, che propone non l'abolizione dei cappellani militari ma la loro smilitarizzazione. Cioè di farli uscire dalla struttura gerarchica delle forze armate: i cappellani infatti assumono i gradi di ufficiale, l'ordinario militare è generale di corpo d'armata.
Per l'editorialista dell'Avvenire «vi è la necessità che il cappellano sia incardinato nella struttura e nella gerarchia militare. Chi conosce almeno un po' il mondo militare e le sue regole - scrive ancora Tarquinio - sa che per risultare efficaci al suo interno bisogna esserci. E, da anni e anni, i cappellani militari vivono con efficacia la loro missione pastorale e umana tra i soldati - dimostrando, con Sant'Agostino, che l'autorità e il grado coincidono con impegnativi doveri di servizio - proprio perché non sono e non appaiono come un corpo estraneo».
Ma bisogna ricordare un particolare: il fatto di essere all'interno del sistema gerarchico militare a tutti gli effetti - avere quindi un “grado” - oltre ad «impegnativi doveri di servizio», consente ai cappellani di percepire uno lauto stipendio mensile da ufficiali delle forze armate - stipendio che nel 2005 (ultimo dato disponibile) è costato allo Stato italiano 10 milioni e 817mila euro per 190 cappellani in servizio - e, una volta raggiunta l'età, anche di godere di una ricca pensione che, per gli ordinari in congedo, è una pensione da generale. In una finanziaria che sembra la copertina di Linus, che tutti cercano di tirare dal loro lato, la commissione difesa al Senato ha votato contro, perché lamenta troppo esigui i fondi stanziati.
Secondo don Corazzina, «la pazzia della guerra si maschera di umanitario, di libertà, di democrazia, di cooperazione e continua a calpestare troppe donne, uomini, vecchi e bambini, popoli e regioni». Le parole del Papa e di alcuni cardinali rischiano se non altro di confondere: si condanna la guerra ma si benedicono i cappellani militari e li si istruisce sul diritto umanitario? Forse la Chiesa potrebbe proporre dei corsi di educazione alla pace, dedicati a tutti.
Nell'anno del 40º anniversario della morte di don Milani, bisogna ricordarlo anche come l'autore della “Lettera ai cappellani militari”, perché il suo ricordo non sia solo un rito di sterile riabilitazione celebrativa.
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