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venerdì 12 ottobre 2007

Il popolo tedesco contro i sardi
feriti nell´onore? Solo quattro
giudici razzisti, rappresentano
la loro inciviltà, non la Germania

di Giorgio Melis

Per favore, non esageriamo. Non è la grande Germania contro il popolo sardo ferito nell´onore. La responsabilità è solo del tribunale di provincia di una cittadina di ventimilaottocento abitanti della Bassa Sassonia. Dove due magistrati (uno addirittura barone) e due giudici popolari hanno emesso una sentenza aberrante e demenziale: frutto di micidiale sottocultura e ignoranza, con flagranza di miserabile razzismo e ottuso maschilismo in una miscela delirante.

Quattro persone, non il popolo tedesco. Perciò, per favore, sdegniamoci come è sacrosanto e doveroso. Ma senza scadere in sciovinismi e generalizzazioni grottesche. Se imputassimo ai tedeschi, alla loro giustizia in generale, la colpa del verdetto di quattro personaggi da brivido, cadremmo per reazione nella loro stessa miseria morale. Hanno ascritto all´etnia sarda e alla sua cultura verso le donne la responsabilità razziale - mentre è ovviamente solo penale e individuale - di un bruto, autore di un reato odioso e sadico: nato casualmente a Cagliari come avrebbe potuto essere polacco o africano, asiatico o americano, oppure tedesco.

Possiamo omologarci ai questi grotteschi giudici, scaricando sui tedeschi la pulsione ignobile di quattro oscuri figuri? Non solo non si può. Soprattutto non si deve, in questo tempo di vecchi e nuovi razzismi, di insofferenza per i diversi, di intolleranza e brutalità verso “l´altro da sé”: anche tra automobilisti sulle strade nevrotizzanti, nei condomini, negli stadi e fra quartieri e città. Oltretutto, sarebbe terribilmente controproducente per l´immagine autentica della Sardegna: in passato e a lungo sfregiata nel mondo da squalificanti sequestri feroci e ad alto voltaggio emotivo. Assurdo esagerare ed esasperare una vicenda limitata se non del tutto isolata.

Si dice nei giornali che una smentita è una notizia data due volte. Dare troppa importanza alla vicenda, coinvolgendo un´altra etnia, significherebbe amplificarla a dismisura e nel tempo. Rilanciare con proteste oltremisura un´idea offensiva di Sardegna, ma che tra giornali e tv rimarrebbe impressa tra lettori e telespettatori distratti. O attratti solo da titolo a effetto. Da parole brutali che possono fissarsi nell´immaginario collettivo solo perché troppo ripetute anche solo per censurarle. La teoria ben nota ai pubblicitari dell´immagine persistente, specie se negativa.

La sobrietà essenziale e tacitiana di Renato Soru («nel mondo ci sono gli imbecilli, ovunque») ha ridotto il commento a parole all´inizio apparse quasi insoddisfacenti: a mente fredda, bastano e avanzano. Se il sadico stupratore sardo può essere assimilato a qualunque omologo di ogni nazionalità, il fatto che la sentenza sia stata pronunciata in Germania fa scattare inevitabilmente - ma sbagliando - il riflesso di paura e l´accostamento al razzismo criminale e sterminatore del nazismo. Non si sfugge a certe reazione di pelle e di pancia. Ma bisogna cauterizzarle col ragionamento e la freddezza dell´analisi.

La Germania ha una grandissima civiltà giuridica, che il flagello della svastica aveva sprofondato nell´abisso. Ma sono passati 62 anni dalla morte di Hitler e il popolo tedesco è quello che ha saputo più di ogni altro in Europa regolare i conti con i dèmoni del passato. Col pacifismo a oltranza contro il vecchio militarismo. L´europeismo contrapposto al divorante nazionalismo. Con l´integrazione avanzata di milioni di turchi, italiani e asiatici, ha travolto le pulsioni xenofobe della sua storia recente. Si è data una legislazione severissima contro ogni manifestazione di razzismo e intolleranza, senza indulgenze e ottenendo il rispetto - il perdono non ci sarà mai - degli ebrei: perfino riedificando a Berlino la grande sinagoga distrutta dai nazisti e inaugurata poche settimane fa.

Razzismo strisciante se ne trova ancora e tanto, con periodici rigurgiti repressi a fatica. Dopo i 22 anni hitleriani e, per la Germania orientale, 45 anni di nazi-comunismo dietro il Muro di Berlino, è impensabile che le uova del serpente non abbiano generato altri rettili. Ma ce n´è tanto in tutto il mondo: in Europa e in Italia, negli Usa non solo contro i neri, ora nel mondo islamico nelle forme di un anti-occidentalismo sanguinoso.

Non era forse il caso di spendere tante motivazioni per un episodio esecrabile: ma è bene fare sempre i conti con ogni rigurgito di qualsiasi segno e da qualunque parte provenga: anche la nostra, per reazione. Questi quattro giudici che hanno usato la sardità come attenuante genetica e culturale per uno sconto di pena a un brutale delinquente sono indegni della toga che indossano: soprattutto per la loro miseria culturale. Non bisogna neanche soffermarsi a spiegare che la Sardegna - con tutte le sue piaghe, a cominciare dalla violenza come sola igiene del mondo interno - ha una civiltà che specie verso le donne ha più che rispetto. Anche non poca sudditanza sociale per un matriarcato inevitabile nella società pastorale di un tempo: con le transumanze che le costringevano a signoreggiare sulla famiglia nell´assenza per mesi dell´uomo e le mantengono in una soggettività raccontata ed esaltata da scrittori e scrittrici, da Grazia Deledda a Maria Giacobbe.

La verità è che nella sentenza, oltre i tratti razzisti, ci sono altre attenuanti allo stupratore sardo di ben altra natura e gravità, frutto di una mentalità ben nota e diffusa in Italia come nella Germania profonda, negli Stati Uniti e in molte altre parti d´Europa. Al violentatore i quattro magnanimi giudici razzisti hanno riconosciuto le attenuanti per aver agito non nel pieno controllo di sé, nel disagio di vivere lontano dalla sua famiglia e dal suo ambiente, dalla sua “sensibilità” alla reclusione e soprattutto “dall´esagerato pensiero della gelosia”. Combinate con l´esimente della sardità come tara genetica e culturale. Se quest´ultima ci fa schiumare come sardi, le precedenti scusanti della sentenza ci devono far indignare come persone perché massacrano il senso profondo della giustizia, universale.

Non ha controllo pieno un figuro che sevizia e fa seviziare l´ex fidanzata, la tiene segregata una settimana, la tortura, l´umilia sadicamente con atti osceni e la fotografa quando l´ha ridotta a una maschera di sangue e altro? Una settimana, non sette ore. Occorre tener conto dell´esagerata gelosia, dicono i giudici tedeschi. Quante volte, per decenni e ancora, abbiamo udito queste motivazioni nei processi per stupro, nei cosiddetti delitti d´onore, nell´umiliazione delle donne cui hanno partecipato tanti giudici e tantissimi avvocati, nel nostro Sud, in mezza Italia? Questi giudici sassoni sono un poco ital-meridionali, parlano come parlavano e ancora tanti declinano il maschilismo brutale, il suo disprezzo per la donna-oggetto e madonna o puttana. Questa indistinta barbarie giuridica e culturale non è meno grave del misero oltraggio razziale ai sardi. Non possiamo sentircene colpiti da persone che così ragionando e giudicando a tutto campo offendono solo la giustizia, la cultura e la civiltà del loro popolo.

E infine, giusto per fare i conti preventivamente con reazioni scioviniste, va sottolineato un punto. I tedeschi hanno sempre amato la Sardegna, terra fascinosa per il suo esotismo e non solo per sole e mare. Anche per la sua cultura, se Max Leopold Wagner resta dopo molti decenni il più grande studioso della lingua (non dialetto) sarda. E c´è stato sempre un buon rapporto con i sardi in carne e ossa, non solo per l´ambiente e il turismo. Durante la seconda guerra mondiale, le truppe dislocate in Sardegna ebbero un eccellente rapporto con i sardi, non solo perché ancora alleati. Se ne andarono in Corsica nel 1943 senza fare e ricevere colpi. L´unico fu sferrato dai fascistissimi paracadutisti della “Nembo”, che uccisero a Macomer il loro comandante - il figlio del generale Bechi, autore di Caccia grossa - perché voleva impedire loro di seguire i tedeschi.

Nel dopoguerra, la base di Decimo - purtroppo con troppi morti falciati da auto di militari ubriachi - è stato il centro di maggior diffusione dell´immagine della Sardegna. La peggior punizione per piloti e soldati era il trasferimento, l´addio alla Sardegna, dove moltissimi si sono sposati e sono rimasti. Da ultimo, la Sardegna è ridiventata una delle mete preferite dei turisti tedeschi, con un legame che si è radicato nel profondo. Grazie anche all´emigrazione di decine di migliaia di sardi in Germania. Con approcci duri, anche spietati ma anche tantissima feconda integrazione, crescita economica e sociale di molti partiti solo con la valigia di cartone.

È una realtà in entrata e in uscita ben nota per chi ha guadato i tanti rivoli della nostra emigrazione, visitato i circoli dei sardi fra i più vitali, la nostra ristorazione diffusa da Berlino a Monaco, con una marea di matrimoni misti. Una realtà complessa, con punti critici ma anche tante situazioni positive che ci legano alla Germania più di quanto si sappia. Come testimonia Helmar Schenk, grande ambientalista che da 43 anni esplora ogni angolo e ogni fauna sarda da studioso militante. Per favore, non esageriamo le parole di quattro figuranti, afflitti da crassa ignoranza, razzismo e maschilismo deteriore. Siamo certi che in qualche modo le autorità tedesche sapranno scusarsi, non potendo tuttavia rispondere di un tribunale provinciale e un poco incivile. Non ci sentiamo feriti da imbarazzanti «imbecilli che nel mondo sono ovunque».


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