mercoledì 26 settembre 2007
di Anna Oppo
In molti avevamo detto che la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita fosse il prodotto di un'ideologia di parte, reazionaria nel suo impianto fatto di impedimenti, prescrizioni e obblighi, del tutto indifferente alla concretezza della vita della gente, ai suoi dilemmi e sofferenze. E in molti ci eravamo scandalizzati, al tempo del referendum sulla legge, per il richiamo alla “libertà di coscienza” nell'espressione del voto da parte di coloro che sostenevano una legge che non concede alcuna libertà di coscienza ad una minoranza di cittadini in difficoltà, su decisioni per essi vitali.
Proprio al tempo del referendum avevo scritto che la legge era, tra le altre cose, una legge senza misericordia, poiché impedire la diagnosi dell'embrione prima dell'impianto alle coppie che rischiano di trasmettere ai figli gravi malattie genetiche significava costringerle a rinunciare ad avere un figlio, a ricorrere all'aborto o ad avere un figlio malato (o a recarsi all'estero, come la signora di Cagliari). Problema molto sentito in Sardegna, come si sa. E non è proprio un caso che sia stato un tribunale di Cagliari a consentire il controllo sulla salute dell'embrione prima di procedere al suo impianto nell'utero della madre.
È una decisione che, da un punto di vista giuridico, sembra nascere da alcune ambiguità della legge ma che, da un punto di vita non giuridico, riapre la discussione su alcune prescrizioni e proibizioni che appaiono, per dirla in modo leggero, un po' surreali. Come l'obbligo di fecondare in provetta non più di tre ovociti e di impiantarli tutti perché la legge vieta il congelamento di embrioni. Prescrizione che nella pratica conduce a risultati paradossali, poiché in alcuni casi tre embrioni sono troppi - aumento delle gravidanze multiple, con frequenti perdite di più di un feto - mentre in altri - in donne con minori potenzialità riproduttive - sono troppo pochi.
Ad ogni buon conto, anche in questo caso, alle donne che non vogliono affrontare difficili e problematiche gravidanze trigemine si offre oggi la possibilità di diffidare legalmente i medici dall'impiantare tre embrioni. Fatta la legge, trovato l'inganno, si dirà. Non è così semplice. Più corretto dire che quando una legge pasticcia fra principi etici univocamente intesi, e ignora la capacità di decidere dei singoli, il diritto alla salute delle donne, il desiderio di genitorialità, per non parlare di una immagine “diabolica” della scienza e della medicina, la tentazione di aggirare la legge è pressoché inevitabile.
La decisione dei giudici di Cagliari ha suscitato, come era facile prevedere, la reazione durissima dei vescovi italiani e di tutto il fronte confessionale che ha voluto questa legge. Oggi costoro invocano il rispetto letterale della legge; ieri proclamavano la sacralità dell'embrione a prescindere da tutto, soprattutto a prescindere dalla volontà delle donne che però, per il momento, continuano a costruire un bambino da un embrione, con tutte le loro risorse fisiche e psichiche, in un percorso segnato da un'ineliminabile solitudine. E che sulle questioni della riproduzione della specie umana avrebbero forse qualcosa da dire.
Il problema, ieri come oggi, è che il Papa, i vescovi e i loro alleati si considerano gli unici portatori di “eticità”, almeno in Italia, volutamente ignorando che può esistere ed esiste un'altra etica, riconducibile alla lunghissima e travagliata storia della conquista delle libertà individuali nel mondo occidentale, che non è sempre uguale a se stessa ma viene rielaborata e ripensata in base a nuove emergenze ed esigenze, con un unico filo rosso, la valorizzazione e l'estensione della capacità di autodeterminazione delle persone, anche se solo di sesso femminile.
La dialettica fra esigenze individuali e regolazione collettiva non finirà mai ma, almeno nel nostro mondo, quel che progressivamente è diventato “sacro”, per la maggioranza dei cittadini, è la sfera di libertà degli individui. E le leggi di questo dovrebbero tener conto.
Oggi i dilemmi etici vanno moltiplicandosi nel mondo globale e ben vengano le discussioni sull'etica. Vere discussioni, tuttavia, non proclami unilaterali. Sarebbe bene discutere, che so, della liceità di estendere le culture di mais per produrre benzina per i ricchi invece che cibo per i poveri. Ma discutere dopo aver studiato e pensato, evitando di parlare per slogan e triti luoghi comuni, come hanno fatto, ad esempio, molti dei parlamentari che hanno approvato la legge 40. Risentire quel dibattito mette ancora i brividi.
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