venerdì 21 settembre 2007
di Nanni Spissu
Oggi è la giornata per la pace. La vuole l'Onu, che invita a sospendere l'uso delle armi per un giorno.
Certo ogni segnale in quella direzione è una manna. Ma non verrei che ci trovassimo a dire a chi ha fame che gli possiamo, simbolicamente, assicurare una giornata di cibo, o magari a chi è malato, un giorno di salute, tanto per far capire e apprezzare la differenza.
È così, infatti, che l'Onu nel lanciare segnali sempre meno convinti verso la pace, reale, concreta, inventa simboli per non disturbare troppo il manovratore statunitense.
Intanto i venti di guerra soffiano sempre più forti e mentre Bush organizza il rientrino iracheno, prepara con solerzia, per non sprecare il suo ultimo stralcio di presidenza, la guerra contro l'Iran. Che piace, pare, anche alla Francia. E che sarebbe una cosa ancora più complicata e tremenda dello stesso Irak.
Intanto Putin chiede la fissazione di una data definitiva per il ritiro dall'Irak, mentre manda in giro i suo aerei carichi di morte, per arrivare primo, quando, non si sa mai.
Nostalgia di guerra, fredda e calda.
Intanto le guerre locali, dei poveri disgraziati indegni di attenzione e di pietà, continuano, per conto terzi, alimentate da neo e vecchio colonialismo e da piccoli ras regionali, in busta paga di quello e questo, tra i potenti. O piccole rivoluzioni di popoli giù giù nella scala del benessere, spinti dalla disperazione e mossi da vecchi slogan tristemente vani.
La nostra generazione può dare conto della guerra.
Sente come tragicamente incombente il rombo degli stormi inglesi, portatori non sani della nostra libertà, durante quella seconda grande guerra, che se ci ha risparmiati nella vita, ha violato per sempre il nostro diritto alla pace.
Non c'è remissione dopo una guerra, non c'è più la pace, che è tolta per sempre. Ci sono piccole paci, che sentiamo precarie e provvisorie, perché il frastuono di quelle bombe, se pur salvifiche e liberatrici, sembra dettare sempre la scansione delle nostre ansie e delle nostre paure.
Perché noi sappiamo.
Sappiamo la fame, sappiamo lo sradicamento dai luoghi e dalle conoscenze, dagli affetti, per primi.
Sappiamo che quelle ingenue difese che le nostre madri avevano attrezzato contro le bombe, i rosari, scendere a piano terra, i rifugi quando c'erano, funzionavano per una tragica sfida con la fortuna, che si sa, chi la vince e chi la perde.
Ma la sfida non poteva essere mai vinta sul fronte della dignità perduta, della miseria materiale e morale, della impossibilità di capire perché, perché la follia, perché il rigetto della ragione come regolatore del nostro vivere, uomini e cittadini, perché il disprezzo e la violenza: disprezzo dell'altrui diritto e violenza autocompiaciuta verso chi non poteva difendere più sé stesso e i suoi diritti.
Tutti piccoli atomi travolti dalla furia avida e prepotente dei forti.
Lo schema incombe anche oggi, in una sua sorta di imperturbabilità astratta e metastorica, dettata da un tempo dalla tempra strutturalista, che gioca per riprodurre all'infinito schemi collaudati e ne cambia solo l'addobbo, e la sua fatica è solo quella di inventarsi nuove facce e nuovi nomi per un canovaccio immutabile.
Ma la pace non può essere solo assenza formale di una guerra, quando eserciti e tecnologie si contrappongono rispettando persino certe regole, come per una sorta di gentlemen's agreement della morte. Come in macabri minuetti settecenteschi, danzati da cadaveri viventi.
La guerra non si “dichiara”, si fa.
L'Italia ha vissuto anni di pace, dopo il 1945: la pace era conquista, desiderio, slogan, le colombe picassiane volavano basse sulla nostra testa, anche se, raccontava uno slogan elettorale del partito democristano, quella colomba «quando appare sulla terra porta jella, porta guerra».
In effetti oggi possiamo sorridere, ma dobbiamo anche riconoscere che c'era del vero dietro quella frase. C'era che, dietro la cortina di ferro, la pace era gridata, sbandierata, acclamata e reclamata, mentre Stalin purgava il suo popolo nelle lande gelide e mortifere della Siberia.
Ma questa Italia pacifica e pacificata è stata quella di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, del treno Italicus, di tutte le stragi volute e organizzate dai fascismi mai rassegnati, da complicità internazionali sussurrate e mai smentite, né confermate, da complicità golpiste di chi aveva giurato fedeltà allo Stato democratico.
E poi le Brigate Rosse e, con Moro, le tante altre morti inutili, perché volute dal non senso e dalla paranoia, e anche qui mai capite del tutto, nonostante processi, confessioni e dissociazioni.
O l'attentato a Papa Wojtila, dovuto chissà a quale disegno inutile, sprecone, di chi non poteva accettare l'idea di una Polonia che riconquistava il suo diritto di nazione libera e autonoma, povera patria fragile, terra di conquista di ogni genere di oppressori.
O ancora il G8 di Genova, anno 2001, dove il dissenso per l'allestimento di una ribalta infiocchettata ai potenti del tempo, con qualche accolito benignamente ammesso al desco, si trasforma in tre giorni di guerra urbana per uno Stato che non sa (o non vuole?) interpretare il suo ruolo di garante dell'ordine pubblico e sceglie di essere uno dei contendenti di quella guerra, al pari di provocatori prezzolati, fascisti, o nostalgici della mitologia di una sinistra rivoluzionaria.
Allora la pace è una cosa complicata, ma è anche cosa molto semplice, forse, o forse lontana, sogno e utopia, che ha una forza morale intensa e fascinosa, per saper spingere tanti a cercarla, sognarla, volerla. È vietato irridere chi sogna la pace, nella sua assolutezza inarrivabile, nella sua fragilità di sogno di breve durata.
Non si può, senza rinunciare anche a sperarla, quella pace, non offrirla alle generazioni che non l'hanno conosciuta. Offrirla nella grandezza di un disegno che restituisce senso a qualunque tempo, altrimenti vissuto nella miseria arida dell'assenza di speranza.
Abbiamo seguito Wojtila nel suo grido disperato contro la guerra in Irak, abbiamo amato la non violenza di Gandhi, abbiamo seguito le orme del fraticello di Assisi che i suoi confratelli di oggi onorano nel segno della pace.
Abbiamo inutilmente appeso ai nostri balconi il drappo iridato e festoso come simbolo di fine di ogni conflitto.
Se rinunciamo a guardare lontano, se non sappiamo più volare alto, perché trascinati a suolo dal peso della nostra meschinità, ci attendono tempi pessimi.
E pace è compagna della solidarietà, e amica della giustizia, è piattaforma per una società ordinata e positiva.
E pace può guidare anche ciò che anima le tensioni ideali e politiche, perché può esistere anche l'ossimoro e il paradosso di uno scontro pacificato tra partiti e uomini della politica e delle istituzioni, perché ciò non toglie, anzi, offre dignità e anche concretezza al confronto.
Questi sono i segnali, che percepiamo in un tortuoso avvitamento intorno ai nostri egoismi. Segni di buon utilizzo della ragione se ne vedono pochi e se l'Onu ci chiama a raccolta a parlare di pace, facciamolo, fermiamoci un attimo, mettiamo in moto la nostra capacità di ragionare e raccontiamoci questo desiderio che tanti non abbiamo deposto.
Anche se per tantissimi, oggi, il traguardo è violenza e sopraffazione.
© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari