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giovedì 20 settembre 2007

Plutarco, puzza di stoppino e referendum
Cittadini espropriati dagli onorevoli:
legittimo, ma ci spieghino cosa accadrà dopo

di Nanni Spissu

Nel bailamme di questa politica sarda, il tourbillon della caccia al voto investe prima gli elettori di un partito che nasce e che ha voluto la competizione come strumento per la scelta dei suoi dirigenti, e poi tutti i sardi chiamati a un referendum nato per gemmazione da una parte del Consiglio regionale, e che ha per oggetto la legge statutaria. Nessuna novità, e delle cose in questione si discute anche su l'AltraVoce, civilmente, e le posizioni si manifestano e si contrappongono.

Si gioca di fioretto anche tra giuristi, perché un elegante intreccio di dottrina giuridica e scelta di posizione politica, determina un brillante e autorevolissimo dibattito. I giuristi, è ovvio, si cimentano sul referendum, che riguarda questioni vitali per il futuro assetto delle nostre istituzioni regionali. Su Pd essi parlano, ma per scelta di campo squisitamente politica. Diceva Plutarco: «Questi ragionamenti puzzano di stoppini». E qui capisce solo chi conosce la lampade a olio. Ma, a prescindere dagli stoppini, forse Plutarco ci aiuta a dire che c'è sempre nel parlare, nel ragionare appunto, quel qual cosa che non si dice, ma è lì, a guidare le idee.

Ai giuristi si potrebbe dire «aliquam reperitis rimam», trovate qualche fessura ( rara accezione del termine latino rima). Citando, in questo caso, Plauto, che mi pare ci aiuti a dire che occorre essere abili a cercare passaggi stretti ma utili per risolvere una questione. Ma quando tutti gli attori sono bravi in questa arte fine e ammirevole, cosa faccio io, che non ho nessuno strumento adeguato, intendo scientifico e non politico, a decidere dove stare.

Probabilmente sceglierò politicamente, secondo una ragione politica, che mi guiderà, surrogando la ragione giuridica che non mi appartiene, purtroppo, e me ne dispiace. E mi pare che - in maniera assolutamente sacrosanta, per carità - anche gli insigni amici giuristi non perdano, nel ragionamento, il loro orizzonte politico. E meno male. Ma anche io voglio andare al referendum e capire cosa sortirà il mio comportamento di elettore quando sceglierò tra i tre possibili: approvare, rigettare, astenermi.

E anche capire se, negli incroci tra quei tre possibili esiti della mia decisione, anche dire si o no può essere fatica sprecata se non si raggiunge un determinato numero di votanti. Perché da quel numero in giù - ecco l'oggetto del contendere - non si sa cosa succederà (promulgazione si/no) e tutto infine sarà deciso non da noi, ma dalla Corte Costituzionale.

Allora che cosa non mi funziona di questa macchina referendaria che si è messa in moto in modo così ineccepibile, sul piano giuridico, ma così fragile sul piano della spinta iniziale? Sono con Giorgio Melis quando si chiede perchè questa volta la scelta referendaria non venga da noi cittadini, che in una logica democratica si attivano per rigettare una decisione di un organo legislativo. O per confermarla.

È stato detto e scritto, anche qui da noi, che ormai quello che conta è il risultato, e che oggi siamo sulla buona strada, comunque ci siamo arrivati, per cercare di fermare una brutta e pericolosa legge. Io questo lo capisco, eccome. Quando questa chiamata mi viene da chi non ha affatto contribuito alla nascita di quella legge, mi inchino e mi interrogo su quale sarà la mia scelta.

Ma poiché questa chiamata alle armi mi viene da chi ha approvato quella legge o da chi si è astenuto in qualche modo sostenendone il cammino, allora devo pormi alcune domande. Sul piano formale, nessuna questione. Hanno esercitato una loro prerogativa. Ma se scendiamo terra terra, a un piano più da uomo di strada, allora le domande fioccano.

E la prima domanda è: perché hanno votato si e il giorno dopo hanno detto no, a cosa fatte?

Domanda seria, perché mette in gioco una cosa piccola piccola: la capacità autonoma dell'assemblea legislativa regionale di pervenire a decisioni lineari, limpide nel loro percorso e nella valutazione della qualità delle decisioni assunte. E libere. Un pensiero birichino e selvaggio aleggia, nemmeno tanto nascosto. O passava la legge o il Consiglio sarebbe saltato per volontà del presidente della Regione. Questo mentre venivano sanciti i suoi poteri e tante altre cose. Ma ho miei dubbi su questa cosa.

Ho una mia idea stupida e ingenua della funzione consiliare e credo che, davanti a decisioni così importanti e così decisive per il nostro futuro - non lo dico io - il Consiglio debba diventare un campo di battaglia e le sue prerogative debbano essere onorate nella pienezza della loro dignità e potenzialità, qualunque possa essere il costo personale da ciò conseguente. Il no è lo strumento principe della democrazia, ben più del si. E la sede principe per pronunciarlo è per un consigliere regionale, appunto, il Consiglio.

Questo elemento francamente rende amaro il piacere del referendum, quello di dire col voto sì o no, godendosi un diritto che è del cittadino organizzato in popolo, che può, all'interno dei meccanismi e dei casi previsti dalla legge, censurare o condividere le scelte dei propri rappresentanti.

Ma qui lo schema è saltato, se il referendum è, come mi appare, sinceramente, uno strumento tipico del popolo autorganizzatosi in elettorato su un quesito specifico, o per decidere se una legge possa proseguire e concludere il suo cammino, decadendo o restando in vita, allora mi sento defraudato, anche se so, e ripeto che so, che la richiesta del referendum da parte dei consiglieri è un atto loro consentito dalla legge e dalle loro prerogative.

Ma mi appare un atto illogico, perché testimonia una riserva mentale nel momento del manifestarsi in Consiglio della volontà riguardo a un determinata legge. Approvazione con riserva, come quelli ammessi con riserva alle procedure concorsuali, salvo verifica. Ma il voto con riserva di una legge è una stranezza, e non mi pare un istituto previsto dalle leggi fondamentali della Regione e dai regolamenti consiliari.

Ma quel voto, si sussurra nei corridoi o negli angiporti della politica, o si dava o tutti a casa. Per volontà del presidente. Ripeto, dubito assai dell'interesse di chiunque a una chiusura traumatica della legislatura per consegnare la Regione a chissà chi. Ora, in certe situazioni i fantasmi possono anche fare comodo e si possono anche costruire o si può, almeno, concorrere a costruirli. Per poi demolirli. Ma questo è uno spreco di energie per una democrazia, che non costruisce o demolisce fantasmi, ma attua programmi e progetti, nell'equilibrio e nei bilanciamenti degli organi chiamati dal popolo a quel compito.

Ora proprio nel determinare i nuovi equilibri e bilanciamenti quel Consiglio ha fallito, se un congruo numero di suoi componenti chiede l'annullamento di un proprio atto deliberativo.

Io andrò a votare, perché non ho mai mancato nella mia vita un appuntamento al voto. E penso che si debba scegliere dove stare, rifiutando l'ignavia dell'astensione. Ma spero che intanto i miei amici riescano a farmi capire cosa succederà dopo.

Intanto non parlo più, perché nihil est dictu facilius: nulla è più facile di parlare (Terenzio). E perché vasa inania multum strepunt, i vasi vuoti fanno un gran rumore (proverbio medioevale). E non mi va di assomigliare loro.


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