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mercoledì 5 settembre 2007

Gerontocrazia coi pannoloni,
giovanilismo coi pannolini:
a sinistra e destra, la politica
nel pantano sardo e nazionale

di Giorgio Melis

La telenovela del Partito democratico si trascina in un clima di falsa suspense ma di vera tossicità politica e personale. Tentenna-Cabras non scioglie il nodo della candidatura: è abituato a quelli marinari ma questo è precluso alle sue dita pur abili ed esperte. Forse vuole tenerci sulla corda ma per suspense preferiamo sempre Hitchcock. Soru è invece fin troppo deciso e ha sciolto tutto: speriamo non dissolva anche il Pd e la maggioranza di centrosinistra.

Elezioni anticipate sarebbero proprio la ciliegina sulla torta della Regione. Le evocano a destra, illudendosi che bastino le divisioni nello schieramento opposto per mandare tutti a casa. Lo vogliono loro anche meno degli altri. Comunque lo dicono ben sapendo, per esperienza recente, che il Consiglio non si scioglie neanche con l'acido solforico in quantità industriali. Dal 1999 al 2004, regnando il Polo, l'assemblea si sarebbe dovuta sciogliere almeno tre volte. Picche, la destra ha tenuto duro anche quando si era ridotta a 33 voti su 80 perché il collante della poltrona era e resta più forte di ogni scatto politico.

Fa bene, legittimamente, a polemizzare con i tormentoni del Pd, a parlare di lotte di potere e gridare perfino al regime (Berlusconi era un innocuo liberal, imponendo anche la legge elettorale “porcata” e golpista, che sta distruggendo la legislatura). In campo nazionale, Bossi annuncia la rivolta fiscale, poi annuncia il possibile ricorso alla fucileria padana: tutto folklore. Per completare il quadro, allegramente definisce “cadavere” Franco Marini, il presidente del Senato, l'uomo sul quale il Cavaliere e molti altri puntano come capo di un governo istituzionale post-Prodi. Parla alla sua gente, commenta Scajola, e poco manca che non si unisca alle risate padane perché il Senatur identifica come macabra salma la seconda autorità dello Stato.

Bossi sa quel che fa: un governo istituzionale capeggiato da Marini taglierebbe le ali estreme e toglierebbe alla Lega il potere di ricatto sulla destra. Però, come si fa a insultare così il tostissimo lupo abruzzese Marini, più vivo e vegeto che mai? Parlare di morti in casa dell'impiccato è di cattivo gusto: specie chez Bossi, che la signora con la falce l'ha vista da vicino e tutti a tifare perché l'irripetibile prediletto del dio Po ce la facesse. Ma ormai questa è la politica italiana, tra fango nel ventilatore e turpiloquio: esempio e biografia dell'italica nazione da 15 anni.

L'armistizio sulle legge elettorale
Ma Fini non sosteneva il referendum?

Reazioni: Bossi subito convocato dal Cavaliere alla reggia di Arcore, a cena, come ogni lunedì. Per stangarlo di brutto, si supponeva: «Umberto hai davvero esagerato, Marini per ora ci serve vivo». È andata così? Più o meno. Berlusconi è uomo di polso. Ha lisciato il Senatur e ci ha firmato l'accordo sulla nuova legge elettorale. Per la serie “aggiungi un posto a tavola”, i due compari hanno convocato a posteriori (nel senso di prenderlo per il didietro) il solito Fini, che ha prontamente ratificato: mentre continua a strombazzare per il referendum contro la legge che aveva approvato un anno fa. Coerenza, innanzitutto. Naturalmente dall'incontrio del trio delle (parole in) libertà sono anche scaturite le scuse del Senatur a Marini. Mancava solo l'inno di Mike Bongiorno, il più serio: “Allegria”.

Questa è la destra che fa e continua a far piangere. Mentre la sinistra fa ridere, con i ministri che se non vanno in piazza contro il loro governo, gridano alla libertà conculcata. Con Prodi a sgambettare Veltroni e Rutelli per il tramite di Parisi-Bindi e amici margheriti. Ma c'è anche la new entry (ma quando mai era uscito?) del cardinale Ruini (Eminenza: aridatece Luciana Littizzetto) che con la benedizione papale intima la riforma della legge sull'aborto non potendola abrogare. In contemporanea, il collega porporato Bertone lancia anatemi sulla sinistra e l'Unione Europea, accusata d'essere in mano ad anti-cristiani, massoni e forse quaedisti perchè vuole veder chiaro sui benefit fiscali della Chiesa: allargati a dismisura dalla destra che ha fatto piangere i contribuenti onesti. Insomma, un bel panoramino da Paese normale in salsa vaticana e demenzial-politica.

Se questo è il quadro nazionale, c'è da aspettarsi di meglio da quello nuragico? Se Sparta piange Atene non ride? Qui è un lacrimatoio generale. Tra gerontocrazia politica e giovanilismo mormorante che aspetta di fare la rivoluzione con i carabinieri dei partiti, addavenì baffino contro il baffetto Cabras e il giovane sbaffuto Soru che è fin troppo deciso e agente. Del centrosinistra abbiamo riempito pagine e spazi internettiani quasi fino alla saturazione. Per farci altro male, vogliamo guardare come butta dall'altra parte, che contesta gli avversari perché provano (almeno) a uscire dalle dispute molecolari partitocratiche?

Impossibile, ma va peggio. Messo a riposo Gianfanco Anedda (al Csm) di lunghissimo corso, resta in campo Mariano Delogu, giovanile ma anagraficamente maturo e politicamente così così: non sembra ma è 15 anni che primeggia. E dietro, gioventù gagliarda a schiamazzare, più matusa bravi a incassare (Mario Diana: da Consiglio e Provincia) e altri pesi piuma. In Forza Italia, promosso e rimosso con pieno merito Scarpette Pili, su piazza (tolto La Spisa e pochi altri) restano le seconde file: con poche speranze di avanzare, tra Roma e Cagliari. Eppure quasi tutti sono in ballo dal 1994, l'anno dello tsunami berlusconiano.

Ma attenti. Sono il seguito della selezione della specie fatta dal padron Romano Comincioli, che rastrellò figli e nipoti dei prinzipales demo-socialisti (Floris a gogò: una succursale di Fleurop, Corona rimosso dagli elettori, il Pirastu d'estrazione comunista, i Bertolotti, i Balletti e varia umanità), tutti miracolati dal vicere inviato a comandare dal Cavaliere. Comincioli era suo compagno di banco in Brianza e poi in inciampi giudiziari: ora è avvolto nel laticlavio senatoriale. Alcuni resistono ma sono in debito d'ossigeno politico: il convento non passa più bombole. Tra Udc, Udeur, Uds, Fortza Paris e gruppo misto c'è un campionario di avanzi democristiani (Mariolino Floris pisciafreddo, Oppi e Onida, i Randazzi-brothers onorevoli ereditari via Aias, Marracini, Amadu, Ladu) che fa impressione. E pure il novello sir Lancillotto-Maninchedda non se la passa meglio tra i Balia veterani e gli outsider di incerta provenienza e futuro.

Comparse, seconde file e figli d'arte
Il futuro senza marchio di qualità

La gerontocrazia politica, talvolta anagraficamente meno datata, propone personaggi e comparse per tutte le stagioni e di tutte le estrazioni. Si può fare un quadrato credibile con questo esercito raccogliticcio e pronto a tutti i ribaltoni e saltafossi? Poniamo che il traballante, sconclusionato centrosinistra si sfasciasse e Soru patisse una crisi di popolarità più grave di quella, già elevata, in grado di provocarne la rotta. Ipotesi ora non probabile ma non irrealistica secondo come andranno a finire le partite del Pd e del referendum sulla statutaria. Cosa metterebbe in campo la destra, in caso di elezioni fra un anno?

Potrebbe richiamare Mauretto Pili, che traverserebbe di corsa il Tirreno usando le scarpette anfibie come sci d'acqua. Ma è spendibile, benché resti il più noto dei forzisti? Alternative. Emilio Floris, che non è proprio un giovanetto. A Cagliari conta su una potenza di fuoco elettorale, finanziario e sanitario impressionante, rafforzato dalle opere che Soru ha finanziato per la città e su cui il sindaco ha messo il cappello: ma fuori città, è uomo di sfondamento? L'altro è l'animoso Settimo Nizzi, gladiatorio e popolare. Ma il resto degli elettori sospetta che, patriotticamente, vorrebbe trasformare la Sardegna in provincia satellite della Gallura: troppo presto o troppo tardi. E dove sono gli uomini di punta che possano elevare il tasso di qualità del centrodestra? Con un rabdomante si possono cercare: senza certezza del risultato. La pulsione anti-soriana da sola non basta: anche perché è coltivata e brandita pure nel centrosinistra.

Conclusione, sinistra e destra pari non sono ancora ma ci stanno arrivando: ugualmente disperanti. Con i tic esasperati della confluttualità interna. Nel match sul Pd, non conta solo o soprattutto che vinca Soru o Cabras, quanto che siano sconfitti gli avversari interni nei Ds e nella Margherita. In Forza Italia, An e Udc, le cose sono uguali. La sintesi è che la Sardegna (come l'Italia) sono spovviste di una classe dirigente responsabile e autorevole nell'uno e nell'altro campo, in un vuoto a perdere che penalizza le istituzioni, il Paese e la Regione. Non c'è più selezione tra le qualità e i talenti: non mancano ma sono segati da logiche elitarie e autoritarie, nonché paralizzati dall'incapacità di cacciare le oligarchie.

Pensate che 50 anni fa, un gruppo di giovani democristiani sassaresi, tutti destinati a diventare leader di vario livello, sfidarono il potere costituito e copertissimo del notabilità e della grande borghesia, si imposero, e poi hanno dettato legge in politica e alla Regione per trent'anni. La chiamarono, giustamente, “rivoluzione dei Giovani Turchi”: con Cossiga, Dettori, Soddu, Giagu, Pisanu e molti altri. Non chiesero il permesso per scalare il potero: lo conquistarono a forza, senza raccattarlo come avviene ora.

Analogamente, nel vetero-Pci di Velio Spano e personaggi usciti dalle carceri e dalla militanza clandestina, con l'avallo di un certo Togliatti chiamato Palmiro perché nato la domenica delle Palme (lui e ancor più la sorella erano stati due studenti eccezionli proprio al liceo Azuni di Sassari), una schiera di leader da Renzo Laconi a Umberto Cardia e tanti altri rovesciarono il mondo comunista sardo. Ma senza voler fare “la rivoluzione con i carabinieri”, come diceva Antonio Gramsci, cui tutti si ispiravano.

Oggi abbiamo due schieramenti che dovrebbero interrogarsi sulla loro pochezza politica, culturale e spesso morale: non la si copre con le grida di una rissa funzionale alla difesa del pessimo esistente. C'è la gerontocrazia con i pannoloni (politicamente parlando) e la generazione quarantenne con i pannolini, ancora bisognosa del permesso dei veterani per fare la sua pipì dove e come vuole: sbagliando ma recidendo il cordone ombelicale che li e ci soffoca. Dove si va, tra questi due estremi che a sinistra e destra si elidono vicendevolmente?


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