domenica 2 settembre 2007
di Elvira Corona
La sua approvazione sarebbe un segnale forte contro l'emarginazione e la discriminazione di 370 milioni di persone appartenenti a circa 5.000 popoli sparsi in 71 paesi. La Dichiarazione delle Nazioni Unite per i diritti delle popolazioni indigene è in discussione al Palazzo di vetro ormai da 25 anni e l'Assemblea Generale potrebbe definitivamente approvarla o affondarla entro questo mese.
Per questa ragione, numerose associazioni della società civile impegnate a difendere i diritti delle popolazioni indigene hanno rilanciato la mobilitazione per chiedere che finalmente il testo venga approvato, senza tagli né ripensamenti. Da Amnesty International al WWF, dall'Associazione per i popoli minacciati a Survival international, da Asud a Rainforest (che propone anche la firma di un appello da inviare ad alcuni governi che col proprio atteggiamento potrebbero fare la differenza) solo per citarne alcune, il pericolo è che il ritardo si tramuti in un rinvio indefinito o al peggio nell'elaborazione di un nuovo testo più debole, mentre è necessario garantire misure pratiche non solo per la loro sopravvivenza, ma per il diritto alla dignità che deve essere riconosciuto finalmente agli sfruttati, agli esclusi, ai dimenticati.
In nove capitoli, la Dichiarazione afferma il diritto all'autodeterminazione dei popoli indigeni, la loro partecipazione nelle istituzioni statali, il diritto alla loro nazionalità e il divieto di discriminazione. Si riconosce anche la tutela dell'identità linguistica, culturale e spirituale e i diritti nei settori dell'educazione, della società e dell'economia. Garantito anche il diritto delle popolazioni native a partecipare a ogni decisione riguardante il loro futuro e il loro sviluppo. Particolarmente significative le disposizioni sui diritti terrieri delle popolazioni native e sullo sfruttamento delle risorse naturali.
Se approvata, la Dichiarazione sarà un punto di riferimento per giudicare le azioni dei governi verso i popoli nativi. Nonostante non sia legalmente vincolante, la dichiarazione riconosce il diritto dei popoli indigeni alla loro terra e a decidere liberamente del proprio stile di vita. Stabilisce che i popoli indigeni debbano essere difesi dall'assimilazione forzata, dall'allontanamento coatto dalle loro terre e dalla distruzione della loro cultura. Importantissimo poi il diritto ad essere risarciti della violazione dei loro diritti, anche con restituzioni e indennizzi.
E proprio queste ultime disposizioni sono quelle che fanno paura a molte nazioni che hanno una cospicua presenza di popoli indigeni nei loro territori. Tanta paura da far rimandare l'approvazione del documento più volte, l'ultima delle quali lo scorso novembre: il rinvio proposto dalla Namibia e dal Botswana, con il sostegno di Canada, Australia, Nuova Zelanda e Russia, aveva raccolto 87 voti, mentre 67 Paesi avevano votato contro e 25 si erano astenuti (tra questi gli Stati Uniti, che già avevano dichiarato la loro forte perplessità a proposito della dichiarazione).
Paesi con questioni aborigene ancora drammaticamente aperte - come Australia e Canada - ma anche paesi africani in cui gruppi etnici minoritari sono spesso espropriati e sfrattati dalle proprie terre in nome dello sviluppo sono preoccupati dalle conseguenze giuridiche che tale Dichiarazione potrebbe avere rispetto alle numerosissime violazioni da essi compiute direttamente o indirettamente contro le popolazioni indigene negli ultimi decenni.
Secondo la Ong italiana ASUD, in Colombia - per fare solo alcuni esempi - delle oltre 85 etnie indigene presenti 18 corrono il rischio di totale estinzione. In Ecuador, le scellerate politiche portate avanti dalla multinazionale Texaco hanno portato alla completa estinzione di tre etnie indigene. In Nigeria, oltre mezzo secolo di estrazione petrolifera di Eni e Shell ha ridotto drasticamente la popolazione degli Ogoni, lasciando i sopravvissuti nella povertà più estrema.
Ancora in Canada il caso del popolo dei Lubicon-Cree: negli anni 80 oltre cento aziende petrolifere invasero un territorio una volta isolato, nel nord della provincia dell'Alberta, e lo trasformarono in uno dei campi di estrazione con più di 400 postazioni concentrate in un raggio di soli 25 chilometri attorno alla comunità Lubicon. Le strade forestali si trasformarono in strade asfaltate e intasate dai tir. I bulldozer sotterrarono le vie in cui i Lubicon disponevano le proprie trappole e chiusero le vie di migrazione degli animali. Dopo poco tempo le società petrolifere riuscirono a raggiungere un guadagni stellari mentre l'economia dei Lubicon era ormai rovinata.
Anche in Nuova Zelanda e Australia i governi e le imprese private sono colpevoli di gravissime violazioni dei diritti delle popolazioni indigene. In Argentina i Mapuche sono stati cacciati dai loro territori dalla nostra Benetton. In Chiapas le multinazionali sono interessate alle risorse di petrolio, caffè, legnami e cacao e da anni lo stato elimina ogni ostacolo alle multinazionali e allo sfruttamento del paese, e impedisce in tutti i modi lo sviluppo autonomo della popolazione indigena.
Ma le denunce dei popoli indigeni riuniti lo scorso marzo a Iximché in Guatemala, per un incontro internazionale, vanno oltre i singoli episodi: condannano le politiche di concessione minerarie, petrolifere, forestali e di sfruttamento dell'acqua nei territori indigeni perpetuate dalle istituzioni finanziarie internazionali e dai governi nazionali. Denunciano i governi neoliberali che si oppongono alla ratifica della Convenzione ILO 169 (finora l'accordo internazionale più completo riguardante la tutela dei popoli indigeni) e si oppongono al riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni con «la militarizzazione dei territori indigeni e la criminalizzazione delle loro lotte».
Un quadro abbastanza completo della situazione lo ha fatto lo scorso febbraio il relatore speciale delle Nazioni Unite Rodolfo Stavenhagen nel rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei popoli indigeni. Si denuncia «il genocidio su piccola scala» in atto contro i popoli indigeni. Esecuzioni extragiudiziali, scomparse violente, torture, detenzioni arbitrarie, minacce, molte delle quali avvengono nel quadro della difesa che le comunità e le organizzazioni indigene fanno dei propri territori, delle risorse naturali e dei territori ancestrali.
Nel rapporto si sottolinea che «nonostante i progressi nell'adozione di norme che riconoscono i diritti dei popoli indigeni, esse continuano ad essere pressoché inapplicate. Per dare visibilità alle rivendicazioni dei propri diritti e delle proprie legittime necessità, i popoli originari hanno fatto ricorso a differenti forme di organizzazione e mobilitazione sociale, che risultano essere frequentemente l'unica strada per rendere pubbliche le denunce indigene. Tuttavia, in troppi casi tale forma di protesta sociale viene criminalizzata dai governi, dando luogo alcune volte a gravi violazioni dei diritti umani».
Secondo il rapporto i territori delle popolazioni ancestrali sono diminuiti, così come anche il controllo dei popoli sulle proprie risorse naturali ed in particolare sulle foreste. Particolarmente colpiti risultano i popoli che vivono in isolamento, come ad esempio nella zona amazzonica o nelle zone aride o semi-aride delle Ande.
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