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venerdì 24 agosto 2007

Amnesty e l'aborto in caso di stupro:
un diritto da non calpestare
nonostante le scomuniche del Vaticano

di Elvira Corona

Dal Vaticano la definiscono “la svolta abortista di Amnesty”. In realtà per Irene Khan, segretario generale dell'associazione che da 40 anni si batte per promuovere e difendere i diritti umani in tutto il mondo, si tratta solo di una coraggiosa affermazione dei diritti delle donne, spesso negati e calpestati a più riprese.

Durante il 28º congresso di Amnesty International, che ha riunito in Messico 400 delegati provenienti da 75 Paesi, è stata ufficializzata una posizione riguardante l'aborto che già aveva suscitato polemiche negli ambienti cattolici e nei movimenti che si dichiarano “per la vita”. «L'organizzazione per i diritti umani - si legge in un documento - dopo due anni di consultazioni tra le sezioni nazionali, i gruppi locali e i soci individuali, ha deciso di adottare una policy che le consentirà di occuparsi di questioni specifiche riguardanti l'aborto, nella misura in cui queste sono direttamente legate alle attività di Amnesty International sul diritto alla salute e sulla violenza contro le donne».

La decisione è maturata durante il lavoro portato avanti nella campagna Mai più violenza sulle donne, che ha messo in luce la drammatica realtà di donne e bambine vittime di abusi e che subiscono ancora oggi le conseguenze della violazione dei loro diritti sessuali e riproduttivi. «La posizione di Amnesty non è per l'aborto come diritto», spiega ancora il documento ufficiale, «ma per i diritti umani delle donne che devono vivere libere dalla paura, dalla violenza e dalle coercizioni quando affrontano le conseguenze dello stupro e di altre violazioni».

Immediate le reazioni vaticane. Già negli scorsi mesi, quando la posizione non era ancora stata ufficializzata, il cardinale Renato Raffaele Martino - presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace - aveva manifestato la sua «ferma riprovazione per la svolta abortista» compiuta dall'associazione ed aveva annunciato la «sospensione di ogni finanziamento a Amnesty da parte delle organizzazioni cattoliche». Finanziamenti mai ricevuti, secondo la Ong, né dal Vaticano né da organizzazioni della Chiesa cattolica, anche perché - come recita l'articolo 1 dello statuto internazionale - «Amnesty è indipendente da governi, partiti politici, chiese, confessioni religiose, organizzazioni, enti e gruppi di qualsiasi genere e svolge la propria attività prescindendo da ogni tendenza a loro propria».

Un errore, o forse un messaggio lanciato a tutti i sostenitori cattolici di Amnesty, con l'invito implicito ad interrompere il loro appoggio finanziario? Il cardinale Martino parla anche di quello che sembra il nemico più temuto dalla Chiesa cattolica negli ultimi tempi: le lobbies. «Stanno continuando la loro propaganda, che si inquadra in quella che Giovanni Paolo II chiamava la cultura di morte. « estremamente grave che una benemerita organizzazione come Amnesty International si pieghi ora alle pressioni di tali lobby. La soppressione volontaria di ogni vita umana innocente è sempre un delitto e mina alle basi il bene comune della famiglia umana».

Secondo la Radio Vaticana, «dal mondo cattolico, ma anche da varie parti della società civile, continuano ad arrivare ferme critiche alla decisione, presa da Amnesty International, di inserire tra i diritti umani l'interruzione di gravidanza in caso di violenza sessuale». Anche qui c'è una forzature: nonostante la sua autorevolezza e il suo lavoro di advocacy, Amnesty non ha certo il potere di inserire a suo arbitrio nuovi diritti umani nella dichiarazione universale dell'Onu. Ha rincarato la dose, comunque, il presidente del Movimento per la Vita in Italia, Carlo Casini: al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini si è soffermato sulla decisione di Amnesty International dichiarandosi «scandalizzato da anni per il fatto che Amnesty non abbia speso una sola parola per parlare del diritto alla vita dei bambini non ancora nati. A questo oggi si aggiunge la rottura del silenzio, cioè che si pretende di considerare il diritto della donna quello di sopprimere un figlio, anche se concepito in condizioni tragiche, come quelle dello stupro».

Ci sono altri cattolici che hanno sostenuto tutte le cause dell'associazione per anni e ora soffrono la scelta dell'associazione: come il vescovo inglese Michael Charles Evans, che dopo aver sottolineato che la decisone presa da Amnesty non era certo condivisa all'unanimità, ha deciso di lasciare l'organizzazione dopo oltre 30 anni impegno attivo. Ha dichiarato che rimarrà comunque impegnato a difendere il mandato originale di Amnesty in difesa dei diritti umani e contro ogni violazione della dignità dell'uomo, e sta cercando di trovare la via per farlo: «Credo che le organizzazioni cattoliche debbano riflettere su come lavorare con organizzazioni di cui non condividono interamente i principi. Nella società capita spesso di collaborare e cooperare con organizzazioni con le quali non si condividono molti aspetti del loro lavoro. Dobbiamo rendere chiaro che non li condividiamo, ma dobbiamo anche trovare una via per lavorare insieme. Dobbiamo pensare in modo creativo a tutto questo».

Molti dimenticano che anche le posizioni rigide della Chiesa per quanto riguarda la contraccezione hanno contribuito a contare oltre 40 milioni di persone nel mondo - di cui quasi la metà donne - col virus dell'Hiv. Il numero delle donne che contraggono il virus è in forte crescita, anche a causa della violenza sessuale di cui sono vittime, direttamente o come punizione per aver rifiutato di avere rapporti sessuali. Ancora le donne sono spesso vittime di quelli che vengono definiti “reati domestici”, cioè le violenze subite dal partner che spesso non hanno il coraggio di denunciare, e che per questo continua ad agire nell'impunità.

Anche durante le guerre le donne e le bambine sono quelle che subiscono le conseguenze più gravi, oltre agli altri tipi di violenza esse hanno più probabilità di essere oggetto di violenza sessuale e di stupro. Sono loro poi che affrontano maggiori ostacoli nella ricerca della giustizia, a causa dello stigma associato alle vittime della violenza sessuale e della posizione subalterna che hanno nella società.

Questo genere di violenze spesso portano a gravidanze non certo desiderate: proprio per casi come questi, Amnesty International afferma che «non giudicherà se l'aborto sia giusto o sbagliato» e che «non consiglierà a singole persone di proseguire o interrompere una gravidanza», ma chiederà agli Stati di assicurare la possibilità di ricorrere all'aborto in maniera sicura e accessibile, e di prevenire gravi violazioni dei diritti umani correlate alla negazione di questa possibilità. Perché quelle che si prendono in considerazione sono situazioni estreme e gravissime.

Dall'associazione ribadiscono che non verranno intraprese campagne generali in favore dell'aborto o di una sua generale legalizzazione. Quello che si chiede agli Stati è innanzitutto di fornire a uomini e donne informazioni complete riguardanti la salute sessuale e riproduttiva, ma anche di modificare o abrogare le leggi in quei paesi dove le donne possono essere sottoposte a imprigionamento o ad altre sanzioni penali per aver abortito o cercato di abortire. Molto importante poi è garantire che tutte le donne con complicazioni sanitarie derivanti da un aborto abbiano accesso a trattamenti medici adeguati, indipendentemente dal fatto che abbiano abortito legalmente o meno.

Se poi c'è stata violenza, è necessario garantire l'accesso a servizi legali e sicuri di aborto a ogni donna la cui gravidanza sia dovuta a una violenza sessuale o a incesto, o la cui gravidanza presenti un rischio per la sua vita o la sua salute. La cosa fondamentale che non dovrebbe spaventare ne preoccupare nessuno è che la scelta rimarrà - come dovrebbe sempre essere - alle donne, che spesso si trovano sole e a dover affrontare situazioni difficilissime che mettono a rischio anche la loro vita, ricorrendo ad aborti illegali e senza nessun tipo di controllo sanitario. Ora con il sostegno di Amnesty avranno più possibilità di essere tutelate. Quando si tratta di aumentare la tutela dei diritti, nessuno dovrebbe opporsi.


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